lle fabbriche. È sicuramente sincero quando precisa: «Io faccio il sindacalista della Fiom, ho ancora tre anni di mandato e vorrei provare a completarlo». Chi gli lavora al fianco nota che per la prima volta lo spiraglio esiste, per la prima volta non ha detto «mai»: «Provare a completare il mandato...». Un’altra apertura è in una seconda frase: «La nostra è una battaglia sindacale, che certo ha anche un significato politico, perché stiamo proponendo un modello sociale diverso».
martedì 14 ottobre 2014
Tutto pronto per "Sinistra del Lavoro" (questo sconosciuto). A parte il fatto che non c'è né spazio né leader
Manovre a sinistra per Landini leader del «partito del lavoro»
Il tentativo di aggregare le forze fuori dal Pd
di Andrea Garibaldi Corriere 14.10.14
ROMA
C’è il nome di Maurizio Landini scritto nel futuro fragile della
sinistra a sinistra del Partito democratico? «Non mi va di discutere di
queste cavolate», dice lui, il segretario della Fiom, metalmeccanici
Cgil, spesso presente in tv, fermo nel difendere chi lavora ne
lle fabbriche. È sicuramente sincero quando precisa: «Io faccio il sindacalista della Fiom, ho ancora tre anni di mandato e vorrei provare a completarlo». Chi gli lavora al fianco nota che per la prima volta lo spiraglio esiste, per la prima volta non ha detto «mai»: «Provare a completare il mandato...». Un’altra apertura è in una seconda frase: «La nostra è una battaglia sindacale, che certo ha anche un significato politico, perché stiamo proponendo un modello sociale diverso».
In
altre occasioni Landini era stato più netto. «Rifiuto l’offerta e
continuo a fare il sindacalista», disse al sindaco di Bari, Michele
Emiliano, che lo propose leader di una lista civica nel marzo 2012.
Nessun seguito alle offerte di affiancare Ingroia in Rivoluzione civile
alla fine del 2012.
I collaboratori spiegano che davvero Landini
vorrebbe finire il suo secondo e ultimo mandato da segretario Fiom. A
meno che non succeda qualcosa di straordinario, non prenda forma un
progetto politico diverso dalla sommatoria di piccole forze diverse e
distanti (tradizione della sinistra a sinistra del Pd). Altrimenti,
Landini potrebbe restare in Cgil, tentare la strada — impervia per un
metalmeccanico — della successione a Susanna Camusso, che scade in
contemporanea con lui.
Il programma politico di Landini è quasi già
scritto, perché oltre naturalmente al tema del lavoro, dell’articolo 18,
viene sottolineato come sia stato lui per primo, in tv da Fabio Fazio, a
lanciare l’idea del Tfr in busta paga, o come il contratto a tutele
crescenti e l’eliminazione di gran parte delle forme di precariato sia
una battaglia Fiom. E poi Landini ieri ha bocciato, a proposito del
disastro di Genova, il «modello di cementificazione» proposto con lo
«Sblocca Italia» e ha duramente criticato il taglio generalizzato
dell’Irap promesso da Renzi. Il presidente del Consiglio gli piace
perché è veloce e salta gli schemi, ma sui contenuti niente sconti.
Giorgio
Airaudo, che ha lavorato a lungo assieme a Landini e ora è deputato di
Sel, sostiene che «c’è un grande spazio per un partito del lavoro», che
«i lavoratori precari e stabili hanno bisogno di una voce». Aggiunge che
gli piacerebbe molto «un Lula italiano» e che il sindacalista
presidente del Brasile dal 2002 al 2010 «era metalmeccanico e
saldatore». Come Landini. Aggiunge che la Fiom «non è mai stato un
sindacato corporativo» e quindi chi ci lavora è preparato per la
politica e infine che «la forza di Landini è la sua credibilità».
Tuttavia, «oggi gli sconsiglierei la politica, è un ottimo segretario
Fiom».
Landini è al lavoro per la manifestazione del 25 ottobre
contro la politica economica del governo. All’assemblea dei delegati
Fiom a Firenze ha detto che «la vera partita non si gioca in Parlamento,
si gioca nel Paese, sulla base del consenso e della rappresentanza. Non
ci fermiamo anche se il governo mette la fiducia». La Fiom già prepara
lo sciopero generale della categoria e ieri Camusso ha annunciato che la
Cgil potrebbe proclamarne uno dopo il 25. Una vicinanza inedita fra
segretario generale e Fiom.
Il caso «Landini in politica» si apre
perché la sinistra appare disunita e priva di guida. Lista Tsipras
smembrata, Vendola non in grado di tenere tutti assieme. Angelo Bonelli,
portavoce dei Verdi, dice che ci vorrebbero un progetto capace di
affascinare i ragazzi alle prese con il fango a Genova e una visione
ecologica del modello produttivo. Dalla minoranza Pd non arrivano
segnali significativi: Landini è considerato troppo radicale, anche se è
stato applaudito a Bologna al seminario promosso da Cuperlo.
Il
nome di Landini è stato affiancato a quello di Stefano Rodotà in questi
piani politici a tavolino. Ma lui, il professore, preferisce non toccare
l’argomento.
Achille Occhetto
A 25
anni dal suo annuncio, che decretò la fine del Pci, l’ultimo segretario
fa un bilancio: “Adesso hanno vinto i moderati io ho votato Tsipras, la
politica mi ha deluso” “Per molti la Bolognina era voglia di potere ma poi al governo ci sono andati solo loro” “Fui messo da parte dopo la sconfitta contro Berlusconi, ma poi la sinistra lo ha tenuto in vita per anni”“Ho traghettato un partito che poteva finire sotto le macerie del comunismo internazionale”
“Il premier mi piaceva da rottamatore Non vorrei che si rivelasse una bolla”
intervista di Concetto Vecchio Repubblica 14.10.14
ROMA
«Una mattina ho aperto il giornale, c’era un articolo sul Pd, e c’era
scritto che per la prima volta si era entrati nel partito del socialismo
europeo con Renzi. Sono trasecolato: “Ma non se lo ricordano che il
partito del socialismo europeo l’ho fondato io”. Questa damnatio
memoriae sarebbe un fatto da psicoanalisi collettiva».
È passato
troppo tempo, troppa storia, e Achille Occhetto è come dimenticato, una
figura di un mondo lontano, come certi film in bianco e nero. Era una
domenica, a Bologna, il 12 novembre 1989, quando propose di cambiare il
nome al Pci: una bomba politica il cui significato ora un giovane
faticherebbe a immaginare. Il muro di Berlino era caduto da tre giorni e
il segretario del Pci parlò ai partigiani in una sede oggi occupata da
una parrucchiera cinese. «Posso accendere la pipa, vero?». Ha 78 anni.
La stanza piena di libri lentamente si riempie di volute di fumo.
Cosa ricorda della notte della caduta del Muro?
«Mi
trovavo a Bruxelles, per un colloquio con Kinnock, l’allora segretario
del Partito laburista. All’improvviso ci chiamarono concitati:
“Accendete la tv”».
Fu dinanzi a quelle immagini che prese la decisione di cambiare nome al Pci?
«Io
capii subito che non si poteva tornare in Italia e dire “ci vuole un
rinnovamento”, quelle cose che si dicevano allora, perché l’evento
cambiava la storia mondiale. E quindi diedi un annuncio degno del
momento. Poi alcuni dei vecchi dirigenti mi rinfacciarono di non averli
avvertiti, io penso che sono loro a non avere capito».
Ma perché decise in totale solitudine?
«Ma
l’annuncio è un fatto politico terminale di un processo durato tutto
l’anno, iniziato con la mia intervista all’ Espresso del gennaio 1989,
quando spiegai che ormai la rivoluzione alla quale dovevamo rifarci non
era quella di Ottobre, ma quella francese, ponendo al centro il problema
della libertà. Con Ingrao a giugno andammo davanti all’ambasciata
cinese per protestare contro i fatti della Tienanmen, e lì dichiarai:
“In questo modo il comunismo è morto”. I giornali uscirono con titoli a
nove colonne: “Occhetto dichiara che il comunismo è morto”. Poi cadde il
Muro, ma il crollo del Muro non l’avevo certo scelto io».
Quel che
colpisce, anche a distanza di tempo, è la modalità dell’annuncio: un
parlare cifrato. Era l’unico modo per dirlo, quasi parlando d’altro?
«Ma io non parlai d’altro. Dissi ai partigiani: “Siamo in una situazione in cui bisogna cambiare tutto, proprio tutto”».
Sì, ma non disse: “Ora cambiamo nome”.
«Perché
temevo quello che purtroppo sarebbe avvenuto, ovvero che l’attenzione
si sarebbe concentrata sul nome, invece che sul contenuto, sulla Cosa».
Il
Pci aveva 1 milione e 450 mila iscritti e il dibattito che ne seguì,
tra favorevoli e contrari, fu un’epopea collettiva. Perché la Svolta è
dimenticata?
«Allora le ideologie facevano parte della vita dei
partiti. Intere famiglie si divisero, ci furono perfino separazioni tra
marito e moglie: fu la più grande discussione corale della vita politica
italiana. Io stesso ero profondamente turbato. Per sciogliere la
tensione mia moglie mi faceva cantare».
Il suo annuncio rompe un’armonia?
«No,
l’armonia non esisteva da tempo, c’erano molte divisioni: nell’ultima
fase anche Berlinguer fu contrastato, se si va al di là delle
rappresentazioni agiografiche».
Per contestarla le attribuirono figli illegittimi, le rinfacciarono il bacio pubblico con sua moglie. Ne ebbe dolore?
«Accuse
miserabili. Figli illegittimi come si sa non ne ho mai avuti e il bacio
con mia moglie, con quello che succede ora nella vita politica
italiana, mi pare tutt’altro che scandaloso».
Segue ancora la politica?
«Poco.
Faccio fatica a capirla. È impove- rita, tutta improntata
sull’occasionalità, sull’oggi. Noi eravamo abituati, forse esagerando, a
coniugare politica e cultura, e quindi la politica era anche progetto».
Per chi ha votato alle ultime Europee?
«Per Tsipras, ma sono deluso. Sono tempi duri per la sinistra».
Chi vede dei vecchi compagni?
(
Ci pensa) . «Un tempo Veltroni, ma il suo film non mi è piaciuto.
Afferma che la storia del Pci finisce con la morte di Berlinguer, quando
noi lo recuperammo nel congresso dell’89».
Chi le è rimasto amico?
«Qualche volta incrocio Petruccioli».
Di quella generazione lei è l’unico che non va al potere. Le è dispiaciuto?
«Taluni
mi avevano rimproverato di avere fatto la Svolta perché avevo
narcisisticamente voglia di andare al governo, e poi loro ci sono andati
tutti, compresi alcuni di Rifondazione. Io invece non ho avuto più
incarichi, non so nemmeno come sono fatti quei palazzi. Ma ho
traghettato un partito che poteva finire sotto le macerie del comunismo
internazionale».
Come ha trascorso questi ultimi anni?
«Ho avuto
un periodo molto tormentato. Vede, io avevo immaginato la Bolognina come
un’uscita da sinistra dalla crisi del comunismo, invece la maggioranza
del gruppo dirigente che mi ha sostituito si è mosso su una linea
moderata, di scelta del governo per il governo. Questo inizialmente mi
ha addolorato. Ora me ne sono fatto una ragione».
Avrebbe mai immaginato che Berlusconi sarebbe durato vent’anni?
«Quello non poteva immaginarlo nessuno».
Ma
la sua uscita del ‘94 sulla coalizione progressista come “gioiosa
macchina da guerra” non celava una sottovalutazione del berlusconismo?
«Quella
fu una battuta detta ai giornalisti che non ebbe alcun peso nella
campagna elettorale. Ci buttammo a peso morto per battere Berlusconi. Il
punto è che Martinazzoli non volle fare l’alleanza con noi, aveva
dentro i Popolari pezzi della destra Dc. Noi perdemmo, ma prendemmo più
voti di quelli che ha preso il Pd alle ultime politiche. Ora una
campagna elettorale si può anche perdere, ma quel che è imperdonabile è
la respirazione bocca a bocca che la sinistra ha fatto al Cavaliere
negli anni successivi».
Nelle sue memorie ricorre di continuo
D’Alema, come il gran visir che trama contro di lei. Che ruolo ebbe
nella sua defenestrazione?
( Dà un morso alla pipa) . «Ma io non fui defenestrato, diedi le dimissioni da segretario».
Cosa pensa di Renzi?
«Mi
piaceva molto quando batteva il tasto della rottamazione, ora lo vedo
un po’ confuso, non vorrei che fosse una bolla. Spero per l’Italia che
ce la faccia».
Secondo lei è un leader?
«Certo che lo è».
Ho
qui un ritaglio dell’ Espresso di quei giorni: “Il ricordo che Occhetto
lascerà di sé potrà dircelo solo il futuro”. Come pensa che sarà
ricordato?
«Il ricordo è una cosa molto difficile, perché cambia con
il mutare del tempo. Mi piacerebbe che la gente comune mi ricordasse
come un uomo onesto: come uno che ha sempre creduto in quello che ha
fatto».
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