martedì 8 aprile 2014

Come gli apologeti dell'Occidente vedono i rapporti geopolitici


Nel braccio di ferro sull’Ucraina a vincere è la Cina, non la Russia
di Ian Bremmer Corriere 11.4.14

Dopo l’annessione russa della Crimea, l’imposizione di sanzioni da parte di America ed Europa, e con la minaccia d’una nuova escalation in Ucraina, irrompe sulla scena internazionale geopolitica l’evento più drammatico dall’ 11 settembre. Gli ultimi sviluppi in Ucraina rappresentano il punto di svolta. I rapporti tra Washington e Mosca erano già tesissimi, ma oggi che la Russia è stata sospesa dal G8 e con nuove sanzioni in arrivo, le comunicazioni si sono completamente interrotte. Si profilano all’orizzonte, inevitabilmente, varie forme di conflitto Est-Ovest, con preoccupanti ripercussioni sia per la sicurezza in Europa, la stabilità in Russia, il futuro dell’Unione Europea e della Nato, sia per i mercati energetici globali. Ma sebbene, con ogni probabilità, le tensioni siano destinate ad aggravarsi, non esistono analogie che possano far pensare a una nuova Guerra fredda, né la situazione attuale rischia di riproporre l’antico scenario. E i motivi sono molteplici.
Innanzitutto, la Russia non ha amici potenti, né la capacità di assicurarsene di nuovi. Quando l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato sulla legittimità dell’annessione russa della Crimea, solo dieci Paesi si sono schierati con la Russia. Il sostegno è arrivato dai Paesi confinanti, soggetti alle pressioni russe (Armenia e Bielorussia) e da vari Stati-canaglia che non godono d’alcun prestigio internazionale (Cuba, Corea del Nord, Sudan, Siria, Zimbabwe). Aggiungete una manciata di Paesi simpatizzanti — per antica tradizione — in America latina (Venezuela, Bolivia e Nicaragua) e appare chiaro che alla Russia manca ormai la capacità d’attrazione ideologica della vecchia Unione Sovietica. I suoi sostenitori sono accomunati soprattutto nel condividere il malcontento verso l’ordine globale prestabilito, piuttosto che il miraggio d’eventuali soluzioni alternative proposte dalla Russia.
Inoltre, il Pil russo è salito appena dell’ 1,3 per cento lo scorso anno e la crescente dipendenza del Paese dalle esportazioni di risorse naturali assicura che l’economia non migliorerà, se non in vista d’un futuro aumento dei prezzi globali. Nel 2007, alla Russia bastava il prezzo del Brent di 34 dollari al barile per pareggiare il bilancio federale; cinque anni dopo, quella cifra era arrivata a 117 dollari. L’anno scorso, petrolio e gas costituivano circa la metà delle entrate del governo russo. Ad aggravare la situazione, l’economia è controllata da un piccola élite la cui esistenza è legata alle simpatie di Putin. Più d’un terzo della ricchezza totale del Paese è in mano a soli 110 multimiliardari.
Malgrado il suo arsenale nucleare, soggetto alla vecchia regola di distruzione reciproca assicurata, che costituiva l’ago della bilancia tra gli armamenti americani e sovietici, alla Russia manca tuttavia la capacità militare dell’Unione Sovietica. Oggi gli Stati Uniti spendono circa otto volte quello che la Russia può elargire alle sue forze armate. La Russia può permettersi di flettere i muscoli per intimorire i suoi vicini, ma non è più in grado di sfidare il mondo come faceva un tempo l’Unione Sovietica.
La limitazione fondamentale della Russia è la mancata disponibilità della Cina a trasformarsi in un alleato affidabile contro l’Occidente. Pechino ha ben poco da guadagnare, schierandosi in questo conflitto. Pure sperando d’accaparrarsi una fetta maggiore delle esportazioni energetiche russe, la Cina non ha alcun interesse a inimicarsi i suoi principali partner commerciali, come l’Europa e l’America, a favore di Mosca. Anzi, la Cina potrebbe rivelarsi il principale (se non l’unico) vincitore nell’attuale crisi ucraina. Mentre l’Europa s’affretta a cercare alternative per ridurre la sua dipendenza dal gas russo, i cinesi sanno di poter spuntare prezzi più favorevoli, mantenendo al contempo relazioni pragmatiche con entrambe le parti. La Cina inoltre è ben contenta che l’attenzione americana in questo frangente sia puntata sull’Europa (e non sull’Asia) orientale. La Cina si muoverà con molta cautela quando la Russia proverà a scatenare una crisi secessionista in Ucraina, poiché s’oppone strenuamente a qualsiasi precedente che possa suscitare simili rivendicazioni d’autonomia nelle sue province più turbolente, quali il Tibet e lo Xinjiang.
In mancanza di una nuova Guerra fredda, la Russia proverà a sabotare i piani di politica estera occidentali. La Russia potrebbe incoraggiare il governo di Bashar Assad in Siria a ignorare le richieste occidentali di distruggere o consegnare i suoi arsenali chimici e potrebbe elargire nuovi aiuti finanziari e militari al suo regime. Ma Assad ha già guadagnato abbastanza terreno per sopravvivere alla guerra civile in Siria e c’è ben poco che la Russia possa fare per rimettere in piedi quel Paese disastrato. La Russia potrebbe inoltre provare a far saltare i negoziati sul programma nucleare iraniano. Ma non sarà facile per Mosca persuadere Teheran a ritirarsi da un accordo che l’Iran va attivamente cercando per poter ricostruire la sua economia interna, e la Russia non vuole certo scatenare una corsa agli armamenti nucleari in una zona, il Medio Oriente, assai più vicina ai suoi confini che non agli Stati Uniti. In breve, la Russia resta una potenza regionale (raccomandiamo tuttavia al presidente Obama di astenersi dal fare simili dichiarazioni in pubblico!).
(traduzione di Rita Baldassarre)


La seconda guerra fredda
di Ian Buruma Repubblica 8.4.14



I RAPPORTI dell’Occidente con la Russia raramente sono stati peggiori di quelli attuali. Il presidente Obama ci assicura però che non si tratta di una nuova guerra fredda.
AMMESSO che abbia ragione, oggi la sua leadership viene sfavorevolmente paragonata tanto dai liberal americani più intransigenti che dai falchi conservatori, a quella di presidenti all’apparenza più inflessibili come Dwight Eisenhower o Ronald Reagan. Queste persone hanno evidentemente dimenticato che Eisenhower non fece nulla per impedire ai carri armati russi di schiacciare la rivoluzione ungherese del 1956. E che Ronald Reagan non ci pensò nemmeno a dare il proprio sostegno agli attivisti di Solidarnosc, quando questi si rivoltarono contro il regime comunista polacco.
Per molti aspetti la Guerra fredda agevolò le cose per i presidenti Usa. All’epoca infatti esistevano solo due grandi potenze (la Cina ha iniziato ad assumere rilievo in tempi più recenti), le cui rispettive sfere di interesse erano nettamente definite. Così come definita era l’ideologia dominante in Unione Sovietica: una versione stalinista del comunismo.
Al pari del maoismo, sua controparte cinese, lo stalinismo era in realtà profondamente conservatore e mirava soprattutto a consolidare il potere del regime in patria e il suo dominio sui Paesi satelliti. L’antagonista ideologico era rappresentato dal mondo capitalista, ma i nemici più immediati erano invece i “trotzkisti”, i “revisionisti” e altri “cattivi elementi” interni alla sfera sovietica. In tempi di crisi, il nazionalismo russo fu fatto coincidere con il nazionalismo sovietico.
In Cina vigeva una situazione analoga. Mao non fu mai un imperialista espansionista, ed è per questo che non si preoccupò di chiedere ai britannici la restituzione di Hong Kong: il nazionalismo cinese era quasi del tutto concentrato sul nuovo, eroico mondo del comunismo maoista.
Dopo la morte di Mao e con il crollo dell’Unione Sovietica tutto cambiò. In Russia il comunismo, in quanto ideologia dominante, scomparve - mentre nella Cina capitalista si diluì quasi al punto da non poter più essere definito tale.
Ciò determinò un vuoto in entrambe le nazioni, i cui governi si diedero da fare per ridefinire se stessi e giustificare, in Russia, un’autocrazia eletta e in Cina una dittatura mono partitica. Le vecchie tradizioni, un tempo screditate, furono improvvisamente riportate in auge: le autorità cinesi iniziarono a parlare del Confucianesimo come della base di una nuova identità politica. E nel tentativo di dimostrare la superiorità spirituale dell’animo nazionale, Vladimir Putin ha preso a citare dei filosofi russi semidimenticati, Posizioni simili sono come minimo malferme. La maggior parte dei cinesi, compresi quelli che siedono al governo, hanno una conoscenza molto approssimativa dei classici del Confucianesimo e tendono a ricordare quelle citazioni che corroborano la loro permanenza al potere ed enfatizzano virtù “tradizionali” quali l’obbedienza verso l’autorità - dimenticando però che il pensiero confuciano prevede anche il diritto a ribellarsi ai governanti iniqui. I filosofi prediletti da Putin formano un variegato drappello di nazionalisti mistici, accomunati tra di loro dal fatto di considerare la Russia una comunità spirituale basata sulla fede ortodossa, ma le cui opinioni riguardo ad altri temi sono così divergenti e confuse da impedire di trarne un’ideologia coerente. Le loro idee, inoltre, non sono sempre in linea con quelle di Putin: il leader russo ha definito il crollo dell’Unione Sovietica una calamità immane, eppure cita liberamente Ivan Ilyin, che divenne un feroce oppositore del regime sovietico, al punto da essere espulso dal Paese da Lenin, nel 1922.
Forse Putin è davvero convinto che la Russia sia un bastione di antichi valori spirituali, da opporre alla decadenza di un Occidente corrotto dal materialismo e dall’omosessualità. È altresì possibile che gli attuali governanti della Cina, le cui famiglie si sono arricchite grazie ai favori della politica, siano dei convinti cultori della filosofia confuciana. Tuttavia, ciò che davvero muove i governi di Cina e Russia è un nazionalismo basato sul risentimento - il che rende particolarmente difficile qualsiasi tipo di trattativa con loro.
In Cina il dogma maoista è stato per lo più rimpiazzato da quella che viene definita “istruzione patriottica”, e che si manifesta nei testi scolastici, nei musei di storia e in una varietà di monumenti storici. I cinesi crescono nella convinzione, non erronea, che per più di cento anni, e in particolare durante le guerre dell’oppio e le brutali invasioni giapponesi, la Cina sia stata profondamente umiliata dagli stranieri. Solo una Cina forte, guidata con mano ferma dal partito comunista, potrà proteggere i cinesi da future vessazioni.
Anche Putin in Russia sta strumentalizzando le antiche recriminazioni e la radicata convinzione secondo la quale il perfido Occidente sarebbe deciso a minare l’unità nazionale della Russia, distruggendone l’animo. Inoltre, al pari dei leader cinesi, Putin ha l’impressione che l’Occidente si stia coalizzando contro di lui.

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