Blaine Harden: Fuga dal Campo 14, Edizioni Codice, pp. 290, euro 16,90
Risvolto
Shin Dong-hyuk è l'unico uomo nato in un campo
di prigionia della Corea del Nord ad essere riuscito a scappare. La sua
fuga e il libro che la racconta sono diventati un caso internazionale,
che ha convinto le Nazioni Unite a costituire una commissione d'indagine
sui campi di prigionia nordcoreani. Il Campo 14 è grande quanto Los
Angeles, ed è visibile su Google Maps: eppure resta invisibile agli
occhi del mondo. Il crimine che Shin ha commesso è avere uno zio che
negli anni cinquanta fuggì in Corea del Sud; nasce quindi nel 1982
dietro il filo spinato del campo, dove la sua famiglia è stata rinchiusa
da decenni. Non sa che esiste il mondo esterno, ed è a tutti gli
effetti uno schiavo. Solo a ventitré anni riuscirà a fuggire, grazie
all'aiuto di un compagno che tenterà la fuga con lui, e ad arrivare a
piedi e con vestiti di fortuna in Cina, e da lì in America. Questa è la
sua storia.
L’inferno concentrazionario di Shin Dong-hyuk
Intervista. Parla il nord coreano Shin Dong-hyuk, ex-detenuto nel «Campo 14», simbolo di una società ridotta a annichilente universo concentrazionario. Il volume di Blaine Harden per Codice edizioni
Guido Caldiron, il Manifesto 10.10.2014
L’ammissione delle autorità di Pyongyang è arrivata a pochi giorni dalla conclusione del viaggio in Europa di Shin Dong-hyuk, l’unico prigioniero che sia riuscito a fuggire dai campi di prigionia della Corea del Nord. Ieri, per la prima volta, un rappresentante del regime, il ministro degli Esteri Choe Myong Nam ha ammesso ufficialmente l’esistenza di quelli che ha definito come semplici «campi per la rieducazione tramite il lavoro»: in realtà strutture in cui sono imprigionate circa 200 mila persone, la cui sola colpa è di essere soltanto parenti o amici di chi ha osato opporsi o manifestare qualche critica al sistema dittatoriale instaurato negli anni Cinquanta da Kim Il Sung e giunto fino ai nostri giorni. Luoghi, da cui in pochi sono usciti ancora in vita.
Il paese asiatico lungo i cui confini si consumò uno dei conflitti fondativi della Guerra Fredda, oggi retto, forse, da Kim Jong-un, nipote del «Presidente eterno», vive immerso da oltre mezzo secolo in una cupa paranoia che cerca di esorcizzare la fame e le miseria che dilagano tra la popolazione, imponendo un capillare sistema repressivo basato sul sospetto e la delazione. Il regime ha però sempre negato, malgrado i ripetuti pronunciamenti in tal senso di Amnesty International o dell’apposita commissione creata dalle Nazioni Unite, l’esistenza dei campi. Che ora inizia, timidamente, ad ammettere.
Del resto, di fronte a documenti drammatici e straordinari come Fuga dal Campo 14, il volume in cui l’ex corrispondente del Washington Post dall’Asia, Blaine Harden, ha raccolto i ricordi di Shin Dong-hyuk, appena pubblicato dalle Edizioni Codice (pp. 290, euro 16,90), è difficile pensare che il mondo possa restare in silenzio, come che il regime di Pyongyang possa continuare a nascondersi dietro la propria «ragion di stato».
Figlio di prigionieri, nato nel 1982 nel Campo 14, uno dei più vasti e terribili del sistema repressivo nordcoreano, è grande quanto Los Angeles ed è visibile su Google Maps ma il regime ne ha sempre negato l’esistenza, Shin Dong-hyuk ripercorre l’orrore quotidiano di una vita segregata in cui ogni affetto o legame viene rigidamente impedito — lui stesso finirà per denunciare la madre e sarà poi costretto ad assistere alla sua esecuzione ad opera delle guardie -, dove i prigionieri lavorano come schiavi, ad esempio nelle fabbriche di divise dell’esercito, sono costretti alla fame e vengono puniti anche solo per uno sguardo di troppo rivolto ai sorveglianti. Non solo, in molti casi, come in quello della sua famiglia, i prigionieri stanno pagando ancora oggi «colpe» come quella di un suo zio che tentò di raggiungere la Corea del Sud alla fine degli anni Cinquanta. Dopo 23 anni passati in un simile inferno, Shin Dong-hyuk ha trovato il coraggio di fuggire, e si batte ora per far conoscere il dramma dei campi di prigionia della Corea del Nord.
Lei ha deciso di raccontare cosa aveva vissuto dopo molti mesi la sollecitazione di Blaine Harden. Perché?
In realtà, ancora oggi, malgrado la pubblicazione del libro, faccio fatica a raccontare fino in fondo la mia storia, perché vorrei poterla cancellare, eliminare dalla mia memoria e della mia vita. Ho scelto di non farlo soltanto perché in Corea del Nord ci sono ancora tante persone che stanno vivendo ciò che io ho vissuto in passato: per dar loro una voce affinché il mondo si accorga della loro situazione e intervenga.
Secondo lei perché il potere nordcoreano ha deciso di esercitare un tale regime del terrore?
Secondo me la dittatura della Corea del Nord ha potuto continuare a resistere per oltre mezzo secolo solo grazie a questi campi di prigionia: non si tratta di un aspetto del modo in cui viene esercitato il potere, ma del cuore stesso del sistema che vige nel mio paese. Il fatto che tutti coloro che si sono opposti o hanno anche soltanto manifestato opinioni diverse da quelle del regime, le loro famiglie, i loro parenti, amici e spesso anche dei semplici conoscenti siano finiti tutti nei campi, significa che quei luoghi rappresentano il modo stesso in cui si vive lì. L’esistenza dei campi serve a imporre una disciplina ferrea, in nome del terrore, all’intera popolazione nordcoreana, anche a quella che non ci è mai passata.
In questo senso, qual è il rapporto tra il «dentro» e il «fuori» dei campi: nato lì, per lei c’era davvero qualcosa oltre questo luogo?
Devo essere sincero: finché sono rimasto prigioniero non ho mai nemmeno pensato che fuori ci potesse essere qualcosa di diverso, di migliore. La vita nel campo era costruita in modo che non ci si ponesse neppure la domanda sul fatto che al di là del recinto ci fosse un mondo, un’altra vita. Il lavoro era talmente massacrante che non avevi neppure il tempo di pensare ad altro che al momento in cui ti saresti potuto fermare, a fine giornata. Per me che ero nato lì, quello era il solo «mondo» esistente, nel mio cuore non c’era spazio per nient’altro. Solo col tempo, i ricordi di qualche altro prigioniero, descritti a mezza bocca per il timore di essere scoperti, hanno fatto nascere in me questa curiosità per il «fuori». Ma, da solo, non ci sarei mai arrivato e come me la maggior parte dei prigionieri.
Sarà proprio grazie all’amicizia con un altro prigioniero, Park Yong che nascerà il suo desiderio di fuggire: nel campo c’era spazio per gli affetti?
Difficile parlare di affetti o amicizia all’interno del campo, visto che ognuno guardava solo alla propria sopravvivenza ed era spinto dai guardiani a spiare chi aveva vicino per segnalare anche solo un’opinione dissonante e trarre qualche piccolo beneficio da quella denuncia. E questo riguardava anche le famiglie: io stesso sono arrivato a denunciare mia madre, pensando che fosse ciò dovevo fare. Il sistema di controllo che regnava nel campo puntava a disumanizzare ogni detenuto. Però è vero che con Park Yong che era più grande di me e mi raccontava della sua vita passata fuori di lì prima che fosse arrestato, era nato qualcosa che oggi definirei amicizia. È anche grazie alle storie che mi raccontava che, alla fine, ho deciso che in un modo o nell’altro sarei riuscito a fuggire da quell’inferno, che ho cominciato a sognare la libertà. Siamo fuggiti insieme, ma lui è morto fulminato dalla corrente elettrica delle barriere del campo.
Lei testimonia in tutto il mondo l’orrore del regime nordcoreano e dei suoi campi di prigionia; si sente finalmente libero?
Sebbene siano passati alcuni anni da quando sono riuscito a fuggire dal campo, non posso dire di assaporare fino in fondo la libertà. Il punto è che per molti versi il mio passato continua a dominarmi. Forse è un peso che dovrò portare per tutta la vita, di cui non sarò in grado di liberarmi mai del tutto. Io lotto ogni giorno per la libertà di chi ancora è prigioniero in quei campi e per chi vive in Corea del Nord, ma non mi sento davvero libero, c’è sempre un’ombra che mi accompagna e temo che lo farà per sempre.
I nuovi «servi della gleba» dell’economia di Putin
di Gian Arturo Ferrari Corriere 10.10.14
Da
un bel pezzo avevamo abbandonato la confortante certezza — un’illusione
— che la storia camminasse speditamente sulla via del progresso. Con
ostacoli, certo, con arresti, ma comunque senza invertire mai il senso
di marcia, senza regredire. In avanti, sempre.
Alcuni segni ci
avevano messo sull’avviso. Ad esempio il vigoroso ritorno del principio
dinastico, cioè della successione al potere all’interno del medesimo
gruppo familiare. Nelle democrazie — negli Stati Uniti d’America, in
India —, ma anche nei regimi comunisti — in Corea del Nord, nello Stato
indiano del Kerala — formalmente dittature del proletariato. Ma pur così
disillusi, fino al ritorno della servitù della gleba non ci saremmo mai
spinti.
E invece il Financial Times ieri riportava un’intervista a
Sergei Pugachev, oligarca russo in esilio a Londra, il quale
testualmente dichiarava: «Oggi in Russia non c’è proprietà privata. Ci
sono solo servi che appartengono a Putin». Dove «servi» significa in
russo «servi della gleba», non domestici, ma oggetti, come nei romanzi
di Tolstoj, dove più propriamente si misuravano in «anime».
Pugachev,
di suo, non dev’essere un fiorellino di campo. È un cinquantunenne
barbuto che a 29 anni fonda una banca e a 45 ha una fortuna stimata di
due miliardi di dollari. Il presidente russo Vladimir Putin lo accusa di
aver portato in Svizzera 700 milioni della banca. Lui dice che sono
suoi e che gli servivano per certi commerci. Sta di fatto che Putin l’ha
fatto fuori, come poi lo scorso settembre ha spossessato di Bashneft,
gigante del petrolio, e messo in galera Vladimir Yevtushenkov, altro
potentato. Procedure e metodi ben noti alla storia europea, praticati
con successo da Luigi XIV e Pietro il Grande fino a Stalin, ossia ad
ogni instaurazione del potere assoluto e dell’assolutismo come
ideologia. Quel che stupisce in questa stagione di regresso è la
subitaneità del crollo. L’edificio illuminista fondato sull’universalità
dei valori e dei diritti, sugli sforzi di miglioramento, rovina intorno
a noi. Ma, forse, preferiamo non vedere.
ebola
Nessun commento:
Posta un commento