martedì 4 novembre 2014

Finalmente con Renzi abbiamo la sinistra normale auspicata a suo tempo da D'Alema


Le due sinistre e il corporativismo Liberare l'Italia dalla guerra fredda
di Sergio Fabbrini Il Sole 4.11.14

Non è questione di carattere, né di stile politico. Ciò che contrappone il primo ministro Renzi ai due principali leader della Cgil, Camusso e Landini, è una diversa visione del l'Italia. Tale contrapposizione si basa su due diversi paradigmi politici di riferimento, da cui poi derivano opposte strategie di azione politica. Naturalmente, non bisogna mai esagerare quando si vuole assegnare una visione coerente all'uno o all'altro leader politico e sindacale. Chi fa quel mestiere si muove per di più sulla base di passioni o di interessi. Tuttavia, sarebbe altrettanto riduttivo assumere che quei leader agiscano solamente sulla base di questi ultimi. Per di più, nel caso dello scontro tra Renzi e la Cgil, esso ha portato in superficie una divisione che ha le sue radici almeno negli anni Novanta del secolo scorso. Una divisione così profonda che ha portato, da allora, alla paralisi minoritaria della sinistra ovvero alla sua sconfitta reiterata.
La Cgil, i suoi esponenti di riferimento all'interno del Pd, buona parte dei funzionari che hanno avuto il controllo delle strutture periferiche del partito, tutti costoro si muovono sulla base di un paradigma che assume come ruolo primario della sinistra quello di combattere la diseguaglianza. Per costoro, la sinistra coincide con la lotta alla diseguaglianza prodotta necessariamente e inevitabilmente dal mercato capitalistico. Lo schema che interpreta le società moderne come società di classe è stato aggiornato ma non alterato. Nella lotta contro la diseguaglianza, la sinistra deve fornire la rappresentanza politica a quel mondo del lavoro dipendente a cui il mercato non riconosce i diritti. L'aggiornamento socialdemocratico ha portato questa sinistra ad accettare di fatto il mercato, mantenendo però un istintivo sospetto nei suoi confronti. È la sinistra dei diritti (sociali in particolare) a prescindere. Per confrontarsi con i suoi avversari di classe, la sinistra deve disporre di un'organizzazione coesa e introversa, espressione dei gruppi sociali di riferimento del lavoro dipendente, le cui dirigenze condividono con la leadership del partito gli stessi valori politici (e stili di vita). 
Come ha detto Landini a Rai 3, il lavoro deve essere il centro della politica della sinistra: chi tocca il lavoro (organizzato) si prende la scossa. Da tale paradigma derivano inevitabili conseguenze. Siccome la società italiana è divisa in classi contrapposte, allora è bene che le decisioni governative siano prese dopo un lungo lavoro di mediazione tra gruppi sociali e forze politiche. La concertazione costituisce la condizione per tenere sotto controllo le contrapposizioni di classe e il bicameralismo simmetrico è necessario per prevenire la tirannia dei poteri forti sui gruppi deboli. Inoltre, l'apparato pubblico e il suo enorme sistema di imprese e agenzie deve essere permeabile alle esigenze di protezione della sinistra, prima ancora che a quelle di promozione dell'efficienza. 
È evidente che questo paradigma non riesce a spiegare la società italiana di oggi, né riesce a dare conto delle trasformazioni economiche e tecnologiche che sono state indotte dalla globalizzazione. Naturalmente, la diseguaglianza è un grande problema, ma la sua esistenza è il risultato della chiusura corporativa del Paese. Infatti, per il primo ministro e la nuova generazione politica che ha preso il controllo del governo centrale e di molti governi periferici, il problema principale della società italiana è la sua chiusura corporativa, da cui poi deriva la sua configurazione diseguale. Per questa sinistra, il paradigma politico di riferimento è quello della società chiusa: la frattura principale nell'Italia di oggi è tra chi è "dentro" e chi è "fuori", tra chi beneficia di diritti, protezioni e privilegi e chi invece è costretto ogni giorno a ricominciare da capo. Come lo stesso Renzi ha ricordato nel discorso di Brescia, l'Italia è ingessata da micro-interessi, un'ingessatura che le ha finora impedito di svilupparsi come potrebbe. E, infatti, gli avversari di questa sinistra sono trasversali a tutti i gruppi, perché in tutte le posizioni, pubbliche e private, si sono formate rendite di posizione ovvero surrettizi autogoverni corporativi. A causa di governi deboli e instabili, la politica ha lasciato agli interessi organizzati, pubblici e privati, il compito di regolare le attività sociali e istituzionali. Per questo motivo, il nuovo Pd non può limitarsi a rappresentare i vari gruppi organizzati, ma deve rivolgersi alla società nel suo complesso (deve avere cioè una vocazione maggioritaria). La lotta alle corporazioni richiede una politica autonoma dagli interessi organizzati, perché solamente così essa può rappresentare l'interesse del Paese. 
Se questo è il paradigma, allora è evidente che la concertazione non costituisce la garanzia di stabilità sociale, ma piuttosto la fonte dell'ingiustizia tra generazioni, tra generi e tra gruppi. Ed è anche evidente che la politica può aprire la società se è dotata di basilari strumenti decisionali. Di qui la necessità, per questa sinistra, di riformare il sistema parlamentare e la legge elettorale per sottrarre la politica ai condizionamenti e veti delle corporazioni politiche. 
L'esito dello scontro tra le due sinistre non riguarda solamente le sorti di una parte politica. Con Renzi, forse per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, l'Italia può beneficiare di una sinistra liberale finalmente maggioritaria. Il successo di questa sinistra è una condizione per la nascita anche di una moderna destra liberale. Anche se in grande ritardo, l'Italia può finalmente liberarsi dalla prigionia della guerra fredda.


Perché la sola leadership non basta

Qualora Renzi diluisse i connotati del suo partito concentrando l’attenzione su di sé potrebbe distruggere una risorsa identificativa importante
di Piero Ignazi Repubblica 4.11.14

SEMBRA passato un secolo quando, alla vigilia delle elezioni europee, il conflitto politico ruotava intorno alle figure di Renzi e di Grillo. Ora sono altri gli attori in competizione. I clamorosi errori commessi durante la campagna elettorale da Grillo — una campagna speculare a quella del 2013 dove invece le aveva azzeccate tutte — e l’immagine sia rassicurante che fresca e dinamica del Pd ha ridimensionato il pericolo Grillo e incoronato il leader democratico. Il partito del 41%, al quale Renzi ama, con legittimo orgoglio, richiamarsi, però non può dormire sonni tranquilli: chi non ha la memoria corta ricorderà che anche Fi ottenne, dopo pochi mesi dall’insediamento del governo, uno strepitoso successo alle europee del 1994. Poi si è visto come è andata a finire. Il fatto è che nelle elezioni per il Parlamento europeo vige infatti la regola del mid-term e della luna di miele. E cioè, quando si vota a metà della legislatu- ra (mid-term) gli elettori puniscono il governo in carica, se invece si vota a ridosso dell’insediamento del governo (luna di miele) lo premiano. Renzi, arrivato a palazzo Chigi appena 91 giorni prima delle elezioni, ha certo beneficiato dell’effetto luna di miele. Un effetto che sta continuando visto il gradimento che il governo e il suo leader riscuotono tuttora nell’opinione pubblica. Il consenso che gli viene tributato, lo hanno descritto anche Ilvo Diamanti su queste colonne e Nando Pagnoncelli sul Corriere delle Sera, è trasversale: pur mantenendo intatto il bacino tradizionale del lavoro dipendente, il Pd ha sfondato nel lavoro autonomo e tra gli imprenditori, zoccolo duro dell’elettorato moderato forzaleghista, in parte transitato su Grillo nel 2013. Tuttavia il consenso viene anche dagli elettori più anziani, con livello di istruzione medio-basso e non metropolitani. Elettori poco stabili nelle loro scelte. Per catturarli e legarli al Pd non basta la leadership. I leader contano, eccome. È così da sempre nella storia, anche in quella dei partiti. Basti pensare alla recente santificazione di Enrico Berlinguer (e qui ha ragione la Boschi a preferirgli il Fanfani del primo centrosinistra, quello delle grandi riforme).
Dovunque in Europa si vota guardando ai leader anche più che in Italia, ma il ruolo del partito nello strutturare le preferenze politiche rimane centrale: si vota più per il partito che per il leader. Quindi, qualora Renzi diluisse i connotati del suo partito concentrando tutta l’attenzione su di sé distruggerebbe una risorsa identificativa importante, una risorsa che porta voti. Se invece Renzi e il Pd “convivono”, vale a dire se il partito viene trasformato dal nuovo gruppo dirigente senza perdere la propria identità di partito pro-labour e di sinistra, allora il mix tradizione-innovazione è vincente, come si è verificato fin qui. Uno strappo violento che sposti il Pd in una terra incognita dove le identità sono trattate da ferrivecchi non avrebbe altro effetto che lasciare campo libero alla sola risorsa leadership. Sembra proprio questa la tendenza emersa alla Leopolda, dove il meeting fiorentino, privo di ogni simbolo del Pd, si è presentato all’opinione pubblica come il nuovo contenitore di un partito da (ri) fondare. Dopo sette anni di tribolazioni in effetti il Pd può anche essere seppellito per far posto a qualcosa d’altro. Solo che a tutt’oggi non è chiaro il profilo di questo qualcos’altro, se non quello di essere un vero e proprio Pdr, Partito di Renzi. Ed è per questo che il segretario sta puntando ad un’altra contrapposizione mediatica, perché solo nel conflitto diretto e personale la leadership prevale sull’immagine collettiva del partito. Oggi lo scontro è con il segretario della Fiom, Maurizio Landini, e sarà una battaglia senza esclusione di colpi, come fa intravedere lo scambio di accuse sulla strumentalizzazione del problema del lavoro. Lo scontro sarà aspro perché Landini tocca con una determinazione e una grinta che gli altri dirigenti old style del partito non possiedono nemmeno lontanamente il punto debole del Pd: la sua tortuosa e complessa marcia di allontanamento dalla solidarietà “di classe” nei confronti della componente sotto-privilegiata della società e il suo conseguente vezzeggiamento della classe imprenditoriale. Più che necessario, in una fase critica come questa, intessere buoni rapporti con il mondo dei produttori; del tutto inutile e controproducente invece offrire ad una classe imprenditoriale di così bassa caratura la cancellazione di una conquista simbolica della classe operaia come l’articolo 18.



Chi aspira oggi a diventare operaio?

di Nadia Urbinati Repubblica 4.11.14

LA BATTAGLIA sul lavoro che sta dividendo il Pd è più di una contesa sulla rappresentanza politica dei lavoratori. Il 25 ottobre scorso ha messo in scena una spaccatura che è più che politica, e che per questo peserà sui destini del Pd, come ci ha tra l’altro mostrato il sondaggio di Ilvo Diamanti pubblicato domenica scorsa su Repubblica. La contrapposizione tra Landini/Camusso e Renzi, tra Piazza San Giovanni e la Leopolda, mostra una divisone interna alla rappresentazione del lavoro, alla percezione sociale del ruolo e dell’identità dei lavoratori. È l’esito del declino del lavoro industriale che, non va dimenticato, ha marciato insieme al declino della Guerra fredda, alla fine del mondo diviso. La dimensione globale dei mercati e la decadenza del valore sociale del lavoro stanno insieme e si riflettono nella diaspora e trasformazione della sinistra.
Il secondo dopoguerra è nato su fondamenti molto strutturati, a livello nazionale e internazionale. Un mondo diviso ha significato per alcuni decenni una limitata possibilità per il capitalismo occidentale di attingere all’immensa riserva di mano d’opera offerta dalle aree più povere del mondo. Su quei confini si è costruita la cultura dei diritti dei lavoratori occidentali e la forza delle loro organizzazioni sindacali. I cui cardini erano tenuti insieme dalla filosofia lavorista, dall’idea che il lavoro fosse certamente fatica e necessità ma che l’azione politica e associata avrebbe avuto il potere di renderlo prassi e condizione di emancipazione. Lavoro prometeico come forza creatrice di beni materiali e immateriali, tanto per la sinistra marxista quanto per quella socialdemocratica. La condizione operaia, se non la meta più agognata, era certamente dignitosa e perfino nobile. Questa rappresentazione è stata per buona parte del Novecento condivisa da giovani e non giovani, da uomini e donne. Ora non lo è più.
Chi oggi aspira a diventare operaio? Chi coltiva l’utopia del lavoro produttivo come opportunità per ridisegnare i rapporti di forza nell’azienda e fuori? Il globo senza interni steccati è un luogo maledetto per il lavoro, perché qui vince chi offre mano d’opera a basso costo e possibilmente con scarsa professionalità e senza diritti. La globalizzazione da un lato ha aperto le porte ai mercati e alla diversità delle preferenze, dei gusti e delle culture, e dall’altro ha aumentato il numero dei concorrenti che si confrontano non più solo all’interno di un mercato nazionale protetto da barriere legali e/o culturali, ma nell’arena del mercato globale. In questa dimensione aperta si verifica l’attacco ai lavoratori “protetti”, non solo da parte degli amministratori delegati ma anche di altri lavoratori.
Per chi è parte del mondo del lavoro, il lavoro con diritti è sempre più spesso un lusso e perfino un privilegio. Per chi non è parte del mondo del lavoro, il lavoro è sempre più spesso un non valore. Il lavoro manuale si fa non solo meno pagato e meno meritevole di diritti, ma anche meno dignitoso, e anzi oggetto di una rappresentazione sociale penalizzante e umiliante. È spesso visto come sinonimo di sconfitta sociale perché le aspettative dei giovani sono di avere una carriera, una professione magari precaria inizialmente, raramente di diventare operai. Il creatore di futuro, il Prometeo dei decenni passati non fa parte del loro immaginario perché le preferenze e le aspirazioni favorite dal mondo globale sono essenzialmente individualiste e associate alla gratificazione personale immediata. È la realizzazione individuale, psicologica e monetaria, e il riconoscimento sociale che danno valore all’occupazione. Fatte le dovute eccezioni (come l’orgoglio dell’operaio specializzato nelle aziende meccaniche dell’Emilia) l’operaio corrisponde nella vulgata popolare a una condizione in molti casi di ripiego o perfino di sconfitta personale. Questa è del resto la rappresentazione che i media alimentano. Anche per questa ragione, il lavoro non trova facile e omogenea collocazione in una sinistra che vuole essere targata giovane. Come ci ha mostrato Diamanti, per la maggior parte di chi oggi si orienta verso il Pd, il lavoro non ha valore simbolico se non è carriera e segno di riconoscimento sociale.
La dissociazione nel Pd è quindi tutt’altro che di poco conto. Non riguarda tanto un modo “vecchio” o “nuovo” di essere della sinistra come forse conviene sostenere per ragioni propagandistiche. Riguarda la formazione, si potrebbe dire, di due classi sociali, di una gerarchia, dentro il mondo del lavoro: da un lato il lavoro per chi non ha realizzato sogni di carriera (la categoria dei lavoratori dipendenti o degli operai); dall’altro un lavoro associato alla carriera e alla mobilità verso l’alto (a questa i giovani aspirano). È una gerarchia tra lavoratori, e interna al mondo del lavoro, quella che si misura e cerca rappresentanza politica nella battaglia che sta dividendo il Pd.

Resa dei conti sull'Italicum
di Roberto D'Alimonte Il Sole 4.11.14
Tra Renzi e la sinistra sindacalista, dentro e fuori il suo partito, si sta giocando in questi giorni una partita molto importante. Non è la prima volta che un fatto del genere accade a sinistra. Per il Prodi del periodo 1996-1998, e di nuovo dieci anni dopo, è stato più o meno la stessa cosa. La sinistra radicale fa fatica ad accettare l'idea che per vincere occorra cambiare.
Meglio la difesa dell'identità che la conquista del governo. Si sa come è andata con Prodi e i suoi successori. L'Ulivo del 1996 vinse le elezioni grazie alla divisione del centro-destra e, dopo il divorzio a sinistra, riuscì a completare la legislatura grazie alle defezioni di pezzi dello schieramento di Berlusconi. L'Unione del 2006 vinse le elezioni per 25.000 voti alla Camera e grazie a Tremaglia al Senato. Ma di nuovo le divisioni al suo interno le impedirono di governare. A distanza di due anni dal voto Prodi fu costretto a gettare la spugna.
Sarà diverso questa volta? Tutto lascia presagire di sì. Ed è questo che spiega la virulenza dello scontro in atto tra Renzi e la sinistra sindacalista. La questione non è tanto l'art.18. La posta in gioco è la capacità della sinistra sindacalista di continuare a condizionare l'azione di governo esercitando a volte un potere di iniziativa e più spesso un potere di veto che per anni le ha consentito di essere uno degli attori decisivi del sistema. Non è scontato come vada a finire. Ma il quadro politico ed economico è molto cambiato rispetto al passato. Questa volta potremmo essere di fronte ad un esito diverso. La crisi economica non rafforza il sindacato. Né lo aiuta la politica di austerità dell'Unione. Anzi, per il sindacato di sinistra, compreso quello di Landini, l'Europa è un problema irrisolto. Da che parte sta rispetto a questa nuova linea di divisione della politica italiana e europea? Si sa da che parte stanno Grillo, la Lega e i loro omologhi europei. Ma in che cosa si differenzia la posizione della Cgil da quella di Renzi su questa questione cruciale?
Ma è la diversità del quadro politico a fare la vera differenza. Renzi non è Prodi. E il Pd di Renzi non è né l'Ulivo né l'Unione. Il premier non è interessato ad assemblare coalizioni di partiti e di interessi organizzati. Sono i voti il suo vero obiettivo, non gli accordi con elites politiche, sindacali o altro. E nell'Italia di oggi il Pd di Renzi può legittimamente aspirare a diventare un partito tendenzialmente maggioritario. Anzi, lo è già.
Lo hanno dimostrato le elezioni europee e lo confermano i sondaggi. Per quanto poco attendibile possa essere il singolo sondaggio, la media dei sondaggi dell'ultima settimana ci dà pur sempre una indicazione di tendenza che conferma come il partito di Renzi sia stabilmente intorno al 40% delle intenzioni di voto. Una percentuale straordinaria di questi tempi che si spiega solo con l'appeal che il premier ha in settori dell'elettorato che non hanno mai votato Pd o altre formazioni di centro-sinistra.
Due volte in tempi recenti la sinistra italiana ha perso l'occasione di allargare la sua base di consensi. Sia nel 1994 che nel 2013 c'erano milioni di voti disponibili. Milioni di elettori delusi che avevano abbandonato le vecchie appartenenze. Ebbene, in entrambe le occasioni la sinistra si è presentata a questo appuntamento storico con proposte vecchie che non hanno saputo cogliere la grande voglia di cambiamento dell'elettorato italiano. Ed è andata come è andata. Nel 1994 ha vinto Berlusconi. E nel 2013 ha vinto Grillo. Adesso è diverso. Renzi sta riuscendo nell'impresa di creare intorno al Pd un nuovo blocco elettorale maggioritario. E non saranno la Cgil e la sinistra del suo partito a fermarlo. Anzi, lo scontro a sinistra lo aiuta a conquistare nuovi consensi tra quegli elettori moderati, e sono tanti, che non hanno nessuna simpatia per il sindacato.
Solo una cosa manca a Renzi per completare il suo disegno strategico: una riforma elettorale che trasformi il suo 40% di voti in una maggioranza assoluta di seggi. Ma come riuscirà ad arrivarci è ancora tutto da vedere. Con una riforma del genere, calata in un contesto con gli attuali rapporti di forza tra i partiti, la sinistra radicale rischia di diventare del tutto irrilevante elettoralmente e politicamente. Questa è la vera posta in gioco.

Nessun commento: