Del residuo progetto della Lista Tsipras, con Ferrero e Revelli, nemmeno vale la pena di parlare [SGA].
Leopolda Migliore già arruolato tra i leader
È iscritto al Pd da una manciata di ore, ma Gennaro Migliore, ex deputato di Sel, già coordina tavoli alla Leopolda. Ieri gli è toccato quello sulla «carta dei diritti digitali» (nel curriculum migliorista risulta un iPhone6). Nel frattempo, però, Migliore si ritaglia una sua identità, e quale modo più adatto se non quello di criticare l’ex partito? I vendoliani hanno prodotto un’interrogazione per fare chiarezza sui finanziamenti alla Leopolda, ma lui ha spiegato che «se qui ci fossero problemi di opacità, non ci sarebbe Raffaele Cantone».
[D. A.]
“E adesso una nuova sinistra”GIOVANI, PRECARI, DISOCCUPATI CHE NON HANNO CAMBIATO VERSO, CON LE BANDIERE ROSSE IN PIAZZA: “ABBIAMO LA TESSERA DEL PD, SIAMO LA BASE E STIAMO ACCANTO AI LAVORATORI”di Sandra Amurri il Fatto 26.10.14
Sono giovani e forti: e son vivi, più che mai. “Ho la tessera del Pd, oggi ho inviato un tweet a Renzi per dirgli che la base del partito è tutta qui per stare accanto ai lavoratori” dice Alessio, 24 anni, aquilano. Mara, 21 anni, è partita da Messina ieri con il pullman: “Renzi dovrà ascoltarci, vedete quanti siamo? ” “Io ho votato Sel, speravo che spostasse il Pd a sinistra, che delusione! ”, Lucia arriva da Palermo. Eccolo, eccolo, grida Marco, 25 anni, studente al secondo anno di Lettere a Bologna, nel vedere sbucare Maurizio Landini con Hartwig Erb, segretario di Igm, la Fiom tedesca. “Siamo con te, avanti così, sei il nostro orgoglio”. Perché ti piace così tanto Landini? “Perché è una persona seria, credibile, quando parla senti che le sue parole hanno un peso e ti puoi fidare”. Anche Renzi è un grande comunicatore: “Sì, del nulla”, replica secco.
Ore 11, piazza San Giovanni è già gremita. Il corteo è ancora lungo. Un ragazzo che indossa la maschera di Renzi, cammina stringendo la mano all’amico che indossa quella di Berlusconi. Renzusconi, eccola la fotografia del comune sentire che anima la manifestazione. Una intera famiglia: mamma, papà e due bimbi che indossano una pettorina con su scritto: “Maledetti toscani”, dal saggio di Curzio Malaparte. “E il riferimento a chi sta in ritiro alla Leopolda non è casuale”, spiega Luca mentre il bimbo sul passeggino si stropiccia gli occhi assonnati. Sono partiti in pullman all’alba da Firenze. Come Maria, sveglia dalle 2 di notte per raggiungere Roma dalla Calabria e sorreggere lo striscione: “La vera lotta da fare è alla corruzione e all’evasione”. In testa una corona d’alloro e il cartello: “Laureata disoccupata, per fortuna che nonno c’è”. Seguono le donne “pacco”, lavoratrici nel settore agroalimentare. Sfilano dentro barattoli di cartone di pasta, pelati e latte, ingredienti: tutele 25%, dignità 25%, qualità 25% e diritti 25%, totale 100 per cento lavoro. “L’articolo 18 è un baluardo che non va cancellato”, spiega Amelia. Dalla Leopolda il deputato renziano Davide Faraone dà degli ingrati ai manifestanti: “Mi sarei aspettato una piazza con i manifesti ‘viva Renzi’ con tutti i soldi previsti dalla legge di Stabilità”. “È vero, dovremmo essere grati a Renzi per essere riuscito a fare o’ miracolo di riportare il Paese in piazza” è il commento di Stefano, 35 anni, disoccupato di Napoli. E ai rottamatori che accusano la Cgil di essere un luogo di conservazione, risponde Francesca, 45 anni, precaria: “Conservatori sì, ma di coraggio”. Alla Leopolda si crea lavoro, dice Renzi. Là ci sono gli imprenditori. “Che senza di noi non sarebbero tali”, è il commento sarcastico di Maurizio, caschetto azzurro Ast-Terni. La quota rosa di governo, Maria Elena Boschi, da Firenze si dice “felice anche del successo di questa manifestazione”, dovrebbe far piacere qui in piazza. Si sovrappongono le voci di risposta delle operatrici di un call-center di Palermo: “Noi, invece, non siamo per niente felici di loro, magari bastasse essere donne per stare sulla stessa barca, la nostra sta affondando”. “Hanno distrutto la nostra ricchezza, il nostro orgoglio”, a parlare è Massimo, 30 anni, pugliese di Manduria, dopo il diploma da perito agrario, avrebbe voluto continuare a lavorare la terra arata prima da suo nonno, poi da suo padre, invece, per sfamare i figli, è dovuto emigrare in Germania. “Oggi sono qui per riconquistare il diritto a vivere del lavoro della mia masseria abbandonata”. “Nessun dorma... ”. Le note della Turandot di Puccini interpretata sul palco dai lavoratori licenziati del Teatro dell’Opera di Roma arrivano tra i manifestanti e suscitano lacrime di commozione. “È una grande giornata, ma se da qui non rinascerà la sinistra, sarà una occasione mancata”. È il leit motiv della piazza che applaude la Camus-so e guarda a Landini come al salvatore: “Lui è il solo capace di riunire e rinnovare la sinistra in un Paese che ha bisogno di crescere con il lavoro e la scuola” dice Maria, 40 anni, moglie di uno dei 576 operai della Thyssenkrupp di Terni, con la preoccupazione di dare un futuro ai suoi due figli adolescenti.
La Bindi: Leopolda imbarazzante. Serracchiani: non capite
di Francesca Schianchi La Stampa 26.10.14
Manca poco all’arrivo a piazza San Giovanni quando il drappello di parlamentari Pd incrocia un manifestante di Avellino. «Cuperlo, siamo gli ultimi dei mohicani!», apostrofa l’ex sfidante di Renzi alle primarie, sorridente quando gli chiedono una stretta di mano («Così il Pd non va bene», sospira una signora; «tutta colpa di chi ha perso le primarie contro Renzi…», è autoironico), ma anche quando qualcuno gli urla «cosa venite a fare se poi votate tutto» («non è detto…», risponde). Qualche passo ancora e il manifestante incontra Stefano Fassina, per mano al figlio di 4 anni: «Fassina!», lo riconosce. Lo abbraccia, si commuove: «Non dico di pugnalarlo alle spalle Renzi, ma qualche pugnalata…», gli chiede; «… a viso aperto», conclude Fassina, mentre quello gli spiega che è un ex iscritto Pd.
Capita così, lungo il corteo della Cgil affollato di democratici. Cuperlo, Fassina, Civati, alla partenza c’è pure Rosy Bindi che definisce «imbarazzante» la Leopolda (e dopo si scontra sugli schermi di Sky con la vicesegretaria Serracchiani, quando le dice di non aver visto «nessuna manifestazione organizzata dal Pd», e lei la accusa di «ignoranza su ciò che stiamo facendo»). Ci sono la deputata Monica Gregori che stoicamente fa tutto il corteo in stampelle, l’ex ministro Barbara Pollastrini, il bersaniano Alfredo D’Attorre. Sfilano in mezzo a operai, pensionati, cassintegrati, in mezzo a cori contro il premier, robe tipo «Renzi, Renzi vaffa…» o «chi non salta come Renzi è». Nessun imbarazzo? «E’ normale che in una piazza ci siano pulsioni anche radicali», minimizza D’Attorre, «e Renzi c’ha messo del suo per esasperare i toni…». Fassina inverte i pesi: i cori contro il suo segretario non lo imbarazzano, lo «preoccupano», perché «qui sta un pezzo del popolo del Pd. Si rischia una frattura profonda tra chi è qui e il partito: senza questa piazza il Pd non è più il Pd».
E sono parole come queste a evocare l’eterna suggestione di una scissione, di un altro partito a sinistra del Pd. «Spero e credo che non ci sia questo rischio», dice Cuperlo, e no, non se ne parla, garantiscono altri dem presenti, da Damiano a Cofferati a Epifani. Epperò i toni si alzano. «Essere in piazza con la Cgil e poi votare con il governo è una cosa da Dottor Jekyll e mister Hide», attacca il renziano Faraone: e infatti Fassina già fa sapere che il Jobs act, se resta così, lui non lo vota, «anche se c’è la fiducia». Civati attacca la Leopolda, «sembra una convention di turisti della destra repubblicana americana» e sul rischio scissione «così non reggiamo», ma «la spaccatura la vuole solo Renzi». Lungo il corteo in tanti li spronano: «Non votate quella legge». «Continuiamo la battaglia», promettono. Dove li porterà, ancora non si può saperlo.
Tra Bindi e Serracchiani litigio in diretta tv sulle due anime pd
di Monica Guerzoni Corriere 26.10.14
ROMA « Se uno di noi si smarca, si apre un caso disciplinare. Se siamo 40 o 50 e come me non votano Fassina, D’Attorre, Cuperlo, Damiano e altre personalità, è un segnale molto diverso». Sotto al palco della Cgil — mentre la Camusso spedisce alla Leopolda parole di sinistra come diritti, dignità, uguaglianza, libertà — Pippo Civati progetta lo strappo sull’articolo 18: «Spero che le varie anime della minoranza trovino una posizione comune in Parlamento».
Nella storica piazza riconquistata, prove di unità a sinistra. Stefano Fassina mostra di crederci: «No alla scissione, ma lavoriamo per costruire un’alternativa». La forza e la voce che fino a ieri non avevano, i dissidenti sentono di averle trovate in quel milione di persone e bandiere rosse, che ha visto sfilare anche Cofferati, Epifani, Damiano, Barbara Pollastrini. «La minoranza è caricata da questa straordinaria piazza — conferma Fassina —. C’è anche chi ci spinge alla rottura».
L’imbarazzo per la defezione di Bersani, Speranza e compagni è forte, eppure l’opposizione si prepara a offrire alla folla arrabbiata di San Giovanni una risposta all’altezza delle richieste. Cgil e Fiom annunciano una lunga stagione di lotta, fino allo sciopero generale e oltre? E la minoranza, da una piazza che fischia al nome di Renzi e grida «vaffa» contro il premier, si prepara a combattere. «Con noi dovranno fare i conti», avverte Maurizio Landini. Legge di Stabilità e Jobs act sono le frontiere sulle quali bersaniani e dalemiani indosseranno l’elmetto, pronti anche a bocciare alla Camera la delega del lavoro pur di «riportare il Pd sulla retta via», per dirla con Alfredo D’Attorre.
«Così com’è, io non la voto» ribadisce Fassina. E anche Gianni Cuperlo si sgancia dalla sinistra che alza la voce e poi si acconcia, per attestarsi sulla linea dura: «Senza questa piazza non c’è il Pd e io mi batterò in Parlamento perché venga ascoltata, non contro il governo ma nell’interesse del Paese». E se la delega resta com’è? «Di certo non la si può votare». Renzi lavora per scrivere nello Statuto che, chi non gli vota la fiducia, si mette fuori. Ma ora i dissidenti si mostrano pronti a correre il rischio. D’altronde Fassina lo aveva detto, quando a Palazzo Madama la sinistra si turò il naso e diede il via libera: «È l’ultima volta, la prossima otteniamo cambiamenti importanti oppure non votiamo».
Gli emendamenti bocciati al Senato saranno ripresentati e Pippo Civati ha chiara la traiettoria, o Renzi salva l’articolo 18 per i licenziamenti disciplinari o la minoranza non la vota: «Bisogna decidersi. Non si può più essere contro e al tempo stesso mediare. Rischiamo di consegnare il Pd a Berlusconi». Come voterà sul Jobs act? «Il testo non sarà modificato, quindi mi asterrò sulla fiducia e voterò contro la delega». Col rischio di finire fuori dal Pd? «Quando ci sarà il nuovo Statuto vedremo, se e come si concilia con l’articolo 67 della Costituzione sulla libertà di mandato». E Fassina, intestando ai renziani il fantasma dei 101 franchi tiratori: «La disciplina di partito è saltata nell’aprile del 2013, quando chi oggi la invoca votò in moto difforme sul Quirinale». Due anime diverse, ha detto Renzi. Due anime destinate a litigare come ieri, in diretta tv, Rosy Bindi e Debora Serracchiani. Su Sky Tg 24 la presidente dell’Antimafia definisce la Leopolda «una contro-manifestazione imbarazzante del post Pd». E la vicesegretaria: «Prendi atto che il Pd è diventato qualcosa di diverso da quello a cui eri abituata ».
Emilia Patta Il Sole 26.10.14
«La Leopolda e piazza San Giovanni sono due Italie contrapposte, penso che sia una contrapposizione irriducibile. Poi si possono fare "le sedute spiritiche", come quelli che stanno alla Leopolda ma si sentono spiritualmente a San Giovanni». È naturale che il leader di Sel Nichi Vendola soffi sul fuoco democratico. Ed è naturale anche che faccia ironia sul suo ex braccio destro Gennaro Migliore, alla Leopolda (invece che a San Giovanni) assieme all'ex di Scelta civica Andrea Romano, quasi a suggellare plasticamente il nuovo «partito della nazione» targato Matteo Renzi. Ma certo Vendola coglie nel segno quando sottolinea la forte contrapposizione andata in scena ieri tra la minoranza del Pd che in larga misura si rifà alla storia del Pci-Pds-Ds (ma non solo) e la maggioranza renziana. Quanto poi questa contrapposizione sia davvero non più ricomponibile è da vedere, e dipende anche da variabili non "ideologiche" come la data delle prossime elezioni politiche e la legge elettorale con la quale si tornerà al voto.
Bastava ascoltare ieri Pippo Civati, appena invitato da Renzi a tornare alla Leopolda «che è anche casa sua»: «Renzi ha detto cose gravi e inaccettabili: la Leopolda sembra una convention di turisti della destra repubblicana americana. Questa riforma del lavoro è quella che voleva Berlusconi, che voleva Sacconi». O Rosy Bindi, che dalla manifestazione della Cgil di Roma litigava in diretta tv con la vicesegretaria del Pd Debora Serracchiani collegata da Firenze: «La Leopolda è una contromanifestazione imbarazzante. È la prima manifestazione del post Pd, per andare oltre se stesso. Si capisce fin troppo. Io do la fiducia ad un governo che dibatte in una sede impropria dove prende finanziamenti da imprenditori che restano fuori dal Pd. Pensate che quelle politiche non influenzino poi le azioni di governo?». Ma è Stefano Fassina, ex portavoce economico di Pier Luigi Bersani, a gettare il cuore oltre l'ostacolo. Spostando l'asticella un po' più in là di quando fatto finora: «In Europa – dice – Renzi ha girato a vuoto, ha cercato piccoli spazi di flessibilità e non ha fatto l'operazione verità sulla insostenibilità dell'euro nel quadro del mercantilismo liberista». E ancora: «Senza una correzione di rotta - avverte Fassina – l'Europa andrà a sbattere, e le condizioni per questa correzione non ci sono. Quindi dobbiamo preparare una soluzione cooperativa per il superamento dell'euro». Ma che cosa si intende per superamento dell'euro, anche l'ipotesi di ritorno alla monete nazionali? «Non necessariamente – ci risponde Fassina –. Dipende da come rispondono gli altri Paesi». Va da sé che Fassina annuncia già il suo voto di sfiducia sul Jobs act se non ci saranno cambiamenti sull'articolo 18.
Ecco, quando qualcuno non proprio di secondo piano nel Pd arriva a mettere in discussione l'appartenenza dell'Italia all'euro qualcosa forse di definitivo è già avvenuto. Fu il fondatore dell'Ulivo e padre nobile del Pd Romano Prodi a traghettare il Paese nella moneta unica europea, e l'appartenenza all'euro e alla Ue è divenuta negli anni quasi fondativa del Pd. Può darsi che Fassina, così come Civati, si sia fatto trasportare dall'atmosfera di una piazza molto "contro". Ma sono in molti a pensare che i due dirigenti del Pd stiano davvero accarezzando l'idea di una "cosa" altra dal Pd. Una "cosa" che potrebbe fare da traino nel tempo anche all'allontanamento di alcuni bersaniani ora ancora dentro la logica di partito. Dipenderà molto da quando si andrà alle elezioni (più sono vicine più una scissione è possibile, dal momento che molti nella minoranza sono consapevoli che non saranno ricandidati) e da quale legge ci sarà quando si rivoterà (un Italicum con soglie alte scoraggerebbe una scissione, naturalmente). Anche se tra i renziani della strettissima cerchia la lettura è un'altra: «Il tema scissione non c'è: se Fassina uscisse dal Pd non lo ascolterebbe più nessuno – dice uno di loro –. Comodo fare il contestatore seduto sul 40% conquistato da altri...».
In ogni caso quella andata in scena ieri tra Roma e Firenze è la storia di due sinistre diverse, ormai molto lontane, come ha ammesso lo stesso Renzi. Da una parte chi difende «la vecchia cassetta novecentesca degli attrezzi», dall'altra chi punta a «un Pd 2.0», per dirla con lo storico liberal come Giorgio Tonini, ora nella segreteria renziana. Ritrovare le ragioni dello stare insieme non sarà facile, e sarà compito principalmente di Renzi, come lo invita a fare proprio dalla Leopolda il suo amico Oscar Farinetti. «Tocca a Renzi fare il primo passo e lui, che ha vinto, deve stare attento a non voler stravincere, glielo dico sempre», è il consiglio dell'inventore di Eataly.
Le due sinistre parallele che non si appartengono più
di Aldo Cazzullo Corriere 26.10.14
La sinistra del futuro è il mungitore sikh con bandiera rossa o Fabio Volo con telecamera? I precari dei trasporti o il finanziere Serra che propone di impedire loro di scioperare? I tipografi dell’ Unità con la foto degli occhiali rotti di Gramsci o i nuovi alfieri del made in Italy Bertelli, Farinetti, Cucinelli?
La mattinata al corteo della Cgil e il pomeriggio alla Leopolda hanno mostrato che la scissione — anche cromatica — non è nelle volontà, è nelle cose. Mai vista a Roma una manifestazione così rossa, ognuno con la sua pettorina: chimici, tessili, agroindustria, costruzioni e legno, energia e manifattura, trasporti e Nil, Nuove identità di lavoro, che non si sa come chiamare. A Firenze in molti hanno avvertito l’opportunità di indossare la camicia bianca. Contro Berlusconi la Cgil sfilava in un’atmosfera di rabbia e di gioia, si sentivano tensione ed energia. Stavolta il sentimento prevalente è l’angoscia. Certo, si canta e si balla con gli inni tradizionali — Bandiera Rossa, Bella Ciao, Contessa — e la musica etnica. Ma i manifestanti raccontano storie di sconfitte e talora di disperazione, come quelle degli ex lavoratori dell’ex stabilimento Montana di Paliano, Frosinone: «Sono venuti di notte con i Tir, hanno portato via i macchinari e la merce, non abbiamo più trovato nulla. In 36 siamo rimasti senza lavoro». Alla Leopolda si tenta di rappresentare la fiducia e si finisce per esprimere soddisfazione, talora compiacimento. Rituale tra la convention Usa e la seduta degli alcolisti anonimi: «Mi chiamo Alfredo, sono il direttore di una piccola società di biotecnologia…». Slogan: «Il futuro è solo l’inizio».
Anche Landini con felpa Fiom dice che «questo corteo è solo l’inizio». Se Renzi ha conquistato il centro, è inevitabile che alla sua sinistra nasca un nuovo partito; e i punti di riferimento non saranno certo D’Alema e Bersani, cui neppure la minoranza Pd obbedisce più, e forse neanche la Camusso, che con tono lamentoso critica la prima manovra espansiva di un governo italiano da tempo. Landini appare il leader predestinato della sinistra che verrà, l’antagonista naturale di Renzi, cui lo avvicina un feeling personale ma da cui lo separa il sospetto di essere stato usato, anche in funzione anti-Cgil. In futuro potranno ancora rendersi utili l’uno all’altro: il premier confermerà di aver rotto con la sinistra tradizionale, il sindacalista di essere l’unico vero oppositore. Per Renzi il corteo non esprime odio ma estraneità, i pensionati della Spi imbacuccati contro il primo freddo ne parlano come di un nipotino deviato, i percussionisti africani in maglietta portano un cartello con la sua caricatura.
Renzi si improvvisa conduttore e chiama sul palco i «cortigiani» come li definisce Vendola, in realtà tra i più importanti imprenditori italiani, qualcuno sin troppo entusiasta. Cucinelli vaticina «un grande rinnovamento morale, civile, economico, spirituale». Oggi è atteso Farinetti: «Dirò che sono un renzista, non un renziano; fedele al metodo, non all’uomo». Dall’ultima Leopolda è cambiato tutto, Renzi è andato al governo, ha ricompattato il partito chiudendo l’accordo con Errani in Emilia e Rossi in Toscana, ha messo ai margini gli uomini del rinnovamento come Richetti, che è venuto lo stesso. La sinistra è al potere ma l’Unità ha chiuso, «il voto a tempo indeterminato non esiste più» dice del resto il premier, tra due anni potrebbe avere un Parlamento docile nelle sue mani con Salvini sindaco di Milano e la Meloni di Roma. Patrizio Bertelli, il signor Prada: «Io rispetto gli operai, ho passato la vita con loro, ma questo corteo mi è sembrato una liturgia, come la Pasqua e il Natale».
Alla fine si è andati o di qua o di là, nessuno ha osato farsi vedere sia al corteo sia a Firenze, neppure l’ex segretario del sindacato e del partito, Epifani: «Ho scelto Roma, non ce la faccio ad andare alla Leopolda, che comunque considero interessante. Il problema è come il Pd possa tenerla insieme con una piazza in cui la maggioranza l’ha votato». Un problema irrisolvibile. Non è come quando i ministri comunisti di Prodi protestavano contro il loro stesso governo: quella fu una contraddizione, o un’astuzia, subito punita dagli elettori. Ora ci sono due mondi separati, che non si riconoscono e non si appartengono più.
Cambiare o conservare: le due sinistre
Roberto D'Alimonte Il Sole 26.10.14
Tre piazze e una stazione. Prima il M5S al Circo massimo, poi La Lega Nord a Milano e ieri - in contemporanea - le due anime della sinistra, una a Firenze alla Leopolda e l'altra a Piazza San Giovanni. Tutte manifestazioni politicamente molto significative. Le ultime due in modo particolare perché mettono a nudo i dilemmi della sinistra italiana.
Dilemmi antichi e non ancora del tutto risolti. Questa volta aggravati dal fatto che un pezzo di sinistra è al governo mentre un altro è all'opposizione anche se formalmente sostiene il governo. Perché questo è il punto: la Cgil è un pezzo della sinistra italiana che si è mobilitata contro un governo di sinistra. È questa la differenza fondamentale con l'altra manifestazione contro la riforma dell'art.18, quella del 2002 con Cofferati e i tre milioni di partecipanti. Allora l'avversario era Berlusconi. Oggi è Renzi. E fa una bella differenza.
Per la sinistra sindacale Renzi è un grosso problema. Alla Cgil e alla sinistra Pd stare al governo in realtà non interessa. Quindi vincere le elezioni non è una priorità. Anzi è un fastidio. Costringe ad alleanze scomode. E poi vincere vuol dire governare e oggi governare è sinonimo di cambiare. Meglio stare alla opposizione. Per chi deve tutelare lo status quo l'opposizione è il posto ideale, soprattutto di questi tempi. La strategia politica di Renzi invece è completamente diversa. Il premier vuole costruire una nuova sinistra pragmatica, riformista e vincente. Da qui l'obiettivo di fare del Pd un partito aperto, capace di sparigliare il gioco, di mettere in discussione vecchi miti, di attraversare confini oltre i quali la sinistra non è mai andata. Un partito destinato a governare l'Italia a lungo per cambiare veramente le cose. Approfittando anche della crisi della destra.
È dal 1948 che la sinistra italiana è stata una minoranza elettorale. Il quadro non è cambiato nemmeno negli anni della Seconda Repubblica. Anzi. La combinazione di sistema maggioritario e di discesa in campo di Berlusconi ha aggravato il problema. Dopo aver perso l'occasione nel 1994 di vincere a mani basse contro una destra divisa, per la sinistra e il suo maggior partito la strada è stata tutta in salita. In nessuna elezione a partire dal 1994 ha avuto più voti della destra. Nemmeno quando ha vinto. Infatti le sue vittorie nel 1996 e nel 2006 sono state il frutto della combinazione di ingegneria coalizionale, errori della destra e circostanze particolarmente favorevoli. E in ogni caso sono state vittorie di Pirro. Le troppe divisioni e i troppi dilemmi irrisolti si sono tradotti in governi deboli e instabili. E alla fine è arrivato il disastro del 25 Febbraio 2013. Quel giorno è morta definitivamente la vecchia sinistra. La mobilitazione di Piazza San Giovanni non la farà rinascere.
Il 25 Febbraio è stato un trauma per milioni di uomini e donne di sinistra. Il nuovo Pd è nato quel giorno. L'accettazione dentro il partito della necessità di un cambiamento radicale nasce da quella drammatica sconfitta che ha aperto la strada a Renzi e alla sua strategia di costruire un partito maggioritario in grado di attrarre consensi oltre il bacino tradizionale della sinistra. L'esito del voto europeo di Maggio dice che almeno per ora ci sta riuscendo. Successo straordinario. Il Pd ha preso addirittura più voti della Cdu-Csu della Markel. Ma come si vede nel grafico in pagina il Pd di Renzi non è quello che ha preso più voti in assoluto. Il record spetta a Veltroni. È lui che si è inventato l'idea del Pd e del partito a vocazione maggioritaria. E se i suoi oppositori ex-Ds non avessero fatto la mossa stupida di costringerlo alle dimissioni oggi ci sarebbe lui al posto di Renzi. Invece il bel risultato del Pd nel 2008 è stato buttato via. E non è un caso che molti dei responsabili della cacciata di Veltroni fossero ieri in Piazza San Giovanni.
Il Pd di Renzi però è diverso da quello di Veltroni. Quello dell'ex sindaco di Roma era un Pd che aveva fatto il pieno dei voti a sinistra. Invece, come si vede dai dati recentemente pubblicati da Itanes, quello di Renzi è un Pd che ha fatto breccia tra l'elettorato moderato, tra commercianti, artigiani, piccoli imprenditori. Anche in zone del Paese da sempre ostili alla sinistra. Ma sbaglia chi pensa che questi dati servano a dipingere Renzi come un leader di destra, in fondo non dissimile da Berlusconi. Come si fa a dire che non sia di sinistra la riduzione delle tasse ai redditi medio-bassi (gli 80 euro) quando contemporaneamente si sono aumentate le tasse sulle rendite finanziarie? E la semplificazione del divorzio è di destra o di sinistra? E i provvedimenti annunciati su unioni civili e cittadinanza agli immigrati? Senza tener conto del fatto che la maggioranza dei problemi sul tappeto che affliggono questo paese non sono etichettabili in base allo schema sinistra-destra. Sono semplicemente problemi da risolvere superando le resistenze di corporazioni varie, compresi i sindacati. Decisamente Renzi è un grosso problema per Cgil e minoranza Pd.
Insomma parlare del premier come se fosse un leader di destra è un alibi utile a confondere le acque. La realtà è che Renzi è il leader di una sinistra diversa, una sinistra che accetta la sfida del cambiamento. Non è detto che ci riesca. Ma almeno ci prova. Ed è questa la vera ragione della sua popolarità che resiste, nonostante tutto.
Non aveva sbagliato, Matteo Renzi, quando si era detto certo del fatto che «la manifestazione della Cgil è contro di me». Ma forse nemmeno il premier avrebbe potuto immaginare quanto - e con che intensità - la giornata di protesta voluta da Susanna Camusso avrebbe appunto assunto questo profilo - questo carattere, diciamo - così personale. Ai leader della minoranza Pd che ieri hanno sfilato in corteo a Roma, è infatti toccato ascoltare slogan di una durezza forse inaspettata: «Un sogno nel cuore, Renzi a San Vittore».
Immaginabile l’imbarazzo, considerato che il premier è pur sempre il segretario del partito in cui continuano a militare...
La giornata di lotta contro le politiche del lavoro messe in campo dall’esecutivo è stata un successo (e non era scontato): un milione di persone - giunte per di più da ogni angolo d’Italia - non si muovono da casa per obiettivi sbagliati o poco sentiti. Ma il quinto raduno della Leopolda - per le presenze, i temi trattati e la vivacità del confronto - non è stato da meno. E questo, in tutta evidenza, costituisce un problema.
Il doppio successo, infatti, non facilita lo scioglimento del grumo polemico che ormai avvelena il Partito democratico: né i renziani né gli antirenziani - lo diciamo così per semplificare - appaiono in crisi di credibilità o a corto di argomenti. Il che, a prima vista, potrebbe sembrare un paradosso, ma invece non lo è: in maniera sempre più evidente, infatti, i primi ed i secondi parlano ormai a pezzi di società, a «pubblici», si potrebbe dire, del tutto diversi. Anzi: così diversi che è sempre più difficile immaginarne la coesistenza (e la rappresentanza) sotto una stessa insegna.
Questa diversità, questa distanza, ha avuto ieri - come sempre accade quando ci sono manifestazioni pubbliche - una rappresentazione addirittura plastica: in corteo a Roma con la Cgil, Cuperlo, Epifani, Bindi, Fassina, Cofferati e molti parlamentari Pd; alla tribuna o ai «tavoli tematici» della Leopolda, invece, imprenditori come Cucinelli, Bertelli e Farinetti, finanzieri come Davide Serra, e sei ministri del governo in carica. E per dirla ancor più chiaramente: mentre da piazza San Giovanni si preannunciava un possibile sciopero generale, dal «garage italiano» della Leopolda, si chiedeva la limitazione del diritto a scioperare (almeno nel settore pubblico...).
In che modo - e sulla base di quali compromessi - questa distanza, questa diversità, possano trovare un punto di sintesi è sempre più difficile da immaginare. Che una mediazione possa esser raggiunta affrontando il cosiddetto «merito delle questioni», sembra esser smentito - o quanto meno reso assai arduo - dalla cronaca recente, che ha visto «i due Pd» scontrarsi vivacemente proprio sul terreno delle cose da fare (dalla riforma del Senato fino al più recente Jobs Act, lo scontro è stato continuo). Né pare più semplice siglare una tregua alla vecchia (e spesso oscura) maniera: qualche poltrona in cambio della fine delle ostilità...
E’ per questo che l’ipotesi di una separazione rimane in campo, e sarebbe sbagliato metterla frettolosamente da un canto come una pura «fantasia». C’è chi sostiene, anzi, che l’eventualità acquisterebbe rapidamente maggior concretezza se il campo degli oppositori di Renzi avesse (trovasse) un leader capace di unire il fronte e competere (anche sul piano mediatico: paradosso dei paradossi...) con la forza d’impatto del premier-segretario. In presenza della perdurante indisponibilità di Maurizio Landini a cambiare mestiere, il problema - però - resta irrisolto: con il carico di confusione e incertezza che ciò comporta.
Confusione, incertezza e un muro contro muro di fronte al quale anche i comportamenti personali - in questo o in quell’altro fronte - si fanno oscillanti, difficili. Tra la piazza e la Leopolda, qualcuno (D’Alema e Veltroni, per dire) ha preferito restare a casa e qualcun altro (come i governatori Chiamparino e Rossi) ha deciso di rifugiarsi in questo o quel convegno. Scelte in fondo comprensibili considerato che da domani, voltata pagina, tutto tornerà come prima. Le manifestazioni e i convegni, è vero, non creano lavoro: e spesso, purtroppo, non risolvono nemmeno i problemi...
3 commenti:
Compagno, più di un milione di persone in piazza col sindacato col 13 di disoccupazione...Ti pare saggio buttarla in vacca così?
Un avido (e gratissimo) consumatore del blog
Leggo solo ora il commento. Un sindacato che indice lo sciopero generale 10 giorni dopo l'approvazione del jobs act a cosa fa pensare?
Posta un commento