giovedì 23 ottobre 2014

I manifesti del socialismo cecoslovacco in mostra a Lecce

Per il Manifesto, un'occasione troppo ghiotta per non spalare merda [SGA].



La propaganda è servita 

Mostre. «La faccia del potere»: i manifesti politici cecoslovacchi, esposti alle Manifatture Knos di Lecce

Federico Cartelli, il Manifesto LECCE, 23.10.2014 


Al mani­fe­sto poli­tico — canale mass­me­dia­tico datato e pre­va­lente dei regimi a par­tito unico — le Mani­fat­ture Knos di Lecce dedi­cano una rac­colta di imma­gini intrise di crea­ti­vità arti­stica e di pro­pa­ganda di stato. Poco meno di un cen­ti­naio di mani­fe­sti ori­gi­nali rea­liz­zati al tempo della cor­tina di ferro che sepa­rava le demo­cra­zie libe­ri­ste dell’Occidente dal blocco dei paesi socia­li­sti dell’Est euro­peo. Li ha col­le­zio­nati la ceca Kata­rina Gatia­lova, sto­rica dell’arte, per la mostra La fac­cia del potere, in occa­sione del ven­ti­cin­que­simo anni­ver­sa­rio della Rivo­lu­zione di vel­luto, non vio­lenta, che segnò la caduta del regime comu­ni­sta in Ceco­slo­vac­chia. La ras­se­gna pone in primo piano il rap­porto fra arte e poli­tica, ovvero l’uso e i con­di­zio­na­menti dell’attività arti­stica da parte del potere. Che dal 1948 al 1989 in Ceco­slo­vac­chia, come negli altri paesi dell’ex Patto di Var­sa­via, venne eser­ci­tata con una pesante influenza — di fatto una vera sor­ve­glianza armata — del «grande fra­tello» sovie­tico.
Attra­verso i mani­fe­sti poli­tici si ricava una let­tura di sto­ria, lunga 40 anni, del pen­siero unico domi­nante; al con­tempo, anche una sto­ria dei mani­fe­sti poli­tici. I quali via via nei decenni, fino all’abbattimento del Muro di Ber­lino nell’89, evi­den­ziano un affie­vo­li­mento del mes­sag­gio ideo­lo­gico di cui invece erano pre­gni ini­zial­mente. I mani­fe­sti sono cata­lo­gati per carat­te­ri­sti­che for­mali e con­cet­tuali. Se nel decen­nio ’50 i loro con­te­nuti risal­ta­vano di epi­cità per ogni avve­ni­mento, sia rela­tivo alla rico­stru­zione post­bel­lica sia al cre­scente svi­luppo dell’industria, nel decen­nio suc­ces­sivo com­pare un approc­cio meno con­di­zio­nato da idee pre­con­cette e già pro­iet­tato verso tema­ti­che alter­na­tive: a esem­pio la pace nel mondo (da con­qui­stare comun­que mediante l’uso delle armi) o l’esplorazione scientifico-spaziale con lodi sper­ti­cate agli astro­nauti (nuovi eroi della patria). Nei decenni ’70 e ’80 si regi­stra un ritorno alla pro­pa­ganda delle ori­gini, un riag­gan­cio agli sce­nari nazional-popolari in cui veni­vano costan­te­mente rap­pre­sen­tati i lea­der comu­ni­sti dai volti imbal­sa­mati già da vivi, le masse nelle piazze, le parate della mili­zia popo­lare e dei lavo­ra­tori in mar­cia con ban­diere rosse e stri­scioni: tutta l’iconografia tra­di­zio­nale del periodo. Ma è tardi, l’ideologia ha perso slan­cio e dina­mi­smo, gli slo­gan si bana­liz­zano in parole stan­tie e vuote: le imma­gini sono sì cor­re­date da frasi dida­sca­li­che ancora ad effetto, prive però di senso della realtà che intanto è già mutata.
La mostra è pre­or­di­nata secondo lo schema tem­po­rale pro­prio della pro­pa­ganda, rical­cando un calen­da­rio scan­dito dalle ricor­renze uffi­ciali di avve­ni­menti sto­rici dell’era comu­ni­sta. I mani­fe­sti, rela­tivi a cia­scun avve­ni­mento, sono rag­grup­pati nell’ambito di nove date. La sequenza prende avvio con la ricor­renza della set­ti­mana fra il 17 e il 25 feb­braio 1948. L’anno è quello del colpo di stato del par­tito comu­ni­sta ceco­slo­vacco, appog­giato dai sovie­tici, che portò all’assunzione del governo del paese e di potere incon­tra­stato per oltre 40 anni.
A marzo, l’8, viene cele­brata la figura della donna, alla quale, così come per i bam­bini, sono asso­ciati i temi della pace e del disarmo: durante i festeg­gia­menti si salu­tava l’operosità della popo­la­zione fem­mi­nile.
Cono­sciuta dap­per­tutto come gior­nata dei lavo­ra­tori, la ricor­renza del primo mag­gio pre­fi­gura parate e cor­tei per le strade di città e vil­laggi. Il 9 dello stesso mese, nel blocco socia­li­sta, è il giorno della vit­to­ria con­tro fasci­smo e nazi­smo, quindi la fine della seconda guerra mon­diale con la resa della Ger­ma­nia fir­mata l’8 mag­gio 1945. Il 29 ago­sto è un’altra data signi­fi­ca­tiva del periodo bel­lico: ricorda l’insurrezione nazio­nale durante l’occupazione tede­sca del ter­ri­to­rio slo­vacco nel 1944. L’avvenimento si con­cluse col sof­fo­ca­mento della rivolta armata del movi­mento di resi­stenza, ma la pro­pa­ganda comu­ni­sta mani­polò il dato sto­rico cele­brando l’insurrezione come una vit­to­ria.
Al 21 set­tem­bre si datano i festeg­gia­menti della stampa, della radio e della tele­vi­sione: per la pro­pa­ganda era l’occasione di auto­ce­le­brarsi mediante l’uso insi­stente dei mass media. Il giorno della nazio­na­liz­za­zione si com­me­mora il 28 otto­bre. Tutto ciò che era stato pri­vato, dalle fab­bri­che agli edi­fici per abi­ta­zioni, diventa pub­blico e inglo­bato nello stato. Infine i mani­fe­sti cele­bra­tivi dell’Ottobre rosso: la rivo­lu­zione bol­sce­vica rap­pre­senta la presa del potere nel 1917. Anche se l’insurrezione armata di Petro­grad porta la data del 25 otto­bre nel resto del mondo, per il calen­da­rio giu­liano in vigore in Rus­sia si faceva cor­ri­spon­dere al 7 novembre.

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