venerdì 10 ottobre 2014

Political Order and Political Decay: il nuovo libro di Francis Fukuyama per un nuovo Secolo Americano


Francis Fukuyama: Political Order and Political Decay. From the Industrial Revolution to the Globalization of Democracy, Farrar, Straus and Giroux

Risvolto
The second volume of the bestselling landmark work on the history of the modern state
Writing in The Wall Street Journal, David Gress called Francis Fukuyama’s Origins of Political Order “magisterial in its learning and admirably immodest in its ambition.” In The New York Times Book Review, Michael Lind described the book as “a major achievement by one of the leading public intellectuals of our time.” And in The Washington Post, Gerard DeGrott exclaimed “this is a book that will be remembered. Bring on volume two.”
Volume two is finally here, completing the most important work of political thought in at least a generation. Taking up the essential question of how societies develop strong, impersonal, and accountable political institutions, Fukuyama follows the story from the French Revolution to the so-called Arab Spring and the deep dysfunctions of contemporary American politics. He examines the effects of corruption on governance, and why some societies have been successful at rooting it out. He explores the different legacies of colonialism in Latin America, Africa, and Asia, and offers a clear-eyed account of why some regions have thrived and developed more quickly than others. And he boldly reckons with the future of democracy in the face of a rising global middle class and entrenched political paralysis in the West.
A sweeping, masterful account of the struggle to create a well-functioning modern state, Political Order and Political Decay is destined to be a classic.

Francis Fukuyama: «La storia è ripartita (anche in Italia) È la democrazia che ha perso velocità»
di Massimo Gaggi Corriere 10.10.14
WASHINGTON Contrordine: la storia non è finita con la caduta del «muro di Berlino» e il conseguente, inevitabile trionfo della democrazia liberale, come aveva annunciato Francis Fukuyama nel suo saggio più celebre, pubblicato 25 anni fa. Ce ne eravamo accorti, direte voi. Ma ora ad ammetterlo è lo stesso politologo della Stanford University: «Lo so, a molti l’ipotesi della fine della storia è sembrata sbagliata o, quantomeno, bisognosa di una revisione. Io continuo a credere che l’idea di fondo sia corretta: in tutti questi anni un sistema politico alternativo alla democrazia liberale, capace di essere accettato e di diffondersi nelle principali aree del mondo, non è emerso. Ma è anche vero che il sistema liberaldemocratico non solo non ha trionfato ovunque, ma dà segni di decadenza in molte parti dell’Occidente e in modo particolare negli Stati Uniti: oggi registro limiti e involuzioni dei processi politici che non avevo visto nella festosa eccitazione del 1989». Incontro Fukuyama a Washington dove è ospite di vari «think tank» nei quali si discute della revisione delle sue posizioni, così come le ha esposte in «Political Order and Political Decay» (Ordine politico e decadenza), il suo ultimo saggio. 

Dal mondo arabo a Vladimir Putin, dalla Cina all’Iran, sono in molti a sfidare il modello basato sulla democrazia liberale, anche quando sembrano abbracciare le regole dell’economia di mercato. 
«La mia analisi dell’89, poi tradotta in slogan, era una reazione alla profezia di Marx: la storia finirà nel socialismo. Niente affatto, dissi allora, finirà in un sistema fatto di economia liberale e istituzioni politiche democratiche. L’affermazione definitiva di questo sistema obiettivamente non c’è stata. Ma non sono emersi nemmeno modelli alternativi credibili: quelle che vengono dall’Islam radicale sono resistenze e reazioni alla modernizzazione. Quella di Putin è una battaglia antistorica che il presidente russo può combattere — oggi e non so per quanto tempo ancora — grazie alla posizione di preminenza che Mosca occupa nel mercato energetico europeo. Quanto può durare? Quello governato dal Cremlino è un sistema fragile, che non attira nessuno che non parli russo. Solo la Cina, con la sua autocrazia efficiente, potrebbe proporsi come modello alternativo. Ma anche lì ci sono grosse nubi: con l’automazione e il rallentamento dell’economia, la disoccupazione di massa non risparmia più nemmeno il gigante asiatico. Nel quale, intanto, si rafforza un ceto medio sempre più vasto: si accontenterà di vivere in una dittatura altamente produttiva o chiederà libertà e democrazia? Vedremo. Per me i problemi principali sono all’interno delle democrazie occidentali. Soprattutto quella Usa, profondamente malata». 
Eppure abbiamo sempre considerato quello americano — presidenzialismo più «checks and balances» — un sistema capace di decidere ma anche di evitare gravi abusi dell’esecutivo. 
«Quell’equilibrio è andato in fumo con la polarizzazione della politica americana. La democrazia si è trasformata in “vetocrazia”. Non solo per il “muro contro muro” tra repubblicani e democratici: le lobby hanno acquisito una capacità crescente di usare i meccanismi di controllo che bilanciano il presidenzialismo per tenere in ostaggio le istituzioni. A questo punto funzionano meglio i sistemi parlamentari europei». 
Nel suo libro, però, lei è severo anche con l’Europa. E dedica un capitolo molto amaro all’Italia. 
«Le difficoltà dell’Europa le vedono tutti: un progetto incompiuto, economia asfittica, un sistema di tutele sociali che nell’immediato può attutire la crisi occupazionale, ma è sempre più insostenibile. Poi c’è l’Italia che è un caso a sé. Ricorda gli Stati Uniti del XIX secolo, soprattutto per via del sistema clientelare creato alla fine della Seconda Guerra mondiale dalla Democrazia Cristiana: allora un modo di mantenere un controllo elettorale, soprattutto al Sud, ed arginare l’avanzata del comunismo. Con tutte le degenerazioni successive che non devo certo raccontare a lei. Anche gli Stati Uniti nell’Ottocento e altri Paesi europei hanno vissuto vicende simili: un degrado del sistema politico che Max Weber ha chiamato “patrimonialismo”. Solo che gli Usa, dopo la Guerra civile, l’hanno corretto. Anche altri Paesi sono corsi ai ripari. L’Italia no: ha avuto un’occasione storica dopo la fine della Guerra fredda, vent’anni fa, ma Berlusconi l’ha gettata via. Non è servito nemmeno Bossi che con la Lega avrebbe dovuto rappresentare in modo ancor più forte le istanze di modernizzazione dei ceti medi, del mondo produttivo. Invece si è smarrito nel suo sterile populismo. Ora ci prova Renzi in condizioni ben più difficili: vedremo». 
C’è chi critica il premier italiano perché, stretto tra le emergenze del debito pubblico e della disoccupazione, è partito dalle questioni istituzionali: Senato e sistema elettorale. 
«Non mi sembra sbagliato, per quello che vedo da lontano. Per non finire nella spirale della decadenza, i sistemi politici liberali hanno bisogno di tre cose: uno Stato solido, governabile; istituzioni democratiche; il rispetto della legalità. Affrontando la questione del Senato (che negli Usa è all’origine della paralisi del Congresso, ma sono sistemi diversi) e la riforma della giustizia civile, Renzi guarda lontano a differenza di altri leader che investono il loro capitale politico cercando risultati immediati. Comunque vedo che si sta occupando anche di riformare il lavoro: un’agenda coraggiosa. Ma anche un’agenda obbligata dai vincoli europei, credo». 
Per diffondere il liberalismo, dice lei, servono Stati forti, democrazia e legalità. Ma nel suo libro sembra che a volte il rafforzamento dello Stato venga per primo: secondo lei ha sbagliato Washington a puntare sulla democratizzazione anche dove, dalla Libia allo stesso Egitto, le condizioni ambientali erano molto difficili? 
«Il caso libico ci dice che portare la democrazia dove non c’è uno Stato serve a poco. Ma bisogna tenere conto in modo pragmatico di tutti i fattori. Si può sostenere, ad esempio, che l’Iraq sia stato portato alle urne troppo presto. Ma era necessario dare legittimità agli attori politici. L’ayatollah Sistani, guida spirituale in Iraq, ebbe la saggezza di capirlo. Oggi a Bagdad paghiamo non la costituzione prematura di un governo autonomo, ma la sciagurata decisione del plenipotenziario Usa in Iraq, Paul Bremer, che 11 anni fa smantellò l’esercito iracheno».Il declino dell’America secondo Fukuyama La democrazia è ancora il destino finale della storia. Ma il pericolo è la “vetocrazia” che affligge gli Usa. Il nuovo libro dello studioso
MICHAEL IGNATIEFF Repubblica 30 12 2014
FRANCIS Fukuyama diventò famoso all’improvviso nel 1989 con il saggio The End of History? ( poi elaborato in La fine della storia e l’ultimo uomo ), dove sosteneva che la storia così come la conoscevamo era finita con la vittoria del capitalismo liberaldemocratico sul comunismo. In realtà le sue tesi non erano così trionfalistiche come qualcuno oggi ricorda. Fukuyama si domandava, con nietzschana malinconia, se i cittadini del nuovo Occidente egemone avrebbero perso il loro scopo spirituale e morale ora che il conflitto a tutto campo con il comunismo si era concluso.
È vero che il capitalismo ha vinto nel 1989 (nessuna alternativa credibile è emersa dopo di allora), ma non è vero che ha portato la democrazia liberale. I sistemi di mercato si sono rivelati politicamente promiscui, pronti ad accoppiarsi senza scrupoli con sistemi politici di ogni sorta, dalle democrazie nordiche alle meritocrazie alla Singapore. Nella Cina di Xi Jinping e nella Russia di Vladimir Putin, la democrazia liberale occidentale ha trovato un concorrente che Fukuyama non aveva previsto: Stati che sono capitalisti in economia, autoritari in politica e nazionalisti nell’ideologia.
Fukuyama ha appena completato il secondo di due voluminosi tomi sulla storia dello sviluppo politico dagli albori della civiltà ai giorni nostri (il primo volume, The Origins of Political Order: From Prehuman Times to the French Revolution , è uscito nel 2011). Lungi dall’abiurare le posizioni precedenti, lo studioso nippoamericano sembra voler raddoppiare la sua scommessa sulla tesi originaria della democrazia come destino inevitabile della storia. Dopo aver ripercorso lo sviluppo politico delle società in ogni parte del globo (il secondo volume, Political Order and Political Decay: From the Industrial Revolution to the Globalization of Democracy , è lungo 672 pagine), Fukuyama giunge alla conclusione che sì, «il processo di sviluppo politico ha una direzione chiara». La democrazia è la destinazione finale della storia politica, dice, e «le prospettive per la democrazia a livello globale rimangono incoraggianti ». L’elemento nuovo della sua analisi, assente nel saggio del 1989, è il ritratto impietoso dello stato della democrazia americana. Una classe media in declino, una disuguaglianza di reddito che non fa che aumentare, interessi privati smisurati e lo stallo generato dalla contrapposizione politica hanno prodotto, secondo lo studioso nippoamericano, «una crisi di rappresentanza» che sta convincendo milioni di americani che i loro politici non li rappresentano più. È un giudizio diffuso, ma Fukuyama lo contestualizza efficacemente, riprendendo una lunga tradizione di pessimismo storico (familiare già agli stessi Padri Fondatori) sulle sorti delle repubbliche. Non sempre crescono e prosperano, come ammoniva Madison, possono anche sfaldarsi e imboccare la via del declino. Pur essendo ottimista sul futuro della democrazia, Fukuyama vuole che gli americani si sveglino e comprendano che anche la loro democrazia, come altre democrazie e repubbliche in passato, potrebbe colare a picco.
La separazione dei poteri disegnata dai Padri Fondatori può generare risultati positivi solo quando il grado di fiducia reciproca fra gli avversari politici è tale da consentire l’approvazione delle nomine, il sostegno reciproco dei provvedimenti di legge e la pratica dell’arte tanto sordida quanto indispensabile del compromesso politico. Quando lo spirito di fiducia viene meno, il risultato non è una democrazia, ma una vetocrazia, termine coniato proprio da Fukuyama. Troppi attori politici — tribunali, commissioni parlamentari, gruppi di interesse, commissioni indipendenti, autorità di regolamentazione — hanno acquisito il potere di opporre un veto ai provvedimenti; e pochi, troppo pochi, hanno il potere per fare le cose. Le conseguenze disastrose di questa paralisi sistemica sono diventate evidenti: una democrazia che non riesce a unire le forze per risanare il disavanzo, ricostruire le infrastrutture, coprire il crescente fabbisogno di spesa per gli anziani o ricostruire il sistema fiscale per renderlo più semplice, più progressivo e più equo.
La destra americana di oggi non ha nessuna soluzione per la paralisi: la sua strategia, consistente nell’«affamare la bestia», non tiene conto che una regolamentazione ben fatta è indispensabile per l’efficienza di qualsiasi economia capitalista. Il fronte progressista, sempre secondo Fukuyama, è altrettanto in difetto: ingolfare lo Stato americano di misure contraddittorie e prive di copertura serve solo a ridurre la fiducia dell’opinione pubblica nella capacità dello Stato di servire in modo equo ed efficiente gli interessi dei cittadini.
L’elemento che distingue l’analisi di Fukuyama dalle polemiche di destra e di sinistra è quando dice che questa crisi di efficacia del Governo è il prodotto di «troppo diritto e troppa “democrazia” rispetto alla capacità dello Stato americano». Negli Stati Uniti, spiega, esiste una tradizione, consolidatasi già prima della Rivoluzione, di adversarial legalism , una visione del sistema legale e legislativo che assegna l’ultima parola su questioni di interesse pubblico ai tribunali più che al Governo.
Quello che chiede Fukuyama è quello che dovrebbe chiedere la maggioranza degli americani: uno Stato efficiente, reattivo, competente. Fukuyama è risoluto nel suo ottimismo sulle possibilità di una riforma di questo tipo. «Io non penso che ci sia una “crisi di governabilità” nelle democrazie consolidate», scrive. Theodore Roosevelt combatté i grandi monopoli, Wilson attuò riforme progressiste, Franklin Delano Roosevelt creò il moderno Stato liberal: se loro ci sono riusciti, insiste Fukuyama, potranno riuscirci anche i leader futuri. Si lava però le mani riguardo agli ostacoli pratici, che sono enormi. In che modo un leader politico possa riuscire a mettere insieme una coalizione di interessi e di cittadini forte abbastanza da strappare il potere di veto a chi lo esercita non è affatto chiaro. Ma Fukuyama dimostra che chiunque sia determinato a riformare la democrazia americana farebbe bene a cominciare leggendosi il suo ultimo libro.
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L'ultima di Fukuyama
di Pietrangelo Buttafuoco Il Sole Domenica 4.1.15
Ci prova sempre Francis. Fukuyama, dunque, la butta ormai sulla teoria del definitivo destino della storia. «Dopo di me, il diluvio», in un certo senso. O, nella variante di Nick Carter, il celeberrimo motto: «L'ultimo chiuda la porta!». È tutta una foga, quella dello storico nippo-americano, a mettere il punto sull'ultima pagina a disposizione dell'Umanità. Ed è una fissazione, la sua. Il compimento di tutto – secondo lui – doveva aver giusta epica con la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell'Urss. Giusto a smentirlo, s'è dovuta diseppellire la scimitarra del Vegliardo della Montagna. Un nuovo più impegnativo conflitto, nientemeno che un'altra Crociata nell'epoca del post-moderno ateo e materialista, s'è svegliato ma se – come canta Battiato – «il giorno della Fine non ti servirà l'inglese», chissà cosa si potrà fare del compimento del capitalismo. L'uscita del nuovo libro di Fukuyama (Storia dello sviluppo politico dagli albori della civiltà ai giorni nostri) zappa sempre nella stessa vigna, quella di un pregiudizio secondo cui l'appuntamento ultimo del bipede eretto è la democrazia. Qualcosa come lo scatto ultimo dell'homo sapiens quando – forte del pollice prensile – dismette il comunismo tribale del cro-magnon. A questo punto urge il soccorso di Bachelard e della sua fenomenologia dello spazio vissuto. L'unico volume geometrico a disposizione della politica è un ventre dalle sicurezze intime e fantastiche all'interno del quale, come Giona, nessuno riesce a misurare l'illusione razionale di un approdo. Ed è sempre la pancia di una balena quel volume, o di un Leviatano. Difficilmente un cetaceo o un mostro ateo o un materialista. E neppure parlante la lingua inglese.

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