domenica 26 ottobre 2014

I Santuari: Aldo Moro, la DC, il PCI. Torna il romanzo a chiave di Emanuele Macaluso


coperitna di I santuariEmanuele Macaluso: I Santuari, prefazione di Massimo Bordin, Castelvecchi, pp. 92, € 12

Risvolto
«La Triade e i santuari hanno gestito le cose con il partito crociato, per il partito crociato e per i suoi associati. Questo partito aveva un solo avvenire basato sull’asse Moro-Mattarella la cui resistenza sarebbe stata possibile soltanto con l’accordo con i comunisti sulla pelle della Triade e dei santuari». Emanuele Macaluso, storico dirigente comunista, in questo libro – un racconto a chiave, uscito per la prima volta nel 1981 in allegato a «Panorama» e arricchito da una introduzione-riflessione sul presente del Paese – accompagna il lettore nei misteri d’Italia (di cui il delitto Moro è il punto più alto e drammatico). Un romanzo che è in realtà un saggio sull’Italia degli anni Settanta (e non solo). Un Paese dove la battaglia politica segue la scansione degli scandali e si consuma tragicamente nell’eliminazione degli avversari; dove la mafia, la massoneria e i servizi segreti danno vita a un superpartito che gestisce le leve del potere e quelle dell’economia. Nel racconto solo il protagonista, Angelo Panicola, è un personaggio di fantasia: gli altri sono reali. Non hanno nome e sono indicati con il ruolo che ricoprono. Il tema di fondo del «giallo» è il ruolo delle classi dirigenti in Italia. Di cui Macaluso dà un giudizio severissimo. E preoccupato. Perché oggi che non ci sono più i grandi partiti, con una identità radicata e un progetto per la società, la politica è più debole, e quindi i «circoli» sono più forti.


Macaluso, l’affaire Moro è un giallo a chiave
Scritto nell’81 dall’allora dirigente del Pci, ora ripubblicato: descrive un sistema che in fondo non è cambiato

di Marcello Sorgi La Stampa 26.10.14
Nell’estate del 1981 sul tavolo di Emanuele Macaluso, allora alto dirigente del Pci, arrivò una strana richiesta del direttore di Panorama, Carlo Rognoni: scrivere un giallo da allegare al settimanale. Rognoni era rimasto colpito da un editoriale di Macaluso su Rinascita, dedicato a «I Santuari», che diede il titolo al giallo ripubblicato in questi giorni con una prefazione di Massimo Bordin da Castelvecchi (pp. 92, € 12), e contenente un’originale analisi delle forze oscure che solo tre anni prima avevano condizionato l’esito del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro. Il giallo doveva partire da lì, per mettere in evidenza, sotto forma di «racconto a chiave» ciò che era intuibile, ma non dimostrabile, dell’inquietante faccia nascosta della realtà italiana.

La tesi di Macaluso, tendenzialmente anti-dietrologo – scettico, cioè, sulle diffuse scuole di pensiero che mirano a spiegare le opacità di molti aspetti della vicenda italiana in termini di servizi segreti deviati, pressioni internazionali, ingerenze di Stati stranieri – era che sì, certamente questi agenti sotterranei intervenivano sul corso degli eventi nazionali; ma il fondamento di tutto ciò non andava cercato al di fuori del sistema, bensì al suo interno. E più specificamente dentro la crisi della Democrazia cristiana, che per più di trent’anni – in un contesto di lotta di correnti e di leadership alternativamente emergenti e sconfitte – aveva retto gli equilibri del Paese. E da un certo punto in poi aveva originato al suo interno una sorta di «Superpartito», sciolto da qualsiasi controllo democratico come quelli a cui, volenti o nolenti, i democristiani dovevano sottoporsi, e dominato da una «Triade» di mafia, servizi segreti e massoneria, solidamente radicata in Italia.
Una tesi come questa, che Macaluso aveva svolto in termini realistici, indicando la crisi del centrosinistra a partire dal 1968 e la nascita delle Regioni e di una nuova disinvolta classe dirigente locale nel 1970 come punti di partenza della degenerazione del sistema, ben si prestava in effetti a uno sviluppo giallo. Che l’autore realizzò volentieri, come s’intuisce leggendolo, imitando un po’ lo stile di Leonardo Sciascia e distribuendo nel suo racconto una serie di personaggi indicati con qualifiche allusive ma perfettamente riconoscibili da chiunque avesse avuto a che fare con la politica italiana in quegli anni: il «Ministro Militare deferito», cioè Mario Tanassi, il socialdemocratico responsabile della Difesa processato per lo scandalo Lockheed; il «Ministro Mercantile inquisito», cioè Giovanni Gioia, responsabile della Marina, prima ancora di Salvo Lima, che cadrà per mano di killer mafiosi nel 1992, accusato di essere lo snodo tra cosche e Dc; l’«Altro Siciliano accantonato», alias Franco Restivo, il ministro dell’Interno dei giorni della strage di piazza Fontana, bruscamente e inspiegabilmente messo da parte. E poi «Alta Finanza», cioè Michele Sindona, il finanziere fatto fuori in carcere dopo anni di proficua amicizia con la corrente andreottiana, l’«Elemosiniere ricercato» Giuseppe Arcaini, direttore di Italcasse e protagonista del primo scandalo per il finanziamento illecito dei partiti, «Quello della chimica esiliato», cioè Eugenio Cefis, presidente dell’Eni sparito a sorpresa senza spiegazioni e rifugiatosi in Sudamerica, e così via.
Nel racconto di Macaluso, e nel colorito bestiario che lo animava, ogni personaggio aveva un suo ruolo e una sua responsabilità. Tal che rileggere quella storia oggi, a trenta e più anni di distanza, serve a farsi un’idea di un passaggio importante della storia recente: quando appunto cominciò a deteriorarsi il potere senza alternative della Dc, architrave della cosiddetta democrazia bloccata italiana, in cui il bipolarismo era impedito dalla presenza del maggior partito comunista dell’Occidente. E un assetto immutabile, che poteva sembrare eterno, diede vita alla corruzione del sistema democratico che sarebbe arrivata al terremoto della fine della Prima Repubblica.
Ma c’è un’altra ragione per cui vale la pena di leggere, o di rileggere, il giallo di Macaluso. Pur essendo strettamente ancorato a fatti e personaggi di trent’anni fa, descrive un sistema che al fondo non è cambiato. In due parole, Macaluso, sicilianamente, ha disegnato una metafora. E Castelvecchi, ripubblicandola dopo tanto tempo, l’ha capita perfettamente.

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