Chris Wickham: L’eredità di Roma. Storia d’Europa dal 400 al 1000 d.C. , Laterza
Risvolto
Dopo il crollo dell’impero romano d’Occidente, dal V al X secolo, sullo
sfondo di un’Europa ampia che va dall’Irlanda a Costantinopoli e alla
Russia, dalla Scandinavia a tutta l’area mediterranea, si incontrano, si
scontrano, si organizzano popoli diversi come i Goti, i Franchi, i
Vandali, i Bizantini, gli Arabi, i Vichinghi. Sono loro i protagonisti
dell’Occidente post-romano, dell’impero bizantino e degli imperi
d’Oriente, dell’impero carolingio e post-carolingio. Saranno loro a dare
una nuova forma al mondo dopo Roma: tutti si dovranno confrontare con
la sua eredità, mediandola, traendone spunto, rinnegandola. Solo dopo
sei secoli dal tracollo dell’impero, l’ombra di Roma comincerà così
lentamente a scomparire.
L’alto Medioevo è stato spesso ridotto dalla storiografia tradizionale a
puro intermezzo temporale tra l’impero romano e l’alba del
Rinascimento, o all’opposto esaltato come origine quasi mitica delle
identità nazionali europee. Per la prima volta un grande storico
restituisce la complessità, i cambiamenti sociali, politici, culturali
di un pezzo di storia spesso trascurato, dove l’Europa odierna affonda
le sue radici.
Niente Europa nell’anno MilleÈ assurdo cercare nell’alto medioevo mitiche origini delle identità moderne
di Paolo Mieli Corriere 27.10.14
L’Europa è senza passato. Chiunque nell’anno Mille avesse cercato i
segni di una futura industrializzazione non avrebbe mai scommesso
sull’economia delle regioni renane o dei Paesi Bassi, quanto piuttosto
su quella dell’Egitto. E parlare di futuro sviluppo del Lancashire
sarebbe sembrato a tutti uno scherzo. È quel che fa notare Chris Wickham
in un importante libro, L’eredità di Roma. Storia d’Europa dal 400 al
1000 d.C. , pubblicato da Laterza nell’ottima traduzione di Renato
Riccardi. Sono dunque poco seri quelli che parlano di quei tempi
definendoli «albori dell’Europa». Wickham spiega di aver fatto
riferimento all’anno 1000 per il fatto che «l’eredità di Roma» nel
continente durò all’incirca fino a quell’anno e poi, «dopo quella data,
la sua ombra, lentamente, scomparve». Inoltre «perché», afferma, «nel X
secolo volevo analizzare le divergenze tra gli Stati che subentrarono a
quello carolingio», soprattutto tra l’Inghilterra post-alfrediana
(Alfredo era stato il re del Wessex, morto nell’899, che aveva
combattuto contro i Danesi e dato inizio al processo di unificazione del
suo Paese) e l’Impero bizantino. Senza aggiungere, nell’XI secolo, la
stagione dei Turchi selgiuchidi, la riforma gregoriana (cioè della
Chiesa ai tempi di Gregorio VII, Ildebrando di Soana) e «l’inizio del
grandioso racconto che ha come faro il progresso morale». Nondimeno «non
sembra irragionevole» rilevare proprio in quegli anni «un cambiamento
fondamentale nelle categorie del potere politico, anche se solo in
alcune parti d’Europa». Ma dell’Europa come tale è pressoché impossibile
rintracciare lì una coerente storia originale.
L’Europa altomedievale, denuncia Wickham, è stata oggetto di «ripetuti
fraintendimenti», che ce ne hanno dato «una falsa immagine». L’alto
Medioevo è stato collocato all’origine di un tale numero di Stati
nazionali europei «da aver acquisito una portata mitica per gli storici
di tutte le generazioni da quando, all’inizio del XIX secolo, il
nazionalismo è diventato una possente visione politica». È stata
prodotta una gran mole di libri «che vanno a caccia di germi di una
futura identità nazionale o europea, della quale si afferma l’esistenza
nel 1000 in Francia, Germania, Inghilterra, Danimarca, Polonia, Russia».
Il tutto per dare fittizi alberi genealogici ad identità nazionali che
sono venute alla luce secoli dopo. Come se gli storici fossero diventati
studiosi di araldica alla ricerca di stemmi e blasoni in grado di
fornire lustro ai titoli nobiliari dei propri Stati.
La storia altomedievale in questo modo è diventata parte di una
teleologia, vale a dire «la lettura della storia alla luce di quello che
(magari inevitabilmente) ne è seguito, come incamminata cioè verso
qualcosa che spieghi perché noi — inglesi, italiani, europei
(occidentali) — “siamo i migliori”». O quanto meno, «per comunità non
eccessivamente compiaciute di sé», perché «siamo diversi». Tanto più che
la scarsità di documentazione consente ricostruzioni di fantasia e fa
sì che gli storici più seri facciano fatica a mettere scientificamente
in discussione questo genere di ricostruzioni. Ma quelle di stampo
nazionalistico, afferma Wickham, sono sempre «letture falsate». Anche
quando — e può capitare — siano basate su dati non scorretti.
In spirito di onestà intellettuale si può, anzi «si deve», affermare che
l’Europa non nacque nell’alto Medioevo. Nel 1000, fatta eccezione per
il debolissimo senso di comunità che univa i territori cristiani,
nessuna identità comune teneva assieme la Spagna alla Russia, l’Irlanda
all’Impero bizantino (che comprendeva gli attuali Balcani, Grecia e
Turchia). Non esisteva «nessuna comune cultura europea». Né vi era alcun
segno che l’Europa, in un futuro ancora piuttosto lontano, si sarebbe
sviluppata a tal punto, economicamente e militarmente, da poter dominare
il mondo. In termini politico militari, «le estremità sud-orientali e
sud-occidentali dell’Europa, Bisanzio e al-Andalus (la Spagna musulmana)
vantavano gli Stati più importanti del continente», mentre nell’Europa
occidentale l’esperimento carolingio si era concluso con lo smembramento
di ciò che oggi sono Francia, Belgio, Germania occidentale, e con
questa dissoluzione era andata in frantumi l’entità politica egemone dei
quattrocento anni precedenti. Nell’anno 1000 lo Stato occidentale più
coeso, l’Inghilterra meridionale, era minuscolo. Ben più importante era
Bisanzio. Ma l’identità nazionale bizantina, denuncia Wickham, non è
stata molto considerata dagli storici, per il fatto che nessuno Stato
nazionale moderno discende in linea diretta da quell’Impero. Francia,
Germania e Spagna (sia quella cristiana che quella musulmana) non
avevano un’identità nazionale paragonabile a quella bizantina. L’idea di
una «nascita dell’Europa» così come quella della nascita, mille anni
fa, di gran parte delle future nazioni europee «è dunque non solo
teleologica, ma prossima a pura fantasia».
Di più, scrive Wickham: ogni lettura dell’Impero romano del V secolo in
ragione «dei fattori che condussero al suo crollo», o della Francia per
mettere in risalto ciò che portò al potere Carlo Magno, o dell’attivismo
papale del X secolo per definire «quel che ebbe come esito la riforma
gregoriana», o del dinamismo economico del mondo arabo nei termini
«della sua (presunta) sostituzione da parte degli italiani e poi dei
produttori e dei mercanti dell’Europa settentrionale», è una «lettura
del passato falsa». Proprio così: «falsa». Ma come è possibile che
questo genere di rappresentazioni abbia ancora corso? Perché i
«documenti» sono pochi e perciò stesso «integrabili» con ricostruzioni
solo apparentemente deduttive. Scrivere la storia dell’alto Medioevo,
sottolinea l’autore, «implica dunque una lotta permanente con la
scarsità delle fonti disponibili, giacché gli storici tentano senza
requie di trarne rappresentazioni sempre più articolate». Ed è «poco
saggio» prendere una qualunque fonte troppo alla lettera.
Il più prolifico dei cronisti altomedievali, Gregorio vescovo di Tours
(visse e fu attivo nella seconda metà del VI secolo), autore di una
lunga storia della Gallia franca in gran parte relativa ai suoi tempi,
nonché di numerose vite dei santi, fu anche un vivace protagonista
politico, con esplicite simpatie e antipatie tra i suoi contemporanei.
Oltretutto non fu quasi mai testimone diretto dei fatti di cui si
occupò. Talché si può tranquillamente affermare «che non c’è da credere a
ciò che Gregorio racconta». E in effetti «sarebbe impossibile sfuggire a
una tale conclusione anche perché, in questo caso, l’assenza di altri
riscontri per il periodo di cui scrive, significa che Gregorio è la sola
fonte per la maggior parte di quel che afferma a proposito della Gallia
del suo secolo». Si deve riconoscere che «se anche tutte le
affermazioni di Gregorio fossero invenzioni — e raffinate invenzioni,
fatte per di più a scopi edificanti — nondimeno egli scriveva in modo
realistico». I suoi resoconti sono perciò preziosi. Ma non vanno presi
alla lettera.
Inoltre, la storia come la conosciamo è il frutto di una tradizione
storico-giuridica e, sino alla metà del XX secolo, si scriveva dando per
scontato che se una legge ordinava qualcosa, la popolazione aveva poi
adottato il comportamento prescritto. Ma «se questo non è vero per la
società contemporanea, con tutto il potere di coercizione a disposizione
del sistema giudiziario, è lecito pensare che dovesse essere molto meno
vero nell’alto Medioevo, quando gli Stati erano più deboli (sovente
molto deboli) e spesso era persino improbabile che le plebi conoscessero
quale legge un sovrano avesse emanato».
I valori attuali, scrive Wickham, il liberalismo, la secolarizzazione,
la tolleranza, il senso dell’ironia, l’interesse per le opinioni altrui,
per quanto superficiali possano essere nella nostra società, erano del
tutto assenti mille anni fa, o al meglio presenti solo allo stato
embrionale (come invero sono stati assenti dalla maggior parte delle
società del passato). Nell’alto Medioevo, com’è ovvio, «gli individui
avevano il senso dell’umorismo, ma quel che li divertiva (vale a dire il
dileggio e i giochi di parole grossolani) non li avvicina affatto alla
nostra esperienza: certamente usavano l’ironia, ma di solito era
piuttosto feroce e sarcastica». Quasi tutti gli scrittori dell’epoca,
persino i rigoristi religiosi che si rifacevano all’egualitarismo della
teologia del Nuovo Testamento o del Corano, «davano per scontata
l’immutabilità della gerarchia sociale e l’innata virtù morale del ceto
aristocratico dal quale per la gran parte venivano». Il «servilismo
verso i socialmente superiori» e «la compiaciuta coartazione dei
socialmente inferiori» erano condotte considerate normali e persino
virtuose; così come l’assunto generale («per quanto è dato vedere»)
dell’intrinseca superiorità degli uomini sulle donne. Non c’era ombra di
razzismo, ma «la generalizzata credenza sciovinistica che gli stranieri
fossero inferiori e stupidi ne faceva abbondantemente le veci».
Sulla base di queste osservazioni, Wickham si è persino posto il
problema di immaginare con quale scrittore tardoantico o altomedievale
avrebbe avuto piacere a intrattenersi ed è stato capace di individuare
solo cinque nomi: Teodoreto di Cirro, Gregorio Magno, Eginardo, «forse»
Braulio di Saragozza e, «con minore entusiasmo», Agostino, «per la
notevole intelligenza e consapevolezza di sé, non per la tolleranza».
Tutto questo, però, rende, a suo avviso, ancora più interessante lo
studio della seconda metà del primo millennio. Interesse provocato
proprio dalla distanza anziché dalla vicinanza tra il Medioevo e i tempi
nostri. È in quell’epoca che si ha la prima e la più decisiva rottura
della storia: lo smembramento dell’Impero romano d’Occidente. Anche se,
sottolinea Wickham, «la vecchia immagine di una cultura romana spazzata
via dalla vitale barbarie germanica è irrimediabilmente superata». Il
corrispettivo orientale della rottura del V secolo «è costituito dal
culmine della conquista araba del 636-51, fatto che aprì due secoli di
crisi per il mondo romano bizantino, spingendo Bisanzio, in via
duratura, verso una diversa traiettoria politica, di maggiore
centralizzazione e militarizzazione». Naturalmente «il califfato arabo
era del tutto nuovo, anche se è possibile sostenere che le sue radici
strutturali fossero altrettanto romane di quelle dei bizantini». La
ricchezza del califfato e la debolezza dello Stato bizantino del VII
secolo («per non parlare dei regni occidentali») spostarono «l’epicentro
della politica molto più ad est di quanto non fosse stato da quasi un
millennio a quella parte: dapprima in Siria e poi, dopo il 750, in Iraq.
E quando, dopo l’800, nel Mediterraneo riprese vitalità il commercio a
medio raggio, il centro di tali attività economiche era l’Egitto».
E siamo così al punto da cui abbiamo preso le mosse: mille anni fa non
c’era traccia dell’Europa come la intendiamo oggi e se si può
considerare che qualcosa si muovesse verso la modernità, ciò accadeva
sulle coste settentrionali dell’Africa. Quanto all’affermarsi di una
«prassi politica di esplicito contenuto moralizzatore», però, se ne
possono cogliere i segni nel secolo che va dal 780 all’880 nella Spagna
visigota e nell’esperienza di Carlo Magno e dei suoi successori. I
Carolingi, afferma Wickham, «strinsero tra lo Stato e una Chiesa
semiautoritaria un legame che per due secoli divenne la norma
nell’Occidente latino, sino a che i Papi, da Gregorio VII (1073-1085) in
avanti, cercarono nuovamente di scioglierlo». Tentativo «riuscito solo
in parte e poi ribaltato nell’Europa settentrionale dalla Riforma del
XVI secolo». Inoltre i Carolingi furono all’origine dell’assunto secondo
il quale «i re e i loro atti potrebbero e dovrebbero venir controllati
dagli ecclesiastici sotto il profilo morale, la qual cosa già a partire
dal IX secolo fu fonte di numerosi problemi per sovrani quali Ludovico
il Pio e Lotario II, e avrebbe continuato ad esserlo ancora a lungo per
molti dei loro successori in Europa». Si può aggiungere che l’Impero
bizantino e il califfato furono certamente «pari ai Carolingi quanto a
baldanza religiosa, ma nessuno dei grandi imperi orientali avvertì allo
stesso modo l’urgenza di un programma analogo a quello carolingio».
Per questi motivi è di estrema importanza definire la questione delle
«radici cristiane» di un’Europa che, senza quelle radici, resterebbe
senza alcun passato. Senza contare la rottura che è rappresentata dalla
fine del mondo carolingio: «non tanto il venir meno dell’unità del
sistema politico franco tra la metà e la fine del IX secolo (unità che
nessuno, persino all’epoca, pensava potesse durare), quanto piuttosto il
disintegrarsi, intorno all’anno 1000, delle stesse strutture di potere
pubblico» da ogni parte di quel sistema. Ed è anche per questo che è
impossibile rintracciare nella storia di mille anni fa segni coerenti di
quel che sarebbe venuto — per decisione politica — dieci secoli dopo.
Una nascita poco visibileSaggi. Nel suo «L’eredità di Roma. Storia d’Europa dal 400 al 1000», Chris Wickham non sposa nessuna teoria, ma indaga a fondo un periodo spesso poco conosciuto e maltrattato nell'immaginario comuneMarina Montesano, il Manifesto 20.1.2015
Quando è nata l’Europa, o meglio il concetto d’Europa? Non nell’alto medioevo e tanto meno al tempo di Carlo Magno, per molti padre della patria europea. Si tratta, sostiene Chris Wickham nel suo L’eredità di Roma. Storia d’Europa dal 400 al 1000 (Laterza, pp.756, euro 38 euro), di costruzioni postume: nel corso dei secoli precedenti all’XI, fra Inghilterra e Sicilia, fra Boemia e penisola iberica nulla portava a riconoscere tratti comuni. Anche nell’ambito di regioni ugualmente convertitesi al cristianesimo, gli elementi di distanza (culturale, sociale, politica, linguistica) erano di gran lunga maggiori rispetto a quelli comuni.
Per contro, è opinione di molti storici che il periodo altomedievale non avrebbe fatto altro che raccogliere l’eredità di Roma, in una linea di continuità priva di brusche interruzioni con il tardoantico. Romàioi (in greco, letteralmente, «romani») erano d’altronde coloro che abitavano le terre soggette all’impero bizantino, che tanto gli europei occidentali quanto gli arabi chiameranno appunto così (Romània nel latino medievale, da cui anche i termini che in italiano indicano la «Romanìa» e la «Romagna»; e Rum in arabo). Nei secoli altomedievali, i rapporti fra Bisanzio e l’Europa latino-germanica furono altalenanti.
Un grave momento di rottura si ebbe verso la metà dell’XI secolo, quando Roma, dall’intesa con i bizantini contro i normanni italomeridionali, che all’epoca minacciavano militarmente la stessa Costantinopoli, cambiò alleanza passando dalla parte dei normanni. Su tale sfondo politico nel 1054 si consumò lo scisma fra le due Chiese, che ebbe come motivazione ufficiale una questione teologica (la disputa sul filioque) e, soprattutto, il fatto che ormai a Occidente si andava elaborando la dottrina del «primato di Pietro», cioè del vescovo di Roma, sulle altre sedi patriarcali (Costantinopoli, Antiochia, Alessandria, Gerusalemme) e quindi della sua egemonia sull’intera Chiesa, mentre i bizantini si mantenevano fedeli alla tesi d’una Chiesa conciliarmente guidata dai vescovi e strettamente controllata dal loro imperatore.
Secondo i «continuisti», la «caduta dell’impero d’Occidente» (come ordinariamente si usa chiamarla) non mutò granché delle effettive strutture profonde del mondo antico e poco incise sulle stesse istituzioni periferiche e municipalistiche, le quali sopravvissero più o meno a lungo e in molti casi — come nella penisola italica o nella Gallia del sud-est, la Provenza (dal latino Provincia) -, più che propriamente scomparire, andarono facendosi gradualmente meno visibili, ma si modificarono e restarono in qualche modo in vita fin a «risorgere» fra IX e X secolo: e tornano qui le contrapposte tesi della «continuità» e della «discontinuità-rottura». Secondo tale interpretazione, si può dire che quella del 476 in Occidente sarebbe stata – come l’ha definita un grande storico dell’antichità, Arnaldo Momigliano – «una caduta senza rumore».
Wickham non sposa una teoria o l’altra, non è né un «continuista» né un fautore della «rottura» a tutti i costi. Osserva tuttavia che le storie onnicomprensive dei secoli altomedievali (quelli che una parte della storiografia anglosassone indica ancora come Dark Ages) non sono molte, e soprattutto non sono recenti. Ecco allora che la sua Storia d’Europa dal 400 al 1000 riempie questo vuoto, e lo fa prendendo in considerazione in modo dettagliato, tanto in senso spaziale quanto in modo cronologico, gli scenari di quell’epoca. I territori della pars Occidentis dell’impero e le loro mutazioni post 476, il Mediterraneo bizantino, l’Europa musulmana, l’età carolingia e post-carolingia.
In ognuno di questi ambiti spazio-temporali si analizzano le tendenze della storiografia, mai però a discapito di una narrazione adatta anche ai non specialisti; così come l’ampia bibliografia di fonti e studi è uno stimolo, mai una barriera. Dalla lettura de L’eredità di Roma si esce dunque più informati e più aggiornati su un periodo tra i meno noti e considerati della storia di ciò che c’era prima (rifiutando Wickham l’idea di «radici») dell’Europa.
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