Nell’estate del 1981 sul tavolo di Emanuele Macaluso, allora alto dirigente del Pci, arrivò una strana richiesta del direttore di Panorama, Carlo Rognoni: scrivere un giallo da allegare al settimanale. Rognoni era rimasto colpito da un editoriale di Macaluso su Rinascita, dedicato a «I Santuari», che diede il titolo al giallo ripubblicato in questi giorni con una prefazione di Massimo Bordin da Castelvecchi (pp. 92, € 12), e contenente un’originale analisi delle forze oscure che solo tre anni prima avevano condizionato l’esito del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro. Il giallo doveva partire da lì, per mettere in evidenza, sotto forma di «racconto a chiave» ciò che era intuibile, ma non dimostrabile, dell’inquietante faccia nascosta della realtà italiana.
domenica 26 ottobre 2014
I Santuari: Aldo Moro, la DC, il PCI. Torna il romanzo a chiave di Emanuele Macaluso
Risvolto
«La Triade e i santuari hanno gestito le cose con il partito crociato,
per il partito crociato e per i suoi associati. Questo partito aveva un
solo avvenire basato sull’asse Moro-Mattarella la cui resistenza sarebbe
stata possibile soltanto con l’accordo con i comunisti sulla pelle
della Triade e dei santuari». Emanuele Macaluso, storico dirigente
comunista, in questo libro – un racconto a chiave, uscito per la prima
volta nel 1981 in allegato a «Panorama» e arricchito da una
introduzione-riflessione sul presente del Paese – accompagna il lettore
nei misteri d’Italia (di cui il delitto Moro è il punto più alto e
drammatico). Un romanzo che è in realtà un saggio sull’Italia degli anni
Settanta (e non solo). Un Paese dove la battaglia politica segue la
scansione degli scandali e si consuma tragicamente nell’eliminazione
degli avversari; dove la mafia, la massoneria e i servizi segreti danno
vita a un superpartito che gestisce le leve del potere e quelle
dell’economia. Nel racconto solo il protagonista, Angelo Panicola, è un
personaggio di fantasia: gli altri sono reali. Non hanno nome e sono
indicati con il ruolo che ricoprono. Il tema di fondo del «giallo» è il
ruolo delle classi dirigenti in Italia. Di cui Macaluso dà un giudizio
severissimo. E preoccupato. Perché oggi che non ci sono più i grandi
partiti, con una identità radicata e un progetto per la società, la
politica è più debole, e quindi i «circoli» sono più forti.
Macaluso, l’affaire Moro è un giallo a chiave
Scritto nell’81 dall’allora dirigente del Pci, ora ripubblicato: descrive un sistema che in fondo non è cambiato
di Marcello Sorgi La Stampa 26.10.14
Nell’estate del 1981 sul tavolo di Emanuele Macaluso, allora alto dirigente del Pci, arrivò una strana richiesta del direttore di Panorama, Carlo Rognoni: scrivere un giallo da allegare al settimanale. Rognoni era rimasto colpito da un editoriale di Macaluso su Rinascita, dedicato a «I Santuari», che diede il titolo al giallo ripubblicato in questi giorni con una prefazione di Massimo Bordin da Castelvecchi (pp. 92, € 12), e contenente un’originale analisi delle forze oscure che solo tre anni prima avevano condizionato l’esito del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro. Il giallo doveva partire da lì, per mettere in evidenza, sotto forma di «racconto a chiave» ciò che era intuibile, ma non dimostrabile, dell’inquietante faccia nascosta della realtà italiana.
Nell’estate del 1981 sul tavolo di Emanuele Macaluso, allora alto dirigente del Pci, arrivò una strana richiesta del direttore di Panorama, Carlo Rognoni: scrivere un giallo da allegare al settimanale. Rognoni era rimasto colpito da un editoriale di Macaluso su Rinascita, dedicato a «I Santuari», che diede il titolo al giallo ripubblicato in questi giorni con una prefazione di Massimo Bordin da Castelvecchi (pp. 92, € 12), e contenente un’originale analisi delle forze oscure che solo tre anni prima avevano condizionato l’esito del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro. Il giallo doveva partire da lì, per mettere in evidenza, sotto forma di «racconto a chiave» ciò che era intuibile, ma non dimostrabile, dell’inquietante faccia nascosta della realtà italiana.
La
tesi di Macaluso, tendenzialmente anti-dietrologo – scettico, cioè,
sulle diffuse scuole di pensiero che mirano a spiegare le opacità di
molti aspetti della vicenda italiana in termini di servizi segreti
deviati, pressioni internazionali, ingerenze di Stati stranieri – era
che sì, certamente questi agenti sotterranei intervenivano sul corso
degli eventi nazionali; ma il fondamento di tutto ciò non andava cercato
al di fuori del sistema, bensì al suo interno. E più specificamente
dentro la crisi della Democrazia cristiana, che per più di trent’anni –
in un contesto di lotta di correnti e di leadership alternativamente
emergenti e sconfitte – aveva retto gli equilibri del Paese. E da un
certo punto in poi aveva originato al suo interno una sorta di
«Superpartito», sciolto da qualsiasi controllo democratico come quelli a
cui, volenti o nolenti, i democristiani dovevano sottoporsi, e dominato
da una «Triade» di mafia, servizi segreti e massoneria, solidamente
radicata in Italia.
Una tesi come questa, che Macaluso aveva svolto
in termini realistici, indicando la crisi del centrosinistra a partire
dal 1968 e la nascita delle Regioni e di una nuova disinvolta classe
dirigente locale nel 1970 come punti di partenza della degenerazione del
sistema, ben si prestava in effetti a uno sviluppo giallo. Che l’autore
realizzò volentieri, come s’intuisce leggendolo, imitando un po’ lo
stile di Leonardo Sciascia e distribuendo nel suo racconto una serie di
personaggi indicati con qualifiche allusive ma perfettamente
riconoscibili da chiunque avesse avuto a che fare con la politica
italiana in quegli anni: il «Ministro Militare deferito», cioè Mario
Tanassi, il socialdemocratico responsabile della Difesa processato per
lo scandalo Lockheed; il «Ministro Mercantile inquisito», cioè Giovanni
Gioia, responsabile della Marina, prima ancora di Salvo Lima, che cadrà
per mano di killer mafiosi nel 1992, accusato di essere lo snodo tra
cosche e Dc; l’«Altro Siciliano accantonato», alias Franco Restivo, il
ministro dell’Interno dei giorni della strage di piazza Fontana,
bruscamente e inspiegabilmente messo da parte. E poi «Alta Finanza»,
cioè Michele Sindona, il finanziere fatto fuori in carcere dopo anni di
proficua amicizia con la corrente andreottiana, l’«Elemosiniere
ricercato» Giuseppe Arcaini, direttore di Italcasse e protagonista del
primo scandalo per il finanziamento illecito dei partiti, «Quello della
chimica esiliato», cioè Eugenio Cefis, presidente dell’Eni sparito a
sorpresa senza spiegazioni e rifugiatosi in Sudamerica, e così via.
Nel
racconto di Macaluso, e nel colorito bestiario che lo animava, ogni
personaggio aveva un suo ruolo e una sua responsabilità. Tal che
rileggere quella storia oggi, a trenta e più anni di distanza, serve a
farsi un’idea di un passaggio importante della storia recente: quando
appunto cominciò a deteriorarsi il potere senza alternative della Dc,
architrave della cosiddetta democrazia bloccata italiana, in cui il
bipolarismo era impedito dalla presenza del maggior partito comunista
dell’Occidente. E un assetto immutabile, che poteva sembrare eterno,
diede vita alla corruzione del sistema democratico che sarebbe arrivata
al terremoto della fine della Prima Repubblica.
Ma c’è un’altra
ragione per cui vale la pena di leggere, o di rileggere, il giallo di
Macaluso. Pur essendo strettamente ancorato a fatti e personaggi di
trent’anni fa, descrive un sistema che al fondo non è cambiato. In due
parole, Macaluso, sicilianamente, ha disegnato una metafora. E
Castelvecchi, ripubblicandola dopo tanto tempo, l’ha capita
perfettamente.
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