lunedì 3 novembre 2014
Chierici rancorosi e chierici servili nel mondo intellettuale italiano
Papa Zagrebelsky ce l'ha con Renzi perché vorrebbe un Letta-Letta qualsiasi. Salvati (che pure cominciò come economista marxista) e Battista sono invece in puro visibilio. Tanto che il secondo, eccitatissimo, si ricorda pure di Bottino.
Al primo, e agli intellettuali moralisti liberal di Libertà e Giustizia - in prima linea ieri nella costruzione dell'indignazione morale contro Berlusconi e in prima linea oggi nel far grancassa alla banda perdente nel PD, ma del tutto incapaci di un'analisi politica obiettiva -, nel mio libro Democrazia Cercasi mi sono permesso di dire queste due parole:
... Semplificando notevolmente,
proprio questa mi sembra la cornice della fase nella quale ancora ci troviamo: quanto è avvenuto nel nostro paese dagli anni
Novanta ad oggi – dal vecchio Andreotti ad Amato, da Berlusconi a Prodi, da
Monti a Letta, da Veltroni a Renzi - non rappresenta che un’insieme di
increspature superficiali lungo una tendenza strategica univocamente regressiva
che si muove nella direzione di uno squilibrio crescente dei rapporti di forza
fra le classi. Una tendenza che trova alcuni picchi negativi negli accordi intervenuti
tra il 1992 e il luglio 1993 sul
costo del lavoro e sulla concertazione, nella riforma delle pensioni operata
dal governo Dini, nell’adesione ai vincoli di Maastricht, nel pacchetto Treu
con i suoi esiti precarizzanti, negli interventi militari al fianco degli Stati
Uniti (soprattutto quello in Jugoslavia), nella successiva accelerazione
berlusconiana. E poi nell’ulteriore salto che ha portato alla defenestrazione
di Berlusconi e all’istituzione nel nostro paese di una sorta di protettorato
duale Nato-Ue affidato al Presidente della Repubblica e ai premier da questi di
volta in volta designati. Insomma, una «guerra contro il lavoro» che in Italia come in quasi
tutto il mondo capitalistico conduce ad un «gigantesco trasferimento di ricchezza».
Sulla stessa direttrice si
colloca, indipendentemente dalle volontà soggettive, l’esperienza di tutti i
governi di centrosinistra. I quali, nonostante la presenza folcloristica di
alcune forze comuniste poco accorte, non si distinguono in maniera sostanziale da
quelli di centrodestra: essi non hanno
mai rappresentato alcuna inversione di tendenza ma, al massimo e a voler essere
generosi, un’edulcorazione oppiacea della dinamica in corso, volta a tenere a
bada il lavoro dipendente. In questo senso – e va ricordata al proposito
una vecchia battuta beffarda dell’avvocato Agnelli -, proprio perché erano
rappresentati come governi di sinistra essi hanno potuto fare quelle cose che
alla destra non sarebbero mai state consentite, ottenendo persino il plauso
della Cgil. Con Renzi, infine, ogni ipocrisia è venuta meno e la sinistra può esercitare
il governatorato che le è stato affidato perseguendo apertamente oggi gli
obiettivi storici della destra.
É inutile e infantile, allora –
un atteggiamento dettato da un bisogno di autoconsolazione –, rigettare su
Berlusconi responsabilità rispetto alle quali Berlusconi [e oggi Renzi] non era all’altezza ed
è stato semplicemente un sintomo. Il deperimento della democrazia nel nostro
paese non è stato provocato da Berlusconi, che ha fatto i propri interessi e
quelli del proprio blocco sociale, ma è la conseguenza di una sconfitta
durissima delle classi subalterne. Alla quale è seguita una fase di
restaurazione dell’ordine borghese e, per il movimento dei lavoratori, l’inizio
di una lunghissima ritirata difensiva nella quale siamo ancora pienamente
coinvolti e della quale non si vede la fine. Una fase la cui portata è analoga,
per fare un paragone sommario, a quella del periodo successivo alla sconfitta
del giacobinismo o dei moti del 1848, o alla disfatta delle socialdemocrazie di
fronte al primo conflitto mondiale.
Accade così a noi tutti quello
che accade ad un pugile sul ring: il grave colpo subìto non può che determinare
debolezza e impotenza di massa sul piano del conflitto politico-sociale e non
può che indurre delusione e frustrazione nelle soggettività antagoniste. Sino a
sollecitare la crisi di ogni conflittualità consapevole e organizzata,
percepita ormai come inefficace, una depoliticizzazione generalizzata, un
massiccio riflusso privatistico. Senza tutto ciò – è questo che Giustizia e
Libertà difficilmente potrà riconoscere - nessun Berlusconi, nessun Veltroni e
nessun Renzi sarebbero stati possibili [SGA].
Zagrebelsky: quello di Renzi è decisionismo andreottianoIl costituzionalista: usa la forza per tirare a campare, non per imporre visioni strategiche
colloquio di Giuseppe Salvaggiulo La Stampa 3.11.14
«Professorone». Gustavo Zagrebelsky, già presidente della Corte costituzionale, insegna Diritto costituzionale a Torino
Nei mesi scorsi aveva firmato un appello contro le riforme, polemizzando con il governo
Una conversazione con Gustavo Zagrebelsky a margine di un convegno su
«Bobbio costituzionalista» conduce dalle cime della filosofia politica
alle bassure italiane.
Tra i principi della democrazia secondo Bobbio c’è il voto uguale: come
lo spiega ai suoi studenti che le chiedono di Porcellum e Italicum?
«Nella sentenza sul Porcellum, per la prima volta la Corte
costituzionale parla dell’uguaglianza del voto non solo “in entrata”,
come valore potenziale, ma anche “in uscita”, nell’attribuzione pratica
dei seggi. Il premio di maggioranza creava un’abnorme distorsione. Ora
si prova a superare l’obiezione stabilendo una soglia per accedere al
premio. Ma c’è un criterio razionale o è puro e semplice arbitrio: 37%,
40%? Il criterio sta nelle previsioni dei partiti che sperano di
avvantaggiarsene, sulla base dei sondaggi. Ma la legge elettorale deve
servire ai cittadini o ai partiti? L’unica soglia giustificabile sarebbe
il 50,1% dei voti: un premietto per rafforzare chi ha già la
maggioranza dei voti».
La «legge truffa» del 1953.
«Famigerata. Se era truffaldina quella, che cosa dire di una legge che porta dal 37 al 55%?».
Ma che cosa ne sarebbe della governabilità, senza premio di maggioranza?
«Governabilità, parola scorretta. Che cosa significa? Attitudine a
essere governato. Significato passivo. Se dico “l’Italia è
ingovernabile” penso a corporazioni, corruzione, mafia. Da Craxi in poi,
con un rovesciamento semantico, governabilità vale come aumento della
forza di governo. Significato attivo. Tutte le riforme di cui parliamo
non sono per la governabilità, perché non toccano la società, ma
vogliono rafforzare il governo, razionalizzando uno spostamento di
baricentro che c’è già stato».
A danno del Parlamento?
«Il Parlamento ha perso iniziativa legislativa, ratifica solo quelle del
governo. Quando fu introdotta la proporzionale, un secolo fa, vi fu chi
disse che tanto valeva eliminare i deputati e far decidere tutto dai
segretari dei partiti, secondo il rispettivo peso elettorale. “Tanto gli
eletti in ciascuna delle nostre liste devono fare quello che diciamo
noi”. Una proposta che al nostro Renzi potrebbe piacere: disciplina a
costo zero».
Nel frattempo il Pd è diventato il partito della nazione.
«Per Bobbio una delle condizioni della democrazia è la presenza di una
pluralità di offerta politica. Il partito-tutto non è concepibile
secondo la nostra definizione di democrazia. C’è una classica
definizione del partito politico come “parte totale”. Quando un partito
sceglie una connotazione totalizzante, come la nazione, diventa parte
totalitaria».
A vocazione maggioritaria.
«A vocazione totalitaria, direi. La vocazione maggioritaria mi sembra una banalità: quale partito ambisce alla minorità?».
Come mai la suggestione totalizzante funziona?
«In una fase d’inquietudine, è ovvia la tendenza a compattare. Ma una
cosa è la grande coalizione, in cui le parti restano tali contraendo un
patto, altra è questa strana e melmosa combutta italica, senza nemmeno
la nobiltà dell’union sacrée».
C’è un deficit di conflitto?
«Il professor Bobbio, in altri tempi, aveva usato una formula molto
forte: la discordia è il sale della democrazia. Discordia è parola
estrema: Tucidide la riteneva premessa della stasis, la quiete prima
della tempesta della guerra civile. In realtà Bobbio, radicalmente
dicotomico sul piano teorico, nella pratica era un mediatore. Infatti
per lui, come per il suo maestro Kelsen, la democrazia non può esistere
se non ha al fondo un compromesso e il compromesso è la Costituzione».
Arte anacronistica, il compromesso: va di moda la decisione. Renzi pare ispirarsi più a Schmitt che a Kelsen e Bobbio.
«C’è decisionismo e decisionismo. Schmitt aveva un’idea bellica della
decisione: il nemico non va sconfitto, ma eliminato. L’attuale
decisionismo mira piuttosto all’andreottiano tirare a campare. Serve a
fronteggiare le difficoltà del giorno per giorno, a tappare buchi, a
tamponare con urgenza le situazioni. Un decisionismo non tragico,
diciamo in salsa mediterranea, all’amatriciana. Il governo non combatte
nemici per imporre una sua visione strategica, che si stenta a vedere,
ma cerca aggiustamenti temporanei, posticipando i problemi».
E la piazza fisica, delle manifestazioni di protesta?
«Schmitt avrebbe approvato la manganellatura degli operai, ovvero del
nemico. Non è andata così. Il governo non ha approvato il manganello.
Anzi, ha espresso solidarietà a manganellati e manganellatori: più
andreottiani di così!».
Non si può dire che l’idea del nemico da riportare all’ordine sia estranea alla fase politica attuale.
«L’ordine attuale è una somma di compromessi quotidiani. L’ordine duro e
puro è quello invocato per porre fine al “biennio rosso” in Italia, o
al caos tinto di socialismo della Germania di Weimar. Sappiamo dove ha
portato. Oggi, in Italia, il pericolo mi pare che possa derivare dal
difetto d’opposizione politica efficace in Parlamento e dalla supplenza
da parte d’una opposizione di piazza. Qui, vedrei il rischio della
radicalizzazione. La manifestazione di Roma aveva un evidente
significato ultrasindacale. Farsene troppo facilmente una ragione può
essere irresponsabile».
Quando coniò la formula «democrazia dell’applauso» per Craxi, Bobbio si
beccò l’insulto «intellettuale dei miei stivali». A voialtri è toccato
«professoroni e parrucconi».
«È già una bella soddisfazione avere a che fare con parrucche e non con
stivali. Cambiamo le parole, ma siamo sempre lì. Ci sono “no” che sono
degni quanto i “sì”. Ha presente Bartleby, lo scrivano di Melville?».
«Una fase di transizione difficile». I timori di Libertà e Giustizia
di Massimo Rebotti Corriere 3.11.14
Un gruppo di lavoro per far superare a Libertà e Giustizia «una fase di
transizione difficile». La base dei sostenitori si domanda con
preoccupazione quale sarà il futuro dell’associazione dopo la scelta
dell’ingegner Carlo De Benedetti di ridurre i finanziamenti. In tutta
Italia i circoli di Libertà e Giustizia sono una quarantina e proprio
dai coordinatori è partita l’idea di creare una squadra che studi come
uscire dalla crisi. Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, che è
presidente onorario dell’associazione, ha partecipato ai primi incontri:
potrebbe essere lui la figura di riferimento per la nuova fase.
Dovrebbe invece farsi da parte entro l’anno Sandra Bonsanti che presiede
Libertà e Giustizia dal 2002. A conferma del passaggio delicato i due
presidenti sono per ora molto cauti. La riduzione dei finanziamenti da
parte di De Benedetti potrebbe comportare lo smantellamento della sede
centrale di Milano con la disdetta dei contratti per le persone che si
occupavano a tempo pieno delle attività. Tra i circoli si teme che,
senza strutture né persone dedicate, diventi difficile tenere in vita
l’associazione basandosi solo sul tesseramento. Tanto più che i proventi
delle tessere sono in calo: erano oltre 140 mila euro nel 2011 — anno
in cui governava ancora Berlusconi e Libertà e Giustizia realizzava
contro l’allora premier manifestazioni con migliaia di persone —, ma poi
sono scesi costantemente fino a circa 90 mila euro nel 2013, alle
soglie dell’era di Matteo Renzi. «Sono nel consiglio di presidenza da
poco» dice la costituzionalista Lorenza Carlassare, «ma le ragioni per
continuare ci sono tutte: non c’è più il nemico, Berlusconi, ma ora il
nemico ce l’abbiamo in casa, ed è Renzi: con la riforma del Senato la
democrazia costituzionale è sotto attacco».
Matteo Renzi Un leader liberale per la sinistra
di Michele Salvati Corriere 3.11.14
Un totus politicus come Renzi nutre un comprensibile scetticismo per i
programmi e per gli intellettuali che si dilettano a scriverli: il
messaggio è affidato ad atti politici, a fatti, dichiarazioni, annunci,
atteggiamenti. E dagli atti compiuti sinora mi sono fatto l’idea delle
sue convinzioni politiche — della sua visione del mondo e dell’Italia —
che provo a riassumere schematicamente nei seguenti cinque punti.
(a) L’orientamento ideologico di fondo è una versione del liberalismo di
sinistra, attento non solo alle «libertà da», ma anche ad effettive
«libertà per», ad una ragionevole uguaglianza di opportunità per le
persone socialmente più svantaggiate, nella misura in cui è possibile
assicurarla dati i vincoli economici e sociali che oggi l’ostacolano.
Vincoli che però lentamente possono essere rimossi. Si tratta dunque di
un liberale, non di un socialdemocratico. Come liberale non arriva agli
estremi della signora Thatcher («ci sono gli individui, una cosa come la
società non esiste»), ma non intende legarsi agli interessi di gruppi
sociali organizzati e alle loro rappresentanze. Neppure a quelle dei
lavoratori dipendenti, ai sindacati, il nesso che invece caratterizza la
socialdemocrazia: per lui sono tutti lavoratori — «padroni» e
dipendenti — e l’importante è che tra loro ci siano rapporti
cooperativi, che le loro capacità siano valutate e premiate, che
l’occupazione si estenda e che nessuno si accaparri di rendite non
meritate.
(b) Questo ha come conseguenza che egli si rivolge al Paese nel suo
insieme, non ad una parte di esso. Vuole forse costruire un «partito
della nazione»? Ma tutti i grandi partiti che competono per il governo
non pongono limiti alle loro capacità di rappresentanza: chiunque
accetti i valori che Renzi sostiene e creda nella sua capacità di
attuarli può votare per lui, come in passato ha votato per Berlusconi
chiunque ha creduto nei valori da lui un tempo sostenuti.
(c) Come ogni liberale Renzi è convinto che in larga misura efficienza
ed equità viaggino insieme: l’Italia è ingiusta anche (e forse
soprattutto) perché è inefficiente, perché le amministrazioni pubbliche
non funzionano e non soddisfano le domande dei cittadini che ad esse si
rivolgono, spesso i più bisognosi; l’occupazione e dunque il benessere
ristagnano perché il mercato del lavoro funziona male, le imprese sono
troppo piccole e inefficienti e anche le più grandi ed efficienti vanno
incontro ai problemi recentemente esemplificati dal caso di Luxottica: è
questa la tesi sostenuta da economisti liberali come Pietro Reichlin e
Aldo Rustichini ( Pensare la sinistra , Laterza) che mi sembra Renzi
abbia fatto propria.
(d) Renzi è anche convinto che l’Italia, le cui inefficienze e
ingiustizie affondano in un lontano passato, richiede un lungo periodo
di manutenzione straordinaria. Non c’è un singolo grande problema di
riforma su cui concentrare le scarse risorse del Paese, ma numerosissime
inefficienze e ingiustizie che l’affliggono, sia nel settore pubblico
che nel privato: nel regime fiscale, nella scuola, nella magistratura,
in quasi tutti i comparti della pubblica amministrazione, nella
legislazione sul lavoro e sul welfare, nelle imprese e nel sistema
finanziario, nel Mezzogiorno, tutti cantieri che Renzi ha aperto o
intende aprire. Come poi un politico consapevole della difficoltà del
compito che si è addossato riesca ad essere (o a sembrare credibilmente)
così ottimista — un aspetto fondamentale della sua immagine pubblica — è
problema che sfugge alle mie capacità di com-prensione. Ma io sono un
intellettuale pieno di dubbi e di paure, lui un politico.
(e) Se le cose sono così difficili, la prima delle riforme è «la riforma
del riformatore», un riassetto costituzionale, istituzionale ed
elettorale che dia al governo le risorse amministrative, regolamentari e
di consenso necessarie ad una lunga legislatura riformatrice guidata da
un unico partito, libero dalla necessità di compromessi. Di qui la
fragile alleanza sulla legge elettorale con Berlusconi, il quale
dovrebbe avere lo stesso interesse di Renzi a frenare l’avanzata di
Grillo. Olent ?, chiedeva Vespasiano contando i sesterzi ricavati dai
suoi gabinetti pubblici.
Forse voglio leggere troppo nella svolta di Renzi: dopo questi pochi
mesi di governo, non sono in grado di escludere che Renzi sia un
personaggio di caratura politica e intellettuale più modesta di come
l’ho rappresentato. E che di lui, più che prendere sul serio
l’ideologia, sarebbe il caso di scrivere una «fenomenologia», come fece
Umberto Eco per Mike Bongiorno più di cinquant’anni fa. In fondo —
potrebbero dire coloro cui Renzi sta antipatico di pelle — le riforme
che sta tentando sono assai simili a quelle che ha tentato, e in parte è
riuscito ad attuare Monti. O a quelle di Letta: anche queste
rispondevano ad un orientamento liberal-democratico. Vero. C’è però il
«piccolo» particolare che, con la sua innovazione
mediatico-organizzativa Renzi è riuscito a scalare e a far vincere (per
ora alle europee) un partito che quelle riforme o le ostacolava, o le
digeriva piuttosto male, ed ora, a seguito di una evidente mutazione
politico-ideologica — o si tratta dell’italico «correre in soccorso del
vincitore»? — sembra in grado di sostenerle con maggiore convinzione. Se
sarà veramente così, lo vedremo tra non molto.
L’assurda amnesia sulla storia socialista
di Pierluigi Battista Corriere 3.11.14
Damnatio memoriae forse è troppo, ma questa cancellazione di ogni sia
pur minimo frammento che ricordi la tradizione socialista italiana,
questo annichilimento persino lessicale, questa sparizione assoluta di
un pezzo importante della nostra storia, come vogliamo definirla? Se
persino un «post» assoluto come Matteo Renzi, uno che con la tradizione
comunista non ha niente a che fare e anzi sta smantellando ogni traccia
residuale di ideologismo di marca comunista, se persino lui, senza
nemmeno avvedersene, schiaccia tutta la storia della sinistra italiana
come emanazione del Pci, che segno è? Dice Renzi che la sinistra nemmeno
votò a favore dello Statuto dei lavoratori con l’articolo 18. Ma come,
lo Statuto dei lavoratori è stato fatto dalla sinistra, quella
socialista. Il padre dello Statuto è stato un socialista, Giacomo
Brodolini e il suo ispiratore un grande giuslavorista socialista, Gino
Giugni. E invece passa l’idea che la «sinistra» sia stata contro. Il
socialismo espulso dalla storia e dalla sinistra. Una dimenticanza. Ma
molto eloquente.
Fa bene sul Foglio Guido Vitiello a menzionare, con ironia e conservando
il senso delle proporzioni, qualche precedente. Come le «mani di Karl
Radek che continuavano a dimenarsi, staccate dal corpo del loro
proprietario, nel filmato di un congresso della Terza Internazionale»:
Stalin voleva azzerare ogni traccia del dirigente bolscevico caduto in
disgrazia, ma quel particolare delle mani gli era sfuggito. Oppure le
tre versioni nelle fotografie della Rivoluzione cubana. «La prima con
Castro che parla animatamente accanto a Carlos Franqui e ad Enrique
Mendoza» nella terza, strappati via i dissidenti Franqui e Mendoza solo
Castro che parla come uno squilibrato. Ma sulla cancellazione della
storia socialista nessun Commissariato degli archivi , come si intitola
uno splendido libro di Alain Jaubert, provvede a distruggere i reperti
scomodi del passato, come accade negli Stati totalitari. Qui è solo il
trionfo del più vieto luogo comune, l’incapacità di capire, secondo gli
stereotipi del senso comune, quanto sia stato importante il riformismo
socialista nella storia italiana fino a Bettino Craxi, anzi soprattutto
con l’accelerazione modernizzatrice impressa da Craxi, mentre il Pci
ancora non aveva spezzato il legame di ferro con le mitologie del
comunismo realizzato. Un luogo comune così pervasivo da sfiorare persino
un campione della politica post-ideologica come Renzi.
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