lunedì 29 settembre 2014
Prove di rivoluzioni colorate: stampa italiana scatenata. Battista vince per distacco il premio Malafede
Da Repubblica al Corriere al Fatto, un solo punto di vista, un solo pensiero [SGA].
Hong Kong non cede: siamo il nuovo Tibet
di Piotr Smolar Repubblica 29.9.14
Guerriglia e cariche della polizia contro la rivolta anti Pechino Gli studenti: continueremo la lotta per la democrazia
di Ilaria Maria Sala qui La Stampa 29.9.14
Lacrimogeni e cariche della polizia, ma in 80mila sfidano Pechino
di Guido Santevecchi Corriere 29.9.14
di G.Sant. Corriere 29.9.14
Hong Kong, “Occupy Central” in piazza
La polizia carica gli studenti con i lacrimogeni
Pechino vuole mettere paletti al suffragio universale in vista delle prossime elezioni previste nel 2017
qui il Fatto 29.9.14
Per un voto libero Democrazia, Occupy Hong Kong sfida Pechino
di Cecilia Attanasio Ghezzi il Fatto 29.9.14
La protesta contro la Cina Hong Kong: il governo ritira gli agenti anti-sommossa dopo gli scontri
Le autorità chiedono però ai manifestanti di disperdersi Nel fine settimana lacrimogeni e cariche contro migliaia di persone che sfidano Pechino e chiedono più democrazia
qui Corriere 29.9.14
Supermarket della tortura. Diritti umani addio
di Pierluigi Battista Corriere 29.9.14
La difesa dei diritti umani è oramai all’ultimo posto nell’agenda
internazionale e nell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. E
dunque non susciterà alcuna reazione il boom dell’industria della
tortura che, ne scriveva su queste pagine Guido Santevecchi, sta facendo
sorridere l’azienda statale cinese Chian Xinxing con un volume di
esportazioni alle dittature del mondo che l’anno scorso ha toccato la
soglia dei 100 milioni di dollari. Un grande viavai di «manette, sedie
rigide per gli interrogatori, bastoni elettrici che possono essere usati
per infliggere scariche estremamente dolorose per genitali, gola,
orecchie».
Possiamo immaginarcelo, il commesso viaggiatore che presso 40 nazioni
africane (la clientela più entusiasta), in Cambogia e in Thailandia e in
Nepal, illustra con orgoglio aziendale il campionario dei suoi preziosi
prodotti per l’export: mazze «anti-sommossa» con punte metalliche,
catene per il collo che riducono la circolazione del sangue,
attrezzature per somministrare scariche elettriche su un uomo nudo e
immobilizzato, strumenti per il congelamento del torturato e così via.
Possiamo immaginare anche il brivido del virtuoso fustigatore del
mercato spietato e del capitalismo disumano. Purché non si colga il
centro della questione: i consumatori non sono utenti abbacinati dalle
sirene del consumismo, ma Stati che fanno parte dell’Onu, che cercano,
spesso ottenendola, una certa reputazione mondiale e che comunque
possono agire indisturbati, anzi quasi incoraggiati dalla comunità
internazionale, nella pratica della tortura e della violazione dei
diritti fondamentali.
Noi sappiamo benissimo quali sono gli Stati che praticano la tortura:
diciamo che sono Stati sotto il cui tallone vive oltre la metà della
popolazione mondiale, altro che staterelli periferici, o cattivi
confinati nell’asse del Male. Anzi, dopo il fallimento delle primavere
arabe (che peraltro sono esplose in Paesi dove la tortura di Stato, come
nell’Egitto di Mubarak, aveva raggiunto vertici di perfezione
professionale), abbiamo cominciato a fare il tifo per regimi autoritari
che almeno potevano arginare i pericoli del fondamentalismo fanatico e
oscurantista. Facciamo tifo per regimi che guardano con ammirazione al
catalogo della China Xinxing (presumibilmente forte anche nel mercato
interno) e che partecipano con entusiasmo all’internazionale della
tortura. Diritti umani adieu. Deve essere questa la «globalizzazione
dell’indifferenza denunciata da Papa Francesco?
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