venerdì 10 ottobre 2014
Anche la simpatica Boldrini è entusiasta di Piketty: qualcosa vorrà dire
L’economista francese ormai è più popolare di Tsipras, suscita brividi nella minoranza del Pd parlando di tasse e patrimoniali
di Stefano Feltri
il Fatto 10.10.14
Vi
ricordate Alexis Tsipras? Il greco è storia vecchia, per la stagione
autunno-inverno la sinistra italiana ha scelto un altro campione, anche
questo importato: Thomas Piketty. Ora che la Bompiani ha finalmente
tradotto il suo “Il capitale nel XXI secolo”, uscito in Francia nel
2013, l’economista della parigina EHESS può diventare ufficialmente un
personaggio della politica italiana (e dunque un ospite dei talk, ieri
sera da Michele Santoro). Ha le stesse caratteristiche che hanno reso
popolare Tsipras: sulla quarantina, capello corvino, spalle larghe,
camicie aperte e niente cravatta, inglese ruspante e – a tratti –
incomprensibile.
Alla Camera, ieri, Piketty sembrava l’ultimo argine
contro l’avanzata del renzismo culturale (quello del TINA, There is no
alternative, non c’è alternativa). Il deputato Pd Stefano Fassina, assai
poco renziano, ha portato Piketty a Montecitorio: in sala oltre 400
persone, presenza obbligata per chi voleva marcare la distanza dal
premier nei giorni dell’articolo 18. Massimo D’Alema è in prima fila,
Gianni Cuperlo in piedi, Corradino Mineo nelle retrovie a commentare il
libro (che lui, sottolinea, ha anche letto). C’è pure Renato Brunetta,
compiaciuto di interloquire con il “collega Piketty”.
STEFANO FASSINA
spiega che il lavoro di Piketty è importante perché smonta l’idea della
trickle down economics, lo sgocciolamento del benessere dai ricchi che
si arricchiscono ai poveri che diventano un po’ meno poveri. Nelle
analisi dell’economista francese, invece, la disuguaglianza è destinata a
crescere sempre: la ricchezza finanziaria cresce sempre più rapidamente
dell’economia reale (e quindi dei salari), alla faccia dei rendimenti
decrescenti predicati da Karl Marx, predecessore che in vita ha avuto
assai meno successo di Piketty.
L’oratoria non è la dote migliore
dell’economista francese, che è uomo di numeri e serie storiche
(contestate dal Financial Times, che ha trovato alcuni errori). Ma il
messaggio arriva chiaro: la ricchezza dei privati era poco più di due
volte e mezzo il reddito nazionale negli anni Settanta ed è arrivata a
oltre sette volte all’inizio della crisi finanziaria. Solo nel breve
intervallo tra la Seconda guerra mondiale e gli anni Ottanta del
liberismo reaganiano (e thatcheriano e craxiano) la disuguaglianza è
diminuita. Ma gli ideali socialdemocratici e le politiche di welfare
state non avevano domato la spinta del capitalismo a polarizzare la
ricchezza, semplicemente si erano create condizioni irripetibili: spesa
pubblica post-bellica, fortune spazzate via dalle bombe e dagli
stravolgimenti politici, grandi opportunità di lavoro nella
ricostruzione. Ora siamo tornati a una struttura ottocentesca, dove
conta più un buon matrimonio che una buona università.
NUMERI E SLIDE
non bastano a spiegare la presa di Piketty sulla sinistra del Pd. A
guardare i leader che lo ascoltano si capisce che è più una questione di
linguaggio: il professore può pronunciare parole come “patrimoniale” e
“redistribuzione” che a Roberto Speranza o Pier Luigi Bersani ormai sono
proibite. Si avverte un brivido in platea ogni volta che Piketty dice
“imposte progressive”. Gli ex comunisti triturati dal renzismo escono
con un sorriso di beatitudine. Unica polemica: l’economista Veronica de
Romanis: “Professor Piketty, trova normale che in un convegno sulla
disuguaglianza tutte le prime file siano riservate ai politici,
lasciando gli spettatori normali in piedi? ”. E lui: “Sono desolato”.
Boldrini, l’equità e la preferenza per Piketty
di Francesca Basso
Corriere 10.10.14
Era
luglio e la presidente della Camera, Laura Boldrini, sottolineava che
«l’1% della popolazione mondiale possiede ben la metà delle risorse
disponibili, mentre la metà più povera ha accesso ad appena l’1% della
ricchezza». Citava, anche se non espressamente, il tema delle
diseguaglianze connaturate al capitalismo, che sono il cuore del saggio
dell’economista francese Thomas Piketty (foto sopra), esposte nel suo
libro «Il Capitale del XXI secolo» (Bompiani). Nei mesi scorsi l’opera
ha ottenuto un grande successo internazionale e ha diviso gli
economisti. Il Financial Times lo ha criticato duramente e ha contestato
i dati citati nel saggio. Ieri l’incontro alla Camera di Boldrini con
l’ex consigliere economico di Ségolène Royal, alla presentazione del
libro. Boldrini ha riconfermato la sua stima: «Ci tengo a sottolineare
la ferma convinzione del professor Piketty, che personalmente condivido,
sulla capacità della politica di cambiare l’andamento delle cose, di
incidere sulla realtà, di modificare le dinamiche economiche e sociali
per correggere disfunzioni e criticità. La corposa documentazione e i
riscontri con i quali il professor Piketty ha sostenuto le sue tesi,
rendono chiaro che, negli ultimi decenni l’analisi economica e gli
orientamenti delle istituzioni sono stati segnati dall’obiettivo di
ampliare gli spazi di mercato e di ridimensionare l’incidenza della
politica».
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