mercoledì 15 ottobre 2014
Liberalismo è pluralismo?
L'idea di una contrapposizione tra il liberalismo come pluralismo a tutto il resto inteso come religione totalitaria e dogmatismo o monismo (ovvero al cattolicesimo e al marxismo) è parte di quell'immagine fantastica della realtà che è propria dei liberali italiani.
In generale, poi, il liberalismo democratico non vincerà mai la battaglia contro quello conservatore, finché non comprende il rapporto tra democrazia e tradizione rivoluzionaria. D'altro canto, [SGA].
Il mondo religioso, laico e degli atei devoti che si batte contro il pluralismo culturale Al
pluralismo delle culture è dedicato un ciclo di lezioni organizzato da
Reset-Dialogues on Civilizations che si tiene da domani a Milano alla
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
di Giancarlo Bosetti Repubblica 15.10.14
IL
pluralismo culturale, caro a Isaiah Berlin, che ne è stato il più noto
sostenitore nel secolo sorso, è una prospettiva filosofica e politica
che ha dei nemici, i quali aiutano a capire la natura e la portata della
sfida. A questi nemici lo stesso Berlin ha dato un nome: sono i
«monisti», i tenaci difensori di una philosophia perennis , per i quali
la storia del pensiero è sempre alla ricerca dell’unica risposta vera a
tutte le domande.
I monisti sono fedeli a un unico sistema di valori,
il «mio», il «nostro », quello ereditato, Peccato però che tanti e
diversi si possano intitolare quel «noi» e farci sopra interminabili
guerre. Il monista si riconosce subito dal suo punto debole, dal drappo
rosso che ne scatena le reazioni, dalla bestia nera che ne disturba i
sonni: il relativismo. Ma attenzione, noi non dobbiamo identificare il
pluralismo con il relativismo, questa sovrapposizione è un esercizio
retorico, che appartiene tipicamente alla strategia «monista» che
attraverso l’accusa di «deriva » riduce il primo al secondo,
presentandolo come un vizio che rischia sempre di «scivolare» verso la
condizione del parente degenere. E vale per il pluralismo filosofico in
generale, per la teoria della conoscenza (pluralismo cognitivo) quel che
vale per il pluralismo culturale e morale.
Sul piano cognitivo i
conti tra relativismo e pluralismo si possono regolare diversamente da
come ha immaginato Benedetto XVI da prefetto della fede prima e da
pontefice poi. Nella celebre messa «pro eligendo pontifice» accusò «il
relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di
dottrina”» e la sua «dittatura», «che non riconosce nulla come
definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue
voglie». Il cardinale Ratzinger respingeva soprattutto la tesi che il
pluralismo etico sia «la condizione per la democrazia ». E in effetti
che il pluralismo etico, non il relativismo, sia il naturale sfondo di
una società libera e democratica dovrebbe esser un dato acquisito in un
contesto non dittatoriale e non teocratico. E come diversamente si può
immaginare la vita pubblica in società mobili e variegate, per
orientamenti politici diversificate, e per la loro stessa composizione
multietniche e multireligiose? Chi può arrogarsi, in presenza di tanta
varietà di genti, di fedi e di chiese, di credenti, di non credenti e di
indifferenti, il diritto e il potere di interpretare la «legge morale
naturale»?
Riuscirà la Chiesa che ha messo fino a poco fa in
parentesi il Concilio Vaticano II a riaprire il dossier delle teologie
pluraliste, nella pratica ma anche nella dottrina del dialogo con le
altre religioni? Riuscirà a riaprire il dossier del processo intentato
nel 1999 a Jacques Dupuis, il teologo belga costretto dalla
Congregazione della dottrina della fede a lasciare l’insegnamento alla
Gregoriana e a una “ritrattazione” che lui però non accettò mai?
Ma
il monismo non ha soltanto una veste confessionale, si manifesta, e
come, anche tra i non credenti. Allan Bloom era ossessionato dal
relativismo non me- no di Benedetto XVI e, anche lui, combatteva il
pluralismo mettendolo in caricatura come relativismo, ma non lo faceva
ispirato dalla fede, lo faceva nel nome della cultura classica, di
Socrate e Platone. Il suo best-seller del 1987, The Closing of the
American Mind , ha il merito di rappresentare il monismo nella sua
espressione più colta e vivace e di fornirci, involontariamente, un
résumé godibilissimo di tutti i vizi dell’etnocentrismo nordamericano,
wasp nel senso non metaforico, e apertamente rivendicato, di bianco,
anglo-sassone e protestante.
Quanti oggi hanno accettato e tuttora
predicano la vulgata monista! Per cui “multiculturalista” è diventata la
parola passe partout di pronto impiego per esorcizzare ogni genere di
fallimento delle politiche di integrazione degli immigrati, di tutti i
fallimenti europei anche quando a fallire sono i rigidi principi
repubblicani della politica francese, che si distingue per la tendenza
opposta.
Bloom è anche più disinibito di Ratzinger nel mostrare il
lato etnocentrico, egoistico del monismo, centrato sul nucleo forte
della società occidentale. E definisce in modo ancora più chiaro come la
openness, l’apertura mentale pluralista, che è stato uno dei caratteri
formidabili della cultura americana e della sua intellettualità, nella
prima metà del secolo, dalla grande scuola antropologica di Boas ai
pragmatisti — grandi fucine di pluralismo — sia la causa, secondo lui,
di tutti i guai presenti della cultura americana e delle sue università;
come essa sia, insieme all’eguaglianza, il nome del «tradimento »
perpetrato ai danni dei giovani ad opera di una classe di insegnanti
corrotta dal relativismo culturale, dal ‘68, dalla liberazione sessuale,
dalla musica rock e da Mick Jagger. Tutto il bagaglio conservatore,
grosso modo lo stesso delle «maggioranze silenziose» europee degli anni
settanta, o di quel che sarebbe diventata, volta a volta, in modo più o
meno sofisticato ed elegante, la vulgata neocon di Billy o’-Reilly e
della Fox-News all’epoca della guerra in Iraq, o in Italia degli atei
devoti, di Giuliano Ferrara, di Libero e C. Tutti uniti nel recriminare
ad ogni stormire di scrupoli «politicamente corretti » e nel rimpianto
identitario per la perdita dell’«orgoglio», per la perdita del senso
della «nostra » civiltà, per la viltà con cui la classe dirigente ha
perso il senso della propria funzione «civilizzatrice » ed è caduta
preda di «ridicoli sensi di colpa», — qui è di nuovo Bloom che parla — o
di sogni terzomondisti. Gli scrupoli di un John Rawls o di un Robert
Dahl nel definire una teoria della giustizia e della democrazia che
individui un metodo per identificare gli obiettivi comuni senza
danneggiare parti della società, magari quelle più deboli, appaiono a
Bloom come una parodia di questa «tendenza a non dispiacere a nessuno». E
chi si occupa dei più forti? Poveri loro dopo il ‘68, Marcuse, i figli
dei fiori, Woodstock, i Rolling Stones! Il potere e il sapere
definiscono il bene comune attraverso un rapporto di forza, che non ha
paura di apparire etnocentrico e non ha bisogno di giustificarsi. Tutto
questo ne avrebbe fatto un libro di culto per i neocons e avrebbe
entusiasmato Norman Podhoretz, il teorico della quarta guerra mondiale
contro l’Islamofascismo e supporter dei Tea parties.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento