venerdì 11 aprile 2014

La facile vendetta di due aspiranti analitici sulla filosofia continentale

Le tribolazioni del filosofare
Le tribolazioni del filosofare. Comedia metaphysica ne la quale si tratta de li errori & de le pene de l'Infero scoperta, redatta e commentata da Achille C. Varzi e Claudio Calosi, Laterza

Risvolto
Un grande poema filosofico, una storia del pensiero attraverso gli errori, un’appassionata testimonianza di metafisica militante
Le tribolazioni del filosofare è il viaggio allegorico di un Poeta attraverso il buio inferno dell’intelletto, nella spirale dell’errore, alla ricerca di una via d’uscita dalla condizione di stallo e confusione diffusa nella quale sarebbe precipitato. Non sfuggiranno le affinità, sul piano dello stile come su quello dell’architettura complessiva, tra questo poema filosofico e l’Inferno di Dante: là Virgilio, qui Socrate; là i peccati, qui gli errori; là i golosi, gli iracondi, gli eretici, i traditori della patria o del partito, qui gli scettici, i dualisti, i realisti ingenui, i fedeli al linguaggio e ai miti facili. Le annotazioni dei curatori ricostruiscono analogie e divergenze con dovizia di dettagli, ma quale sia esattamente il nesso tra le due opere non è dato di sapere. Quel che è certo è che questa ‘comedia metaphysica’ è una testimonianza autentica. È il poema di una vita. È il viaggio ispirato e ispiratore di chi appetisce all’Amore per la Sapienza e, prima ancora, alla purificazione dell’intelletto: quella purificazione liberatoria di cui in fin dei conti abbisogniamo tutti, anche noi, soprattutto noi, filosofi di nascita ma non di costumi, in questa buia contemporaneità.


Il poema dantesco che manda all’inferno tutta la filosofiaParla lo studioso Achille Varzi, autore con Claudio Calosi di un’opera in versi sui “castighi eterni” dei grandi pensatori

di Antonio Gnoli Repubblica 9.4.14


In quale girone sarà finito Gianni Vattimo e in quale palude ritroveremo il ciarliero Slavoj Zizek? A scrutare nomi, e soprattutto scuole di pensiero, si fa presto a dire “inferno”. Eppure, è lì in quel luogo di bolge e cerchi immaginari che ritroviamo l’ultima seduzione dantesca messa all’opera da due seri burloni della filosofia: Achille Varzi, docente di Logica e di Metafisica alla Columbia University e Claudio Calosi, filosofo della scienza all’università di Urbino. Insieme hanno scritto il loro Inferno: ventotto canti, in terzine spesso dotte, a volte divertenti, sul viaggio del Poeta nel buio profondo dell’intelletto.
«Abbiamo immaginato», dice Varzi, «di essere venuti in possesso di un originale autografo, anonimo e senza indicazioni e di averlo trascritto, limitandoci a integrarlo con delle annotazioni che spiegassero il contenuto di quegli endecasillabi. Il risultato è un libro insolito: Le tribolazioni del filosofare (edito da Laterza), dove si discute molto di errori e di pene conseguenti.
Una commedia filosofica sotto il segno di Dante?
«Ci siamo immaginati un poema strutturato lungo le stesse coordinate simboliche e didascaliche, benché improntato su temi filosofici. Abbiamo sostituito Virgilio con Socrate; dove c’erano i peccati abbiamo messo gli errori e al posto dei golosi, degli iracondi, degli eretici, abbiamo collocato i dualisti, i realisti ingenui, gli scettici e gli avversi al possibile».
Ma Socrate come guida non è un po’ troppo scontata e filosoficamente perbenista?
«Al contrario. Socrate rappresenta l’espressione più alta della convergenza tra amore per la sapienza e condotta di vita, il simbolo di chi non si sottrae alla morte per difendere la propria integrità intellettuale».
E questo vi ha portati a giudicare 2.500 anni di pensiero?
«Si dice che la matematica non sia un’opinione. Non lo è nemmeno la filosofia. In filosofia chi sbaglia paga, con buona pace di chi pensa che vada bene qualunque sciocchezza».
Non crede che tutta la filosofia sia una storia di sbagli e che l’errore possa essere una risorsa?
«È vero, come del resto insegna lo stesso Socrate. Ed è il motivo per cui il nostro Inferno ha una porta di uscita, contrariamente a quello dantesco. Abbiamo scritto una storia della filosofia attraverso gli errori. Ma con un lieto fine».
Sarà. Ma intanto punite chi sbaglia.
«È un principio di equità. Gli scettici sprofondano nel melmoso stagno del dubbio, i dualisti si trasformano in zombie inebetiti e così via».
A me colpivano i pusillanimi. Chi sono?
«Come già diceva Aristotele, i pusillanimi sono quei filosofi che non prendono mai posizione chiara, come gli ignavi di Dante. La punizione è per contrappasso: E poi che ‘ n vita furono in disparte / A non dicider nulla veramente, / quel che non può dicider nessun’arte / si prova-no qui a provar etternamente ».
Noto anche la presenza degli sprovveduti. «Sono coloro che si lasciano attrarre dalle soluzioni facili: che si fidano della testimonianza dei sensi, che si appoggiano all’analisi del linguaggio nella convinzione che da lì si possa risalire alla realtà, coloro che cedono alla seduzione dei miti consolatori».
Ci metterebbe un filosofo come Derrida o magari un pensatore come Zizek?
«Certamente Derrida è tra coloro che hanno fatto confusione con il linguaggio. Ma ha commesso tanti errori e probabilmente avrebbe il lusso di trovarsi punito in più di un cerchio. Zizek invece non saprei: ho paura che il nostro Poeta lo punirebbe nel pozzo dei nani».
Che non è il pozzo dei desideri di Biancaneve?
«No, è un luogo nelle cui profondità penzola una moltitudine di omuncoli appesi per i polsi: i superbi e i falsi sapienti, che in vita si credettero grandi e che qui sarebbero ridotti a mezzi uomini per la legge del contrappasso».
Si nota anche una presenza massiccia di irresponsabili.
«Dalla negazione del libero arbitrio derivano l’impossibilità di attribuire ogni responsabilità alla nostra condotta. Errore gravissimo».
È un po’ come andare a scuola di nichilisti ed esistenzialisti.
«I nichilisti sono l’esito estremo dell’irrealismo: la ripa discoscesa lungo la quale essi franano inesorabilmente rappresenta la brutta china argomentativa che conduce dal diniego locale e motivato al rifiuto globale e indiscriminato di qualunque ontologia. E come l’antirealismo può condurre al nichilismo, così questo può condurre all’annullamento del soggetto, trasformando il rifiuto dell’essere in paura di essere».
Sulla graticola anche Nietzsche?
«Il Poeta concorderebbe con molte sue disquisizioni. Ma nella misura in cui il filosofo tedesco pensava davvero che non ci sono fatti ma solo interpretazioni un posto tra gli irrealisti non glielo leva nessuno».
Un suo lontano interprete, Gianni Vattimo, fece di quella tesi il suo vessillo filosofico.
«Il Poeta condivide l’antirealismo del buon Vattimo, ma non il suo irrealismo: gli darebbe un cantuccio nel cerchio dedicato a quell’errore».
E la coppia Heidegger e Sartre, maestri del linguaggio oscuro e dell’impegno, dove verrebbe collocata dal Poeta?
«Tra gli sprovveduti fedeli al linguaggio il Poeta sente una voce fioca vaneggiare S’annulla ‘ l nulla e niente il nient’ alline. Si tratta del diacono carolingio Fridugiso di Tours, convinto che la parola “nulla” debba corrispondere a qualcosa. Ma per noi contemporanei potrebbe anche trattarsi di Heidegger che farnetica sul nulla che nulleggia. Quanto a Sartre, il canto dedicato al girone degli esistenzialisti è ricco di versi che riecheggiano ne La nausea ».
Mi chiedo dove il Poeta avrebbe messo il nostro massimo filosofo vivente: Emanuele Severino.
«Immagino che il suo posto sia tra i timorosi del cambiamento, con i marinai della nave di Teseo sul rivo di Eraclito: quel fiume che etternamente scorre / e cangia l’acqua e cangia sempre schiume ».
Vedo infine che vi siete divertiti con i fraudolenti nella quale si racchiudono gli adulatori, i plagiatori e i cialtroni.
«Categoria sempre più rappresentata. Ma lasciamo che siano i lettori a compilarla a loro piacimento».


Povera e nuda vai filosofia: all’inferno
Dagli antichi sofisti ai giorni nostri, una disciplina che più di altre è votata all’impostura. Ma chi oggi potrebbe salvarla preferisce ignorare il problema
di Franca D’Agostini La Stampa 5.5.14

In The Wolf of Wall Street, il «maestro» di Leonardo DiCaprio, impersonato da Matthew McConaughey, spiega la scienza dei broker dicendo che «la materia non c’è», e dunque questa è l’occasione migliore per farci i soldi, ingannando e turlupinando mezzo mondo. Lo stesso potrebbe valere per la filosofia, e per ogni altra materia che «non c’è», o c’è in modo fragile e incerto. Ma per la filosofia la circostanza è più grave. È più grave la (presunta) inesistenza, ed è più grave la simulazione di esistenza.
La circostanza bizzarra è che tutti sembrano d’accordo con l’idea che la filosofia è scienza fragile e volatile, se non inesistente come scienza - l’ha ricordato di recente Federico Vercellone su queste pagine, discutendo Il mestiere di pensare di Diego Marconi (Einaudi) - ma pochi si preoccupano del problema segnalato da McConaughey (e a cui Vercellone accenna nella chiusa del suo articolo): se si presume che una materia sia inesistente o quasi, e tuttavia si pretende di praticarla come se esistesse, quel che ne segue è (o almeno rischia di essere) formidabile impostura. 
Che la filosofia più di altre scienze sia votata all’impostura è circostanza ben nota: la segnalava Aristofane nelle Nuvole, e se ne sono occupati problematicamente, nel tempo, tutti i «filosofi» degni di questo nome. Ma l’aspetto interessante della situazione attuale è che il problema oggi potrebbe essere risolto. E quel che dovrebbe fare chi oggi si occupa di «meta-filosofia» è anzitutto spiegare il nostro vantaggio rispetto ad altre epoche per togliere l’impostura dalla filosofia. Un «metafilosofo» che non faccia questo sta partecipando all’impostura, anzi le sta rendendo un servizio.
Qual è il vantaggio di cui godiamo? E perché la (presunta) inesistenza della filosofia, rispetto alle altre materie che «non ci sono» è, come ho detto, più grave? A me sembra che le risposte siano semplici, quasi ovvie. Anzitutto la filosofia è diventata, che lo voglia o no, una scienza, e ciò vuol dire – idealmente – che si possono controllare i suoi risultati, scartando l’impostura più facilmente di quanto avvenisse all’epoca di Aristofane. Con tutti i suoi limiti, l’assetto scientifico  delle conoscenze potrebbe essere l’unica garanzia di cui disponiamo per togliere l’impostura, in filosofia e altrove. 
Certo c’è la difficoltà dell’iper-produzione. La crescita di complessità fa sì che la falsificazione scientifica sia oggi più difficile da controllare. Il vacillante sistema della «valutazione scientifica della ricerca» non scongiura i pericoli della «falsa scienza», i quali non riguardano soltanto gli pseudo-scienziati, quelli che inventano improbabili cure per il cancro, ma anche i frequentatori professionali del sistema McConaughey, nei vari settori. 
Ma proprio a partire da ciò si vede perché la mancanza di onestà intellettuale e il pullulare dei turlupinatori siano in filosofia più gravi che altrove. Aristotele, che ha gettato i fondamenti della cultura scientifica occidentale, sottolineava che il sistema delle scienze può sopravvivere solo se possiede una «scienza prima», ovvero quella parte del sapere che dovrebbe chiarire i fondamenti comuni, per aiutare l’autoregolamentazione e l’autochiarimento della scienza. Una simile scienza, diceva Aristotele (Metafisica, IV, 2), sarebbe l’unica risorsa per evitare i falsificatori sofisti, che «vendono una sapienza che non possiedono» (e sanno benissimo di non possedere). 
È dunque la scienza prima, la «filosofia» (in un significato plausibile del termine), che potrebbe-dovrebbe salvare sé stessa, e il sistema delle scienze specializzate, dal rischio della ridondanza e dello sparpagliamento settoriale, in cui le falsità sleali prolificano e trionfano. Ma non abbiamo una simile scienza, oggi non sappiamo neppure più darle un nome. E se anche i filosofi, invece di costruire insieme la scienza prima, giocano la carta della materia inesistente che finge di esserci, siamo daccapo. 
Fanno bene allora Achille Varzi e Claudio Calosi, in Le tribolazioni del filosofare (Laterza) a mettere i filosofi all’inferno. Il libro è un poema in terzine di endecasillabi, modellato sull’Inferno dantesco, con ampio apparato di note che presentano le tesi metafisiche degli autori. Nell’insieme, è un vero e proprio trattato obliquo di metafisica, che si dipana attraverso i gironi dei «pusillanimi» (i filosofi che non prendono posizione), degli «sprovveduti fedeli ai sensi», dei «realisti», dei «nichilisti», degli «esistenzialisti», e così via. 
Qui e là i due autori (che fingono di essere curatori dell’opera, misterioso autografo anonimo a loro pervenuto) non risparmiano stoccate gentili (anonime) ad autori contemporanei. Ma anche loro evitano di affrontare il problema McConaughey: i frodatori della filosofia, che approfittano della sua fragilità di inesistente scienza prima, non hanno collocazione infernale. 

Io credo che allo stato moltissimi, quasi tutti i filosofi, dovrebbero finire all’inferno: quelli che praticano la simulazione, e quelli che li lasciano agire indisturbati. I due autori annunciano che vi sarà una cantica minore, il Paradiso. Non so però che cosa potranno dire al riguardo. Fino a quando il problema non viene affrontato e risolto, la mia opinione è: nessun filosofo in paradiso.

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