venerdì 10 ottobre 2014

Nord Corea: l'alternativa è tra il Manifesto e Razzi/Salvini?

Fuga dal campo 14
Blaine Har­den: Fuga dal Campo 14, Edi­zioni Codice, pp. 290, euro 16,90

Risvolto
Shin Dong-hyuk è l'unico uomo nato in un campo di prigionia della Corea del Nord ad essere riuscito a scappare. La sua fuga e il libro che la racconta sono diventati un caso internazionale, che ha convinto le Nazioni Unite a costituire una commissione d'indagine sui campi di prigionia nordcoreani. Il Campo 14 è grande quanto Los Angeles, ed è visibile su Google Maps: eppure resta invisibile agli occhi del mondo. Il crimine che Shin ha commesso è avere uno zio che negli anni cinquanta fuggì in Corea del Sud; nasce quindi nel 1982 dietro il filo spinato del campo, dove la sua famiglia è stata rinchiusa da decenni. Non sa che esiste il mondo esterno, ed è a tutti gli effetti uno schiavo. Solo a ventitré anni riuscirà a fuggire, grazie all'aiuto di un compagno che tenterà la fuga con lui, e ad arrivare a piedi e con vestiti di fortuna in Cina, e da lì in America. Questa è la sua storia. 


L’inferno concentrazionario di Shin Dong-hyuk 

Intervista. Parla il nord coreano Shin Dong-hyuk, ex-detenuto nel «Campo 14», simbolo di una società ridotta a annichilente universo concentrazionario. Il volume di Blaine Harden per Codice edizioni

Guido Caldiron, il Manifesto 10.10.2014 

L’ammissione delle auto­rità di Pyon­gyang è arri­vata a pochi giorni dalla con­clu­sione del viag­gio in Europa di Shin Dong-hyuk, l’unico pri­gio­niero che sia riu­scito a fug­gire dai campi di pri­gio­nia della Corea del Nord. Ieri, per la prima volta, un rap­pre­sen­tante del regime, il mini­stro degli Esteri Choe Myong Nam ha ammesso uffi­cial­mente l’esistenza di quelli che ha defi­nito come sem­plici «campi per la rie­du­ca­zione tra­mite il lavoro»: in realtà strut­ture in cui sono impri­gio­nate circa 200 mila per­sone, la cui sola colpa è di essere sol­tanto parenti o amici di chi ha osato opporsi o mani­fe­stare qual­che cri­tica al sistema dit­ta­to­riale instau­rato negli anni Cin­quanta da Kim Il Sung e giunto fino ai nostri giorni. Luo­ghi, da cui in pochi sono usciti ancora in vita.

Il paese asia­tico lungo i cui con­fini si con­sumò uno dei con­flitti fon­da­tivi della Guerra Fredda, oggi retto, forse, da Kim Jong-un, nipote del «Pre­si­dente eterno», vive immerso da oltre mezzo secolo in una cupa para­noia che cerca di esor­ciz­zare la fame e le mise­ria che dila­gano tra la popo­la­zione, impo­nendo un capil­lare sistema repres­sivo basato sul sospetto e la dela­zione. Il regime ha però sem­pre negato, mal­grado i ripe­tuti pro­nun­cia­menti in tal senso di Amne­sty Inter­na­tio­nal o dell’apposita com­mis­sione creata dalle Nazioni Unite, l’esistenza dei campi. Che ora ini­zia, timi­da­mente, ad ammet­tere.

Del resto, di fronte a docu­menti dram­ma­tici e straor­di­nari come Fuga dal Campo 14, il volume in cui l’ex cor­ri­spon­dente del Washing­ton Post dall’Asia, Blaine Har­den, ha rac­colto i ricordi di Shin Dong-hyuk, appena pub­bli­cato dalle Edi­zioni Codice (pp. 290, euro 16,90), è dif­fi­cile pen­sare che il mondo possa restare in silen­zio, come che il regime di Pyon­gyang possa con­ti­nuare a nascon­dersi die­tro la pro­pria «ragion di stato».

Figlio di pri­gio­nieri, nato nel 1982 nel Campo 14, uno dei più vasti e ter­ri­bili del sistema repres­sivo nor­d­co­reano, è grande quanto Los Ange­les ed è visi­bile su Goo­gle Maps ma il regime ne ha sem­pre negato l’esistenza, Shin Dong-hyuk riper­corre l’orrore quo­ti­diano di una vita segre­gata in cui ogni affetto o legame viene rigi­da­mente impe­dito — lui stesso finirà per denun­ciare la madre e sarà poi costretto ad assi­stere alla sua ese­cu­zione ad opera delle guar­die -, dove i pri­gio­nieri lavo­rano come schiavi, ad esem­pio nelle fab­bri­che di divise dell’esercito, sono costretti alla fame e ven­gono puniti anche solo per uno sguardo di troppo rivolto ai sor­ve­glianti. Non solo, in molti casi, come in quello della sua fami­glia, i pri­gio­nieri stanno pagando ancora oggi «colpe» come quella di un suo zio che tentò di rag­giun­gere la Corea del Sud alla fine degli anni Cin­quanta. Dopo 23 anni pas­sati in un simile inferno, Shin Dong-hyuk ha tro­vato il corag­gio di fug­gire, e si batte ora per far cono­scere il dramma dei campi di pri­gio­nia della Corea del Nord. 

Lei ha deciso di rac­con­tare cosa aveva vis­suto dopo molti mesi la sol­le­ci­ta­zione di Blaine Har­den. Perché? 

In realtà, ancora oggi, mal­grado la pub­bli­ca­zione del libro, fac­cio fatica a rac­con­tare fino in fondo la mia sto­ria, per­ché vor­rei poterla can­cel­lare, eli­mi­nare dalla mia memo­ria e della mia vita. Ho scelto di non farlo sol­tanto per­ché in Corea del Nord ci sono ancora tante per­sone che stanno vivendo ciò che io ho vis­suto in pas­sato: per dar loro una voce affin­ché il mondo si accorga della loro situa­zione e inter­venga.
Secondo lei per­ché il potere nor­d­co­reano ha deciso di eser­ci­tare un tale regime del terrore? 

Secondo me la dit­ta­tura della Corea del Nord ha potuto con­ti­nuare a resi­stere per oltre mezzo secolo solo gra­zie a que­sti campi di pri­gio­nia: non si tratta di un aspetto del modo in cui viene eser­ci­tato il potere, ma del cuore stesso del sistema che vige nel mio paese. Il fatto che tutti coloro che si sono oppo­sti o hanno anche sol­tanto mani­fe­stato opi­nioni diverse da quelle del regime, le loro fami­glie, i loro parenti, amici e spesso anche dei sem­plici cono­scenti siano finiti tutti nei campi, signi­fica che quei luo­ghi rap­pre­sen­tano il modo stesso in cui si vive lì. L’esistenza dei campi serve a imporre una disci­plina fer­rea, in nome del ter­rore, all’intera popo­la­zione nor­d­co­reana, anche a quella che non ci è mai passata. 

In que­sto senso, qual è il rap­porto tra il «den­tro» e il «fuori» dei campi: nato lì, per lei c’era dav­vero qual­cosa oltre que­sto luogo? 

Devo essere sin­cero: fin­ché sono rima­sto pri­gio­niero non ho mai nem­meno pen­sato che fuori ci potesse essere qual­cosa di diverso, di migliore. La vita nel campo era costruita in modo che non ci si ponesse nep­pure la domanda sul fatto che al di là del recinto ci fosse un mondo, un’altra vita. Il lavoro era tal­mente mas­sa­crante che non avevi nep­pure il tempo di pen­sare ad altro che al momento in cui ti sare­sti potuto fer­mare, a fine gior­nata. Per me che ero nato lì, quello era il solo «mondo» esi­stente, nel mio cuore non c’era spa­zio per nient’altro. Solo col tempo, i ricordi di qual­che altro pri­gio­niero, descritti a mezza bocca per il timore di essere sco­perti, hanno fatto nascere in me que­sta curio­sità per il «fuori». Ma, da solo, non ci sarei mai arri­vato e come me la mag­gior parte dei prigionieri. 

Sarà pro­prio gra­zie all’amicizia con un altro pri­gio­niero, Park Yong che nascerà il suo desi­de­rio di fug­gire: nel campo c’era spa­zio per gli affetti? 

Dif­fi­cile par­lare di affetti o ami­ci­zia all’interno del campo, visto che ognuno guar­dava solo alla pro­pria soprav­vi­venza ed era spinto dai guar­diani a spiare chi aveva vicino per segna­lare anche solo un’opinione dis­so­nante e trarre qual­che pic­colo bene­fi­cio da quella denun­cia. E que­sto riguar­dava anche le fami­glie: io stesso sono arri­vato a denun­ciare mia madre, pen­sando che fosse ciò dovevo fare. Il sistema di con­trollo che regnava nel campo pun­tava a disu­ma­niz­zare ogni dete­nuto. Però è vero che con Park Yong che era più grande di me e mi rac­con­tava della sua vita pas­sata fuori di lì prima che fosse arre­stato, era nato qual­cosa che oggi defi­ni­rei ami­ci­zia. È anche gra­zie alle sto­rie che mi rac­con­tava che, alla fine, ho deciso che in un modo o nell’altro sarei riu­scito a fug­gire da quell’inferno, che ho comin­ciato a sognare la libertà. Siamo fug­giti insieme, ma lui è morto ful­mi­nato dalla cor­rente elet­trica delle bar­riere del campo. 

Lei testi­mo­nia in tutto il mondo l’orrore del regime nor­d­co­reano e dei suoi campi di pri­gio­nia; si sente final­mente libero? 

Seb­bene siano pas­sati alcuni anni da quando sono riu­scito a fug­gire dal campo, non posso dire di assa­po­rare fino in fondo la libertà. Il punto è che per molti versi il mio pas­sato con­ti­nua a domi­narmi. Forse è un peso che dovrò por­tare per tutta la vita, di cui non sarò in grado di libe­rarmi mai del tutto. Io lotto ogni giorno per la libertà di chi ancora è pri­gio­niero in quei campi e per chi vive in Corea del Nord, ma non mi sento dav­vero libero, c’è sem­pre un’ombra che mi accom­pa­gna e temo che lo farà per sempre.


I nuovi «servi della gleba» dell’economia di Putin
di Gian Arturo Ferrari Corriere 10.10.14

Da un bel pezzo avevamo abbandonato la confortante certezza — un’illusione — che la storia camminasse speditamente sulla via del progresso. Con ostacoli, certo, con arresti, ma comunque senza invertire mai il senso di marcia, senza regredire. In avanti, sempre.
Alcuni segni ci avevano messo sull’avviso. Ad esempio il vigoroso ritorno del principio dinastico, cioè della successione al potere all’interno del medesimo gruppo familiare. Nelle democrazie — negli Stati Uniti d’America, in India —, ma anche nei regimi comunisti — in Corea del Nord, nello Stato indiano del Kerala — formalmente dittature del proletariato. Ma pur così disillusi, fino al ritorno della servitù della gleba non ci saremmo mai spinti.
E invece il Financial Times ieri riportava un’intervista a Sergei Pugachev, oligarca russo in esilio a Londra, il quale testualmente dichiarava: «Oggi in Russia non c’è proprietà privata. Ci sono solo servi che appartengono a Putin». Dove «servi» significa in russo «servi della gleba», non domestici, ma oggetti, come nei romanzi di Tolstoj, dove più propriamente si misuravano in «anime».
Pugachev, di suo, non dev’essere un fiorellino di campo. È un cinquantunenne barbuto che a 29 anni fonda una banca e a 45 ha una fortuna stimata di due miliardi di dollari. Il presidente russo Vladimir Putin lo accusa di aver portato in Svizzera 700 milioni della banca. Lui dice che sono suoi e che gli servivano per certi commerci. Sta di fatto che Putin l’ha fatto fuori, come poi lo scorso settembre ha spossessato di Bashneft, gigante del petrolio, e messo in galera Vladimir Yevtushenkov, altro potentato. Procedure e metodi ben noti alla storia europea, praticati con successo da Luigi XIV e Pietro il Grande fino a Stalin, ossia ad ogni instaurazione del potere assoluto e dell’assolutismo come ideologia. Quel che stupisce in questa stagione di regresso è la subitaneità del crollo. L’edificio illuminista fondato sull’universalità dei valori e dei diritti, sugli sforzi di miglioramento, rovina intorno a noi. Ma, forse, preferiamo non vedere.
ebola

Nessun commento: