n saggista trasversale, Alessandro Dal Lago, e un'accademica dell'arte, Serena Giordano, hanno scoperto un nuovo tipo di male legato all'arte, desunto dalla famosa sindrome di Stendhal. La definiscono sindrome di Warhol. La prima sindrome, quella più tradizionale, dipenderebbe da un eccesso di fruizione artistica.
Dal Lago e Giordano sembrano rimpiangere quel malinconico morbo. Appare loro peggio il virus che hanno appena beccato: non sapere più distinguere, nell'arte, il brutto dal bello.
Tutto diventa, indistintamente, «straordinariamente significativo ». Quel newyorkese albino, padre indiscusso della Pop Art, che acquistò al supermercato le famose Brillo Box, innalzando una merce da bancone quasi al pari della Cappella Sistina, aprì una strada stravagante. Si finì per affermare che l'arte è l'artista stesso, punto e basta. E che l'artista superstar determina in solitudine quel che sia bello. Come un tiranno.
In L'artista e il potere (Il Mulino, pp. 252, euro 18) si elencano gli episodi di una relazione equivoca tra il genio creativo e la sovranità. Il potere dell'arte e l'arte in relazione al potere. Dall'architettura millenaria del Reich, ideata da Albert Speer, al mausoleo funerario che lo scultore Pietro Cascella ha costruito per Berlusconi, gli autori ammettono l'impossibilità di redigere una storia organica dei rapporti frastagliati tra arte e potere. Tuttavia, è possibile individuare decine di tracce di un rapporto che svela l'estetica o aura del potere e la potenza estetica dell'arte. Sono questi i due poli, affermano Dal Lago e Giordano, che tracciano i confini di un giacimento zeppo di sconvolgenti verità.
Se Berlusconi è papa Giulio II e Cascella è Michelangelo
ll saggio di Dal Lago e Giordano sull'irresistibile attrazione tra arte e potere
C’È UN’ARIA DI RESTAURAZIONE CHE SPIRA IN FILOSOFIA, SOPRATTUTTO IN ITALIA. IDEE COME REALTÀ E VERITÀ, CHE PER TUTTO IL NOVECENTO sono state sottoposte a critica serrata, tornano oggi come nuovi idoli o feticci del pensiero accademico. Sotto l’apparenza di una confutazione del postmodernismo, la filosofia dell'università diffonde una sorta di catechismo o di manuale d’istruzione per gli scettici. Ed ecco riapparire le maschere di sempre del teatro filosofico: oltre alla Realtà e alla Verità, l’Oggettività, il Realismo, la Morale, l’Educazione... Etichette a cui non corrisponde alcun contenuto originale di pensiero, ma che vorrebbero soddisfare la domanda di conformismo che sale da una cultura spaventata dalla mancanza di punti fermi.
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