martedì 16 settembre 2014

Il teologo Klaus Müller a Urbino

L’incontro di Urbino con Klaus Müller
Meeting. Due giorni di discussioni promossi dalla rivista "Hermeneutica"
Paolo Ercolani, il Manifesto 16.9.2014

Si è tenuto a Urbino, il 12 e 13 set­tem­bre, il XXI semi­na­rio inter­na­zio­nale di «Her­me­neu­tica», la rivi­sta di filo­so­fia e teo­lo­gia fon­data nel 1979 dal teo­logo ita­liano Italo Man­cini. Filo­sofi, teo­logi ed eco­no­mi­sti si sono con­fron­tati sul tema «Fede/fiducia», dibat­tendo le rela­zioni di Mas­simo Cac­ciari, Euge­nio Maz­za­rella, Ste­fano Zama­gni e Klaus Mül­ler. Le ses­sioni dei lavori sono state mode­rate e con­dotte da Pier­gior­gio Grassi e Marco Can­giotti, entrambi docenti dell’Università di Urbino non­ché con­di­ret­tori della rivi­sta «Her­me­neu­tica».
Il tema dell’incontro è nato da una con­sta­ta­zione e da una pro­vo­ca­zione. Si osserva da diverse parti che la crisi attuale inve­ste tutte le realtà orga­niz­zate, oltre che le per­sone sin­gole. I socio­logi par­lano di una debo­lezza della fede che sem­bra met­tere in luce le dif­fi­coltà del mes­sag­gio cri­stiano di porsi non solo come prin­ci­pio capace di fon­dare l’identità indi­vi­duale e col­let­tiva, ma anche di gene­rare fidu­cia e rin­no­vati impe­gni dei cre­denti.
Ana­lo­ghe osser­va­zioni ven­gono con­dotte da ana­li­sti sociali e da filo­sofi che non si rico­no­scono nella pro­spet­tiva cri­stiana e che, tut­ta­via, con­sta­tano l’indebolirsi dei legami sociali a fronte dell’affermarsi di forme di scet­ti­ci­smo verso la pos­si­bi­lità di costruire un futuro diverso, quasi che l’invito di Nie­tzsche ad eser­ci­tare l’arte del sospetto e della dif­fi­denza sia dive­nuta una pro­fes­sione con­di­visa da molti, e non solo dagli intel­let­tuali. Da que­ste osser­va­zioni sor­gono le domande se si possa vivere senza fede e senza fidu­cia in qual­che per­sona, se entrambe que­ste dimen­sioni non rap­pre­sen­tino un costi­tu­tivo del nostro essere al mondo, alla base di ogni intesa e di ogni coo­pe­ra­zione.
Domande che toc­cano da vicino gli inte­ressi dei filo­sofi e dei teo­logi, ma che esi­gono anche l’elaborazione di con­tro­mo­vi­menti cul­tu­rali capaci di inve­stire gli ambiti della poli­tica e dell’economia.
Fra le rela­zioni che hanno aperto il dibat­tito, quella di Mas­simo Cac­ciari, che par­tendo da un’analisi filologico-filosofica della «fami­glia» dei ter­mini indi­canti la «fides», per poi giun­gere a vederne ancora la pre­gnanza nella filo­so­fia moderna, ha ter­mi­nato inter­ro­gan­dosi su una que­stione diri­mente: in cosa con­si­ste la dif­fe­renza essen­ziale e insu­pe­ra­bile tra il cre­dere, per così dire, «doxa­stico» (legato all’opinione gene­rale), e l’atto di fede cri­stiano?
L’economista Ste­fano Zama­gni, da parte sua, si è con­cen­trato sul rap­porto che lega la «fidu­cia», la «reci­pro­cità» e il «mer­cato», ten­tando di recu­pe­rare quell’umanità della per­sona che, a dif­fe­renza del mero intel­letto cal­co­lante, è l’unica a poter pro­durre un pen­siero pen­sante. In que­sto risiede per Zama­gni la sfida a cui è chia­mata un’economia civile e attenta alla dimen­sione sociale. Il teo­logo Klaus Mül­ler, decano dell’Università di Mün­ster, ha discusso una rela­zione che, appunto in un’ottica inter­di­sci­pli­nare, ha inteso rico­struire l’annosa e mai risolta que­stione del rap­porto tra fede e ragione.
«Abbiamo chia­mato rela­tori com­pe­tenti e auto­re­voli – afferma Pier­gior­gio Grassi, diret­tore dell’Istituto di scienze reli­giose «Italo Man­cini» e Diret­tore della rivi­sta «Her­me­neu­tica» — con lo scopo di affron­tare una tema­tica cen­trale, per l’essere umano di ogni tempo e soprat­tutto per la nostra epoca, un’epoca in cui abbiamo un biso­gno reale di recu­pe­rare il dia­logo dell’individuo con la sua dimen­sione più essen­ziale e fra­gile allo stesso tempo: quella dell’interiorità, dove fede e ragione pos­sono dialogare».


La sacralità della ragione secondo Klaus Müller

L’epoca della glo­ba­liz­za­zione è quella in cui anche la fede, al pari di altre «strut­ture» fon­danti del mondo umano, smar­ri­sce i con­torni netti pro­pri di un’entità iden­ti­ta­ria per assu­mere le linee erra­bonde di una dimen­sione liquida e reti­co­lare.
In par­ti­co­lar modo, trat­tan­dosi di un’epoca che ha tra­sfi­gu­rato ed estre­miz­zato le pos­si­bi­lità dell’umano, vin­co­lando le per­sone a sce­gliere fra i due poli dell’individualismo egoi­stico e solip­si­stico oppure dell’appartenenza alle folle omo­lo­gate e pas­sive della galas­sia social, fini­sce che il sen­ti­mento della fede si trova di fronte a un bivio forse mai così netto. O meglio, il bivio è dell’uomo: da una parte abban­do­narsi a Dio nell’obbedienza affi­dan­do­gli il nostro futuro (San Paolo), dall’altra rinun­ciare a Dio iden­ti­fi­can­dolo sol­tanto come un’eco del grido di dolore lan­ciato dall’uomo stesso (Feuer­bach).
Se inten­diamo la fede (e con essa la fidu­cia, facoltà che le è con­nessa) come una libera scelta sog­get­tiva, cogliamo tutta la pro­ble­ma­ti­cità di un tempo che sem­bra con­dan­nare l’individuo a spo­gliarsi pro­prio della sua facoltà di sog­getto attivo, tanto della sua vicenda per­so­nale quanto di quella col­let­tiva.
Di que­sto e altro discu­tiamo con Klaus Mül­ler, decano dell’Università di Mün­ster e teo­logo di fama inter­na­zio­nale, che in que­sti giorni ha preso parte al semi­na­rio «Fede/Fiducia» orga­niz­zato dall’Istituto di scienze reli­giose «Italo Man­cini» dell’Università di Urbino.

In un testo attri­buito a San Paolo l’apostolo scrive che «la fede è fon­da­mento delle cose che si spe­rano e prova di quelle che non si vedono». Emerge con forza e tor­mento il «mistero della fede», ma que­sta defi­ni­zione è ancora accet­ta­bile per la teo­lo­gia contemporanea?
Una teo­lo­gia pie­na­mente con­sa­pe­vole dei pro­pri stru­menti, così come dei pro­pri limiti, sa che la fede è cosa dif­fe­rente dal sapere. Se non altro per­ché al cen­tro del sen­ti­mento della fede vi è una dimen­sione di fidu­cia per­so­nale, che implica la scelta sog­get­tiva dell’individuo che decide di cre­dere. Inol­tre, a dif­fe­renza del sapere, che si carat­te­rizza per la sua forma di dato acqui­sito qui e ora, la fede si fonda sem­pre su una rela­zione con il futuro, con quella dimen­sione della «spe­ranza» che si rivela cen­trale nel rap­porto fra l’essere umano e la tra­scen­denza. Nella teo­lo­gia con­tem­po­ra­nea tutto que­sto viene rap­pre­sen­tato mediante una ten­sione esca­to­lo­gica assai vivace in tutto il discorso.
Nella mede­sima dire­zione, assume un signi­fi­cato fon­da­men­tale anche il tema della «fidu­cia» a cui lei ha accen­nato. Tema, peral­tro, cen­trale nel pen­siero di Mar­tin Lutero. La fede, insomma, si rivela come un atto di libertà dell’individuo che, in piena auto­no­mia, sce­glie di affi­darsi al mes­sag­gio di sal­vezza incar­na­tosi con il Cristo.
Il monaco delle Novan­ta­cin­que tesi voleva resti­tuire una teo­lo­gia esi­sten­ziale di colore fran­ce­scano, che si con­trap­po­nesse fron­tal­mente alla teo­lo­gia ideo­lo­gica dei papi del suo tempo. Però ritengo che, con­tem­po­ra­nea­mente a que­sto inten­di­mento essen­ziale, egli stesse sco­prendo e valo­riz­zando il signi­fi­cato e l’importanza dell´individuo, e soprat­tutto delle sue scelte in merito alle que­stioni della fede. Cer­ta­mente, però, è con Lutero che la «first-person-perspective» (pro­spet­tiva in prima per­sona del sen­ti­mento della fede, n.d.r.) diventò una dimen­sione inte­grale del par­lare di Dio anche per la teologia.
La «fede che cerca di capire» è il titolo prov­vi­so­rio che Anselmo d’Aosta dette al suo «Pro­slo­gion». Titolo che riprende l’agostiniano «credo per capire», e che sta a signi­fi­care la pre­mi­nenza che la teo­lo­gia asse­gna alla fede sull’intelletto. La fede è neces­sa­ria a ogni tipo di comprensione?
In Anselmo è riscon­tra­bile un modello dia­let­tico rispetto la rela­zione tra fede e ragione. Solo par­tendo da que­sto assunto di fondo pos­siamo cogliere il senso del suo mes­sag­gio, spe­cie lad­dove affer­mava che i misteri della fede, dopo l’opera di puri­fi­ca­zione della ragione da parte della fede stessa, si mostrano come «ratio­nes neces­sa­riae». In una pro­spet­tiva più gene­rale, che quindi esula dal campo ristretto della reli­gione e della reli­gio­sità, credo sia neces­sa­rio ricor­dare che la fede, decli­nata nel senso di fidu­cia rispetto ad una qual­si­vo­glia teo­ria cui si decide di ade­rire, è la con­di­zione fon­da­men­tale di pos­si­bi­lità di ogni forma di sapere in quanto tale. Que­sto è l’insegnamento per me impre­scin­di­bile, che per esem­pio ho ritro­vato in autori come Jacobi, Fichte e Wittgenstein.
Come risponde, da teo­logo, alla tra­di­zione mate­ria­li­sta che a par­tire da Feuer­bach ritiene che sia stato l’uomo a creare Dio, for­nen­dolo di tutte quelle carat­te­ri­sti­che che in realtà ser­vono all’uomo stesso per tro­vare un con­forto al senso di vuoto, all’angoscia di esistere?
Feuer­bach rias­sume in maniera dia­let­ti­ca­mente effi­cace un argo­mento che, in realtà, pos­siamo riscon­trare fin dai tempi di Seno­fane di Colo­fone. Si tratta di una vera e pro­pria tra­di­zione che, nell’ambito del pen­siero filo­so­fico (penso, per esem­pio, a Cusano, Spi­noza e Fichte), mette in discus­sione con ottimi argo­menti, e secondo me a ragione, il pre­sup­po­sto antro­po­mor­fico che può risie­dere nel sen­ti­mento della fede. Per me, Feuer­bach non è un atei­sta, come troppo spesso si decide di cata­lo­garlo, ma piut­to­sto un anti-teologo che cerca di appro­fon­dire il senso pro­fondo di quello che è il cen­tro non­ché il ful­cro della reli­gione cri­stiana. Sto par­lando del sen­ti­mento da cui può par­tire ogni sen­ti­mento di fede e di fidu­cia: l’amore.
Nella nostra epoca, con­se­guente all’enunciato nie­tzscheano per cui «Dio è morto», alla fede cano­nica nell’Altissimo si sono sosti­tuiti vari sur­ro­gati «mon­dani». Pen­siamo alla poli­tica, oppure alla scienza. Oggi, da più parti, si parla di «teo­lo­gia eco­no­mica», poi­ché quella nel mer­cato ci viene pre­sen­tata come una vera e pro­pria «fede». Lei cosa ne pensa?
La nostra è cer­ta­mente l’epoca in cui l’economia ci viene incon­tro con le sem­bianze tipi­che di una nuova forma di uni­ver­sa­li­smo, alla stre­gua di quella che in filo­so­fia si defi­ni­sce una «istanza tra­scen­den­tale»: ossia con la pre­tesa di pre­sen­tarsi come la più forte e auten­tica con­di­zione di pos­si­bi­lità di ogni espe­rienza umana. Que­sta pre­tesa viene al tempo stesso sup­por­tata e inten­si­fi­cata dai nuovi mezzi di comu­ni­ca­zione di massa digi­tali, che all’interno della cosid­detta «cyber­phi­lo­so­phy» si auto­com­pren­dono come una nuova reli­gione del mondo. Però que­sti «nuovi dei» risul­tano il più delle volte privi di sen­si­bi­lità, oltre che inca­paci di dire qual­cosa di vera­mente «umano» rispetto alle istanze più ele­men­tari dell’uomo, come per esem­pio la giu­sti­zia, la mise­ri­cor­dia, il per­dono, il rispetto per i deboli.
La fede in un’entità asso­luta sem­bra, per defi­ni­zione, con­fi­gu­rarsi come una forma di asso­lu­ti­smo che non può dia­lo­gare con cre­denze diverse, tetra­gona al dia­logo e al con­fronto. Le guerre di reli­gione, che oggi hanno assunto il nome di «scon­tro di civiltà», ci dicono que­sto, oppure si tratta di una con­ce­zione erro­nea del sen­ti­mento della fede?
Già nell’epoca della sco­la­stica, e soprat­tutto del rina­sci­mento, nella filo­so­fia si discute il pro­blema della verità asso­luta in rife­ri­mento al nesso tra reli­gione e vio­lenza. Però nel tardo set­te­cento (nei dibatti su pan­tei­smo, atei­smo e sulle cose divine – dibat­titi tra Jacobi, Men­dels­sohn, Fichte e Schel­ling) nascono modelli di rico­no­sci­mento reci­proco di pre­tese veri­ta­tive tra reli­gioni diverse, modelli che pos­sono aiu­tare anch‘oggi ad evi­tare scon­tri di civiltà. Al cen­tro di que­sti modelli si trova l‘idea di una «theo­lo­gia pri­sca» (una teo­lo­gia ori­gi­na­ria, ante­riore alla nascita delle diverse reli­gioni), che si declina nei ter­mini di un’identità che è inaf­fer­ra­bile senza il con­fronto con le diverse credenze.
Quali ritiene che siano le sfide prin­ci­pali a cui la Chiesa deve rispon­dere, per recu­pe­rare il senso della fede nell’epoca della seco­la­riz­za­zione com­piuta e di un mondo, quello umano, che sem­bra sen­tire il peso del «cielo vuoto»?

In primo luogo la Chiesa deve acqui­stare (ed anche riac­qui­stare) la fidu­cia delle per­sone. Si tratta di tor­nare a for­nire delle rispo­ste, in modo cre­di­bile e con one­stà intel­let­tuale, alle domande più fon­da­men­tali della vita dell’uomo, anche nella sua dimen­sione sociale. È indi­spen­sa­bile un’apertura sim­pa­te­tica della Chiesa verso tutte le forme di vita con­creta (senza pre­giu­di­zio aprio­ri­stico), che si basi sul rispetto per le dif­fe­renze cul­tu­rali e per le dif­fe­renti forme di prassi morale e spi­ri­tuale. Un’azione che possa dispie­garsi anche verso le realtà locali e regio­nali, in oppo­si­zione al rigido cen­tra­li­smo del Vati­cano. Inol­tre la Chiesa deve tener conto degli svi­luppi irre­vo­ca­bili ope­rati dalle società moderne: penso, in primo luogo, alla que­stione dell’equiparazione delle donne. Abbiamo biso­gno di una forte tra­spa­renza negli atti della dot­trina, come in quelli di auto-riproduzione (nomina delle gerar­chie, etc.) e di ammi­ni­stra­zione del magi­stero. Sol­tanto a que­ste con­di­zioni, ritengo che la Chiesa saprà mani­fe­stare quell’autenticità dalla quale dipende la cre­di­bi­lità del Vangelo.

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