mercoledì 1 ottobre 2014

Di cosa parla Carlo Sini al bar


il buono della vita 

Preferire i piaceri fecondi a quelli materiali (ma il corpo vuole la sua parte)
Dagli epicurei a Kant, fede e ragione dibattono da sempre sul peso delle piccole gioie dell’esistenza

di Carlo Sini Corriere 1.10.14


Vivere bene e buon vivere non sono sinonimi. Nella prima espressione risuona un’eco severa che allude ai sensi ultimi dell’umana esistenza; nella seconda una più gioviale attenzione ai piaceri della vita, alle loro sia pure effimere consolazioni. Le due cose peraltro non si escludono e spesso dipendono, più che da ragioni tra loro in conflitto, dalle indoli accidentali delle persone. 
Non è escluso poi che l’una cosa segua l’altra. Agostino e Pascal pare che se la siano spassata non poco, prima della conversione e l’adesione a una più ascetica condotta di vita e anche Descartes, pur senza arrivare mai a digiuni o vigilie, cose lontane dal suo carattere «libertino» (come non pochi pensarono e ancora pensano che egli fosse), indubbiamente decise a un certo punto di abbandonare i piaceri della mondanità per dedicarsi alle severe soddisfazioni della scienza. 
Credo che si debba porre una differenza tra il mondo pagano e quello cristiano. Anche i filosofi, i retori, gli scrittori pagani denunciarono la futilità di una vita dominata dai piaceri dei sensi, di una vita a rischio di dissoluzione e di inconcludenza, ma questo non significò una condanna specifica dei bisogni e delle attenzioni rivolte al corpo: gli antichi non conoscevano la nozione cristiana di peccato e d’altra parte la cura del corpo era parte essenziale della ricerca della salute e della battaglia contro l’invecchiamento e la corruzione fisica. 
Consapevoli della precarietà della sorte umana, i saggi pagani non vedevano alcuna ragione plausibile nel negare al corpo piaceri, soddisfazioni e attenzioni sia pure moderati, secondo la regola aristotelica del giusto mezzo. Un esempio emblematico è quello degli epicurei: nel loro «giardino» non ci si abbandonava a orge o a dissolutezze, come i maligni sospettavano, ma a una oculata amministrazione dei piaceri, secondo due regole generali: il non rendersene mai schiavi, cioè mantenerne il controllo senza per questo inibirseli; il diminuirne la frequenza e la portata, sia per renderli più agevoli, sia per gustarne meglio la novità e la fragranza. Nel mondo moderno questo calcolo dei piaceri venne ripreso dalla scuola anglosassone degli utilitaristi: preferire a quelli puramente materiali i piaceri fecondi, i piaceri più elevati, poiché, sostenevano, è preferibile essere un Socrate malato, che un maiale soddisfatto. 
Nel mondo cristiano queste attenzioni rivolte ai piaceri del corpo ricorsero talora a un altro tipo di giustificazioni, decisamente un po’ disinvolte: si disse, da parte di alcuni, che era delittuoso e irriverente disprezzare le gioie della natura che il buon Dio dispensava ai suoi figli. Ma in generale la questione, molto variamente affrontata da uomini d’azione, uomini di chiesa, politici o artisti, per i filosofi si declinò per lo più nel segno di una saggia ricerca di equilibrio. In un certo senso il fine della realizzazione di una vita buona, dei suoi fini altamente morali e sociali, trovò in un buon vivere opportunamente modulato un mezzo, un aiuto e un legittimo ristoro. Né Spinoza, né Locke, né Kant si sarebbero complicata l’esistenza per accedere ai piaceri più sensuali: già la loro quotidiana dedizione al lavoro sarebbe stata in ciò un ostacolo insormontabile. Non risulta, per esempio, che abbiano fatto follie per i richiami del sesso o del denaro (sebbene la parsimonia di Kant fosse in proposito ben nota), ma amarono il decoro dei vestiti, il piacere del fumo o dei profumi, i diletti del teatro, le gioie occasionali della mensa come quelle della conversazione leggera e garbata. 
Il vero motivo di questa moderazione, più che nelle buone ragioni fatte valere in proposito, sta però, a mio avviso, in un fattore molto particolare, indice, a suo modo, non di una moderazione, ma anzi di un eccesso: questa è la invasiva ossessione della ricerca e l’ansia per la verità, per non dire della aspirazione a una fama imperitura. Certo, anche gli artisti sono divorati dalla passione; non pensano ad altro che al lavoro creativo, vivendo esistenze molto disordinate e dispendiose. Ma è anche vero che spesso accompagnano all’impegno fasi intermedie nelle quali si abbandonano a eccessi di genere opposto, cioè ai piaceri fisici: la stimolazione quasi morbosa della loro fantasia si prende una vacanza, come a ripristinare un equilibrio proprio nel corpo. 
I filosofi, a quanto pare, no e il motivo è ben comprensibile: anche loro conoscono giorni e notti di lavoro spossante, ma lo strumento essenziale della loro arte è la ragione, il pensiero lucido e attento. Forse prenderanno qualche stimolante (si dice che alcuni vi abbiano ricorso), ma la mente deve restare libera ed efficiente. Non è il caso di comprometterla per un piatto di lenticchie

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