Il concorso al contrario per professori Vale meno chi viene da Harvard o Yale
lunedì 27 ottobre 2014
Da Stella senza Rizzo nuove palate di merda sull'Università pubblica italiana
Che non ne ha bisogno - soprattutto da parte di chi pensa a sostituirla con un modello anglosassone - perché già si fa tanto male da sola [SGA].
Il concorso al contrario per professori Vale meno chi viene da Harvard o Yale
Il concorso al contrario per professori Vale meno chi viene da Harvard o Yale
di Gian Antonio Stella Corriere 27.10.14
Anche l’ultimissimo «World University Ranking» del Times Higher
education vede nelle prime 200 addirittura 74 università statunitensi,
29 britanniche, 12 tedesche, 11 olandesi, 8 canadesi, 8 australiane, 7
svizzere, 7 francesi, 5 giapponesi, 4 turche (quattro!) e una sola
italiana. Cioè la Normale di Pisa che si piazza al 63º posto e, nella
classifica pro capite, tenendo conto del numero degli studenti, starebbe
molto più in alto. Seguono, nella seconda fascia, l’ateneo di Trieste e
la Bicocca di Milano: nelle prime 250, a dispetto di tutte le vanità
sulla «patria della cultura», non abbiamo altro.
Domanda: allora come mai, se le università italiane sono così scarse, i
nostri ragazzi appena mettono il naso al di là della frontiera fanno
spessissimo un figurone in tutto il mondo? Risposta: perché
evidentemente, nonostante tutti i difetti, tutti i concorsi truccati,
tutte le Parentopoli, nelle nostre aule si insegna e si impara meglio di
quanto si pensi. Il problema della reputazione, però, resta. Ed è
pesante: come possiamo rassegnarci ad avere tra le prime 400 università
d’Europa solo 17 italiane?
Fatto sta che, non contentandosi di contestare la sacralità di queste
classifiche, l’Università del Salento ha deciso di andare oltre. E di
valutare di più i curriculum «caserecci» che non quelli di profilo
internazionale. Lo dice il bando di selezione «per la copertura di 16
posti di professore universitario di ruolo di 2ª fascia» firmato dal
rettore Vincenzo Zara.
Già il documento, va detto, è un capolavoro del delirio burocratese in
cui affoga l’Italia: prima di arrivare al nocciolo, la delibera vera e
propria, elenca infatti 42 «visto» e «vista» (da «vista la legge 23
agosto 1988 n.370 - esenzione dell’imposta di bollo…» a «vista la legge 9
maggio 1989 n.168-istituzione del ministero dell’Università…») più due
«considerato» e un «ritenuto» per un totale di 189 righe di logorrea
«codicillica». Il seguito, però, è perfino peggio.
Già alla prima delle cattedre messe in palio, infatti, quella di
Archeologia, il massimo riconosciuto per l’«attività di docenza svolte
in Italia» è di 20 punti, quello per le «attività di docenza e attività
di ricerca all’estero» compresi gli «incarichi o fellowship ufficiali
presso atenei e centri di ricerca esteri di alta qualificazione» e la
«partecipazione a convegni internazionali in qualità di relatore», solo
di 4. Cinque volte di meno.
Col risultato, ad esempio, che se un fuoriclasse celebre nel mondo come
Andrew Stewart, specializzato in «Ancient Mediterranean Art and
Archaeology», volesse prendersi lo sfizio di lasciare l’Università di
Berkeley per venire a Lecce (ammesso che fosse accettato nonostante il
passaporto straniero) avrebbe per la sua esperienza didattica 4 punti
rispetto ai 20 riconosciuti a un ipotetico professor Tizio Caio che
abbia insegnato in un’università telematica di Rocca Cannuccia. Assurdo.
Tanto più di questi tempi, coi docenti delle «telematiche» che paiono
(ma ci torneremo) moltiplicarsi miracolosamente.
E se può essere spacciato come una scelta sensata lo squilibrio (16
punti agli «italiani», cinque agli «stranieri») per la cattedra di
letteratura italiana contemporanea, anche se ci sono fior di stranieri
che la conoscono meglio di tanti italiani, appare folle la sproporzione,
ad esempio, per la cattedra di Econometria (20 punti a 10), di
«Meccanica applicata alle macchine» (30 punti a 10), di Botanica (20
punti a 5) o di «Misure elettriche ed elettroniche» dove lo squilibrio è
ancora quintuplo: 10 punti ai «casalinghi», 2 agli eventuali acquisti
dall’estero. Un terzo del punteggio che l’aspirante professore potrebbe
guadagnare dimostrando di sapere l’inglese! E non è tutto. Un
ricercatore ha generalmente un punteggio uguale a quello del
capo-ricerca e in alcune discipline perfino più alto. Peggio: a
«Progettazione industriale» chi ha avuto la «responsabilità scientifica
di progetti di ricerca, nazionali e internazionali ammessi al
finanziamento sulla base di bandi competitivi» ottiene un punto. Chi ha
solo partecipato ne ottiene nove! Che razza di criterio è?
Per carità: evviva l’Italia ed evviva gli italiani! Ma se all’estero
vanno a cercarli apposta gli stranieri (compresi moltissimi dei nostri,
soprattutto giovani) per dotare il proprio ateneo di una classe
accademica più variegata e internazionale e multiculturale possibile,
perché mai noi dobbiamo fare il contrario? A Flavia Amabile che ne ha
scritto nel blog de La Stampa , il direttore del dipartimento di fisica
leccese ha spiegato che era importante «avere personale docente con
esperienza didattica in Italia che possa da subito svolgere al meglio i
corsi e, eventualmente, ricoprire cariche accademiche» (testuale!) e che
c’era da «valorizzare i ricercatori (italiani e non) che in questi anni
di blocco dei concorsi hanno consentito il normale svolgimento delle
attività didattiche». Per carità, sarà anche vero… Ma all’estero come la
vedranno, questa faccenda? Ci farà guadagnare o perdere altri punti
nelle classifiche?
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