La stessa busta paga ha un potere d’acquisto diverso a Ragusa e a Milano. Ma i servizi e la presenza dello Stato sono altrettanto differenti: è ora di rompere un tabù
La letteratura e le arti, fattori unificanti della civiltà europea
Dante non è solo italiano, così come Shakespeare non fu solo espressione dell’Inghilterra. Bach sarebbe incomprensibile senza Vivaldi, del quale trascrisse brani
di Michele Ainis La Lettura
“Merito e talento sono di sinistra” Così il premier aggiorna i valori
Cade un altro tabù erede della tradizione cattolica e comunista che mette al centro l’uguaglianza
di Federico Geremicca La Stampa 8.9.14
Citato a ripetizione da Manuel Valls e Pedro Sanchez, definito addirittura «la speranza» dell’Europa e della sinistra europea, Matteo Renzi - magari con sua stessa sorpresa - è ormai assurto a modello per la disastrata e litigiosa «grande famiglia» del socialismo europeo. Effetto, certo, del 40 e passa per cento raccolto alle elezioni del 25 maggio scorso, mentre le altre forze socialiste venivano surclassate da conservatori ed antieuropeisti: ma effetto anche dell’arrembante opera di demolizione e ricostruzione degli obiettivi, dei valori e perfino degli strumenti di una moderna forza di sinistra. Opera alla quale, dal palco della Festa di Bologna, ieri Renzi ha aggiunto un altro tassello.
I più giovani - e magari anche i meno giovani, dopo anni di sconfitte - avranno forse giudicato ovvia l’affermazione con la quale il segretario-presidente, parlando della riforma della scuola, ha sepolto un altro totem, un altro sacro feticcio del socialismo del secolo passato. «Il merito è di sinistra, la qualità è di sinistra, il talento è di sinistra - ha detto -. Io voglio stare dalla parte dell’eguaglianza, non dell’egualitarismo».
Per un partito, il Pd, che ha fuso e cerca di far convivere la cultura cattolica e quella di origine e tradizione comunista, l’affermazione rappresenta invece un piccolo terremoto all’interno di una gerarchia di valori che in testa a tutto - e prima di ogni altra cosa - metteva sempre la solidarietà e l’uguaglianza. Per molti versi, lo «strappo» ricorda quello operato qualche anno fa dai sindaci di sinistra di grandi città (Cofferati a Bologna e Veltroni a Roma, in testa a tutti) che di fronte al dilagare di violenze nei quartieri - spesso a opera di immigrati - affermarono che «la sicurezza (fino a quel punto storico cavallo di battaglia della destra, ndr) non è né di destra né di sinistra».
Tabù dietro tabù, insomma, Matteo Renzi sta cambiando (o cercando di cambiare) il bagaglio politico-culturale di una sinistra accusata da tempo e da più parti di esser rimasta prigioniera di un polveroso armamentario ideale e di valori che affonda le sue radici nel ’900. In realtà, il più giovane premier della storia repubblicana non dice, oggi, cose così diverse da quelle che aveva cominciato a predicare fin dal tempo delle prime primarie contro Bersani per la scelta del candidato premier: parole d’ordine e spinta innovativa evidentemente vincenti, se hanno reso possibili - e probabilmente addirittura determinato - prima la vittoria nella corsa alla segreteria e poi lo stupefacente 41% alle elezioni europee.
Molti ricorderanno, per esempio, la sorta di «processo popolare» cui Matteo Renzi fu sottoposto al tempo della sfida con Bersani con l’accusa di «parlare alla destra» e chiedere i voti di chi stava «dall’altra parte». «Io penso alle elezioni secondarie - si difendeva l’allora sindaco di Firenze - e vorrei ricordare che se non sottraiamo voti alla destra non vinceremo mai». Aveva evidentemente ragione: e il risultato delle elezioni europee, con il grande flusso di voti arrivati al Pd da ex elettori del centrodestra, è lì a dimostrarlo. Quei voti vanno conservati, insiste oggi Renzi: con proposte e politiche, evidentemente, che parlino anche agli elettori che hanno votato Pd per la prima volta.
È anche per questo che l’opera di rinnovamento politico-culturale non può fermarsi. «Nel 41% ottenuto alle europee - ha spiegato ieri Renzi - c’è il voto di tante gente che non viene dalla nostra storia e dalla nostra tradizione, ma che vuol condividere il futuro con noi». È il preannuncio, insomma, del tentativo di stabilizzare quel consenso con idee, suggestioni e perfino un linguaggio che tenga conto dei tanti «nuovi arrivati»: che magari non sono poi così convinti che il merito, la sicurezza dei cittadini, andare ad «Amici» o magari dar torto ogni tanto al sindacato siano, tout court, cose di destra.
E c’è un’altra sorta di mito che il premier-segretario ha preso a picconare con grande vigore: il fascino (consolatoria e talvolta deresponsabilizzante) storicamente esercitato dai «tecnici» sulla sinistra italiana. Tecnici, professoroni e convegnisti d’ogni sorta. «Veniamo da un’ubriacatura da tecnicismo - ha contestato Renzi - che ha fatto passare l’idea che la politica sia inutile. Ma la politica non è una parolaccia: e loro, i tecnici, in 20 anni non hanno saputo leggere sociologicamente e culturalmente Berlusconi e il berlusconismo».
Ce ne è a sufficienza per sostenere che, nella sua prima chiusura da segretario della Festa de l’Unità, Renzi abbia confermato quel che ancora ieri ha ripetuto: nell’opera di cambiar verso all’Italia non arretrerà, non mollerà di un centimetro. «Mettiamoci l’energia dei nostri nonni e la fantasia dei nostri giovani. E smettiamo di vivere il futuro come una minaccia». Una scommessa, una filosofia che - in mancanza di alternative - evidentemente convince e piace, se il consenso verso il premier cresce invece di diminuire, nonostante l’«annuncite» e il pantano in cui ancora si trova il Paese...
Niente smantellamento dell’articolo 18, niente revisione globale dello Statuto dei Lavoratori. Via libera al «contratto d’inserimento a tutele crescenti», riservato ai giovani fino a 35 anni e alle persone con più di 50 anni: i loro datori potranno per tre anni licenziarli senza vincoli, ma se li confermeranno riceveranno un bonus fiscale. Sì anche a due significative modifiche dello Statuto: le aziende potranno «demansionare» i loro dipendenti (cioè ridurre la loro mansione, tagliando anche il salario), e potranno usare le tecnologie per controllare la prestazione dei lavoratori. Potrebbero essere questi i termini generali - il condizionale è d’obbligo - per il futuro Jobs Act, ovvero la delega sulla riforma del mercato del lavoro ora all’esame del Senato. I sondaggi di queste ore del ministro del Lavoro Giuliano Poletti sembrano far emergere una soluzione «leggera» per le nuove regole del mercato del lavoro. Scontentando il Nuovo Centrodestra, che punta su una drastica revisione dello Statuto dei Lavoratori e sull’abolizione dell’articolo 18 della legge 300. Ma assicurando una approvazione del provvedimento entro i tempi prefissati dal governo.
Per adesso di ufficiale non c’è nulla. Soprattutto, non c’è mai stata la decisiva riunione dei rappresentanti in Camera e Senato dei partiti di maggioranza, che dovrebbe sancire la soluzione definitiva per un provvedimento su cui il governo punta molto e che rischia di arenarsi sulla solita questione: i licenziamenti e lo Statuto. Su questo il Pd e il Nuovo Centrodestra hanno espresso esigenze difficilmente conciliabili, in qualche modo appellandosi al presidente del Consiglio Matteo Renzi. Che nel merito, in queste settimane, ha espresso posizioni anche molto diverse, pur valorizzando le molte novità contenute nella delega, come il varo di ammortizzatori sociali universali, che spesso vengono poco considerate rispetto al tema rovente dei licenziamenti.
«Confido che prevalga la posizione del Presidente del Consiglio - afferma il presidente della Commissione Lavoro del Senato Maurizio Sacconi, Ncd - noi chiediamo una delega di riforma innovativa dello Statuto dei Lavoratori». «Se vogliamo che la delega venga approvata entro i tempi stabiliti - gli replica Cesare Damiano, Pd, presidente della “Lavoro” a Montecitorio - non bisogna appesantirla con richieste non ricevibili, come l’abolizione dell’articolo 18 e la totale riscrittura dello Statuto».
Difficile mediare tra questi due ex-ministri del Lavoro che non sono d’accordo pressoché su nulla. A sentire Filippo Taddei, responsabile economico del Pd e persona vicina al premier, la scelta di Renzi si baserà soprattutto sull’esigenza di fare presto. «Stiamo spingendo al massimo - spiega Taddei - il nostro obiettivo è quello di “incastrare” l’esame del Jobs Act nei due rami del Parlamento con la discussione della Legge di Stabilità». E per essere veloci bisogna evitare complicazioni eccessive. «Alcuni vorrebbero affermarsi politicamente con ampie revisioni dello Statuto dei Lavoratori nella delega - continua Taddei, parlando chiaramente di Ncd - che sono però tecnicamente impossibili».
Ecco dunque il prevalere di una strategia prudente per la delega. Che - ricordiamo - stabilisce solo le linee generali, i paletti, della (ennesima) riforma delle regole del mercato del lavoro. Una volta approvata la legge dal Parlamento, al governo spetterà il compito di definire i dettagli delle nuove regole rispettando quei paletti. Se prevarrà la linea della «riforma veloce e leggera», sul tema dei licenziamenti e dei nuovi contratti dunque non ci sarà l’abolizione dell’art. 18, ma la nascita di un nuovo «contratto d’inserimento a tutele crescenti» riservato agli under 35 e agli over 50. Prevederebbe la licenziabilità per i tre anni di «prova» e un salario lievemente ridotto. Ma se l’azienda confermerà il lavoratore avrà uno sgravio Irap o contributivo che lo renderà il contratto più conveniente in assoluto. Per andare incontro alle richieste di imprese e Ncd, si aprirà al possibile controllo a distanza dei lavoratori da parte delle imprese. E sarà consentito il demansionamento, limitando però la perdita salariale per il lavoratore. Al Pd piacerebbe inserire anche una riforma delle regole della rappresentanza sindacale in azienda e la definizione di un compenso orario minimo per i lavoratori non contrattualizzati, ma è difficile. E - peraltro - Matteo Renzi potrebbe cambiare idea e stracciare il «quasi-accordo» sulla riforma.
ROMA — Siglare una pace duratura entrando nella segreteria di Renzi oppure restare fuori, continuando a fare il controcanto al governo? È questo il dilemma della minoranza del Pd, che entro poche ore dovrà scegliere se accettare o meno qualche posto nell’organismo che il segretario-premier annuncerà giovedì in direzione. Nell’Area riformista guidata da Roberto Speranza ci sono opinioni discordanti. La gran parte dei bersaniani (e dei dalemiani) preme per accettare gli incarichi lasciati liberi dai ministri Boschi e Madia, dal sottosegretario Lotti e dal responsabile dell’organizzazione Bonaccini, che si è candidato alle primarie dell’Emilia. Ma l’ala dura della corrente resiste e attacca. L’accordo è vicino. Eppure, come sempre nel mondo di Renzi, le sorprese non sono escluse.
«Se non risolviamo le differenze di fondo non credo sia possibile parlare di segreteria unitaria» è la posizione di Stefano Fassina, uno dei più critici a sinistra. L’ex viceministro chiede di conoscere i punti programmatici e conferma che nella minoranza «ci sono delle differenze». Per lui 20 miliardi di tagli alla spesa, liste bloccate e abolizione dell’articolo 18 sono tre punti «inaccettabili». E a Matteo, che da Bologna ha zittito i dissidenti, Fassina risponde: «Renzi più che ai gufi dovrebbe guardare con preoccupazione agli struzzi. A chi mette la testa sotto la sabbia dicendo che va tutto bene».
Ragionamenti che rischiano di innervosire il leader. Che senso ha aprire la segreteria ai «buoni» della minoranza se poi, da fuori, i «duri» continuano a criticare? I renziani chiedono garanzie e, specularmente, le invocano i bersaniani. «Non ci interessa fare da carta da parati — avverte Alfredo D’Attorre —. Le nostre posizioni critiche su austerità, Europa, lavoro e legge elettorale vengono riconosciute, o le si considera come il tentativo di esercitare dei veti?». In soldoni la minoranza vuole una segreteria politica vera e propria e non uno «staff» del segretario allargato, per gentile concessione, agli oppositori interni.
Si tratta a oltranza, non senza incertezze e reciproche diffidenze. «Avremo una nuova segreteria, se sarà unitaria lo vedremo — ha dichiarato all’Unità il presidente Matteo Orfini —. Dipende dal segretario e dalla volontà delle minoranze, se accetteranno la sfida comune». Pippo Civati si è tirato fuori, eppure al Nazareno assicurano che i contatti non sono interrotti. Enrico Letta non chiede nulla per nessuno. Beppe Fioroni scambia sms con il segretario, ma anche lui si va convincendo che gli convenga tenersi le mani libere: «Non siamo interessati né a sgabelli né a ruoli, per noi ha senso entrare se abbiamo il diritto di dire la nostra da cattolici democratici».
La prima questione è il programma. La seconda, altrettanto importante, sono gli incarichi. «Renzi non ha intenzione di concedere granché», ammette un fedelissimo del leader. E i vertici della minoranza hanno capito l’antifona: le caselle chiave dell’organizzazione e degli enti locali resteranno ben salde nelle mani del «capo». L’idea di Renzi è quella di rafforzare la vicesegreteria offrendo a Lorenzo Guerini uno dei due incarichi, il che darebbe all’ex sindaco di Lodi i poteri di un reggente. Ma nulla è ancora deciso, le ultime tessere del puzzle andranno a posto dopo l’incontro di Renzi con Speranza, in agenda per oggi. «Entrare non è obbligatorio. Chi sta in segreteria — spiega la linea Paolo Gentiloni — non lo fa per combattere il premier, ma per condividere responsabilità esecutive». Una nuova segreteria è anche una questione di numeri. I posti che Renzi ha offerto a chi ha perso il congresso sono quattro. I bersaniani ne chiedono tre e i cuperliani due. Il conto dunque non torna e i primi insistono perché Gianni Cuperlo accetti di avere in segreteria un solo esponente della sua area. Un quinto posto, quello di Federica Mogherini, potrebbe andare all’Areadem di Dario Franceschini.
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