venerdì 11 aprile 2014

Sovranità e decrescita nel socialismo nazionale antimoderno di Alain de Benoist


In questa intervista sono ben visibili tutti gli elementi concettuali fondamentali che distinguono il marxismo, con il suo ottimismo modernista (nel senso deplorato da Nietzsche), da una posizione come quella di Alain de Benoist. Verso la quale è giusto avere rispetto ma che non può certo essere condivisa.
Siamo sempre e comunque alle pagine finali del Manifesto di Marx ed Engels. Quelle sul "socialismo" che invece di guardare in avanti, al superamento del modo di produzione capitalistico, guarda all'indietro ovvero al mondo artigianale. In questo caso alla decrescita.
Questo, tra l'altro, ci fa capire tante cose sulla presunta obsolescenza delle categorie di destra e sinistra e della loro distinzione. Questa opposizione permane, perché ne permangono le condizioni entro la struttura relazionale oppositiva del modo di produzione. Ovviamente si ridefinisce. Ma non certo nel senso di un riavvicinamento tra posizioni soggettivamente di destra e posizioni soggettivamente di sinistra. Si assiste invece ad uno straordinario slittamento a destra di tutto il quadro politico, in ragione del quale la sinistra si restringe a una frangia molto marginale. Che poi ci sia una distinzione tra una destra sistemica e una critica antimoderna del acpitalismo non è una novità [SGA].

Alain de Benoist: La fine della sovranità, Arianna editrice

Risvolto
La crisi attuale è caratterizzata dalla completa estraneità della finanza di mercato rispetto all’economia reale, dato che ha causato un indebitamento generalizzato, che ha ormai raggiunto livelli inediti.
La prima conseguenza “naturale” è stata affidare il potere politico ai rappresentanti di Goldman Sachs e di Lehman Brothers, le più grandi potenze finanziarie mondiali, ma inutilmente, poiché la creazione di capitale-denaro fittizio non è più in grado di risolvere il problema.
Ecco quindi che l’Unione europea estrae dal cilindro due nuove “soluzioni”: il Meccanismo europeo di stabilità (MES) e il Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance (TSCG) che equivalgono in sostanza a un totale esproprio di ciò che rimaneva della sovranità degli Stati.
I parlamenti nazionali, subalterni e complici, si vedono sottrarre il potere di decidere le entrate e le uscite dello Stato, ruolo ormai trasferito alla Commissione europea.
In questo modo l’intera Europa viene posta sotto la tutela di una nuova autorità, priva di qualsiasi legittimità democratica, che assegna il potere ai mercati finanziari rendendoli completamente liberi di imporre ai popoli il proprio volere.

Indice



Il filosofo francese Alain de Benoist denuncia la fine degli Stati nazione: "Siamo finiti in un buco nero dominato da investitori privati e agenzie di rating"
Luigi Iannone - il Giornale Ven, 11/04/2014



La crisi strutturale del sistema economico occidentale è una delle tematiche sulle quali più si è focalizzata l'attenzione di Alain de Benoist, saggista e filosofo, i cui libri sono ormai tradotti in una quindicina di lingue.

Nel suo ultimo lavoro (La fine della sovranità, Arianna editrice) c'è però un ulteriore irrigidimento delle posizioni.


Fino a qualche tempo fa, Lei diceva che eravamo sull'orlo del baratro. Adesso, è convinto che la fine del mondo ci sia già stata.

«Non la fine del mondo, bensì la fine di un mondo. Siamo usciti dal mondo moderno, dove i riferimenti erano stabili e la forma politica dominante era lo Stato-nazione, e siamo entrati in un mondo postmoderno, dove la visone di lungo termine è ovunque sostituita dall'effimero. È un mondo liquido, deterritorializzato, dominato dalle nozioni “marittime” di flussi e di reti».

Però Lei parla di «colpo di Stato europeo».
«Colpo di Stato è forse eccessivo, in quanto sono gli stessi Stati ad aver accettato di essere progressivamente spogliati delle sovranità politiche, finanziarie e di bilancio. L'Unione europea, che si è organizzata dall'alto (con la Commissione di Bruxelles) verso il basso ha solo seguito questa inclinazione naturale». 
Che ne pensa del refrain austerità/crescita?
«L'austerità non riporterà la crescita, poiché il suo scopo principale è quello di esercitare una pressione al ribasso sui salari e sui redditi, dunque di diminuire il potere di acquisto, ossia la richiesta. E quando c'è meno richiesta, il consumo diminuisce, la produzione anche e la disoccupazione aumenta. Le classi proletarie e le classi medie sono le prime a soffrirne».
Ma quale può essere l'alternativa? Lei ha più volte affermato: “l'ideologia della crescita è un errore logico. Non ci può essere crescita materiale infinita in uno spazio finito”.
«L'alternativa è organizzare, fin da ora, una decrescita sostenibile, favorendo il ricollocamento, economizzando le riserve naturali, favorendo gli stili di vita che non si riducono a una fuga in avanti nei consumi. Ma l'alternativa è anche “ideologica”: si tratta di rifiutare l'assiomatico dell'interesse e il primato dell'economia, e di smettere di volere “sempre di più”. “Di più” non è sinonimo di “meglio”».
Altrimenti, come scrive nel libro, prevede una vera e propria marcia verso la miseria.
«Lo possiamo constatare già oggi in diversi paesi europei. Il risultato delle politiche di austerità adottate sotto la pressione dei mercati finanziari è proprio questo. La disuguaglianza tra i vari Paesi e al loro stesso interno non smette di ampliarsi, a esclusivo beneficio delle nuove classi finanziarie e politico-mediatiche».
E allora uscire dall'euro può essere la soluzione?
«L'euro ha contribuito ad aggravare la crisi, nel senso che, lungi dal promuovere la convergenza delle economie europee, ne ha invece aumentato i divari. Ma la crisi non è riducibile al problema dell'euro. I Paesi che non hanno adottato l'euro, come la Gran Bretagna, non se la passano meglio. Sono anch'essi prigionieri di mercati finanziari e dell'aumento del loro debito pubblico. In ogni caso, uscire dall'euro avrebbe un senso solo se fosse il risultato di un insieme di Paesi, e non di uno solo».
Potrebbe però essere una possibilità?
«Non c'è alcuna possibilità che possa avverarsi nell'immediato. Ad ogni modo, anche nel caso di un ritorno alle monete nazionali, l'euro dovrebbe essere mantenuta come moneta comune per gli scambi con i Paesi non europei».
Ma c'è stato un momento preciso in cui abbiamo perso la nostra sovranità?
«L'abbandono è stato progressivo. È il risultato del trasferimento all'Unione Europea di gran parte della sovranità che non è stata riportata a un livello superiore (una sovranità europea), ma scomparsa in una sorte di “buco nero”. Questo processo è stato completato dalla politica del debito, che ha posto gli Stati sotto il controllo di investitori privati e agenzie di rating».
Ed è possibile riconquistare quote di sovranità?
«Occorrerebbe ritrovare i mezzi dell'indipendenza economica e finanziaria, il che necessita un cambiamento radicale delle politiche pubbliche, a cui però nessun Paese europeo sembra propenso».
In un contesto del genere la crescita del Front National conferma che però vi possono essere spazi di manovra?
«L'ascesa del FN riflette principalmente il deterioramento del bipartitismo destra-sinistra e il discredito generalizzato della classe politica».
Dunque, il consenso potrebbe dipendere dal fatto di escludere a priori le categorie di destra e sinistra.
«Tutte le inchieste disponibili dimostrano questo: il FN ottiene voti sia a destra che a sinistra. Il suo programma economico e sociale, è nettamente orientato a “sinistra”, e possiede tutti i criteri per sedurre gli ex elettori comunisti. In generale, il FN tocca delle priorità, che sono avvertite soprattutto nel Nord della Francia, e poi dalle classi proletarie e dagli strati inferiori della classe media, che sono anche le principali vittime delle ricadute negative dell'immigrazione (disoccupazione, insicurezza, affossamento della scuola, ecc.). È da molto tempo il primo partito fra gli operai».
Potrebbero nascere altri movimenti in Europa sul modello del FN?
«Non credo molto all'esportazione dei modelli. Il FN è un movimento molto legato al contesto particolare della vita politica francese. Il modo con il quale trascende la divisione destra-sinistra non può essere meccanicamente copiato».
Ma è forse l'unico che si schiera apertamente contro quello che Lei definisce «il sistema del denaro»?
«Il “sistema del denaro” è criticato da molta gente, ma tra i suoi avversari, il FN è, oggi, il partito che ha i mezzi più importanti per farsi sentire».


Idee forti per abbattere la monarchia finanziaria
Ripensare il ruolo delle élite, rilanciare la meritocrazia, rafforzare le comunità. In attesa di tempi migliori e del risveglio dei giovani

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