sabato 22 novembre 2014
Per lo Stato di polizia, contro lo Stato sociale: il Grande Sogno
Lo Stato forte che il Paese ama solo a giorni alterni
di Giovanni Belardelli Corriere 22.11.14
Nel
corso del Seicento alcuni grandi teorici della politica cercarono di
spiegare perché gli esseri umani avessero un giorno abbandonato lo
«stato di natura» per far nascere lo Stato e il governo. Secondo John
Locke, uno dei padri nobili del liberalismo, lo avevano fatto, anzi
avevano dovuto farlo, per ottenere la garanzia che i diritti di ciascuno
venissero fatti rispettare. A ben vedere, le occupazioni milanesi di
case, la protesta romana di Tor Sapienza rappresentano, insieme a tanti
altri episodi analoghi, una specie di grande lezione collettiva circa i
fondamenti della politica, la dimostrazione pratica di quanto
quell’assunto di Locke faccia ancora parte del bagaglio di una società
democratica. Ci hanno mostrato infatti dove si va a finire quando
l’azione dello Stato — e dei poteri pubblici in generale — è debole o
assente e ciascuno pensa di poter provvedere a farsi giustizia da sé,
dando vita a una guerra di tutti contro tutti (come definì la condizione
prestatale Thomas Hobbes).
È dal 1861 che l’Italia soffre di una
statualità debole, per molti motivi. Per il sentimento di estraneità, in
quel momento, di gran parte della popolazione. Per il conflitto che
oppose a lungo Stato e Chiesa. Non ultimo per il fatto che il
protagonista dell’unificazione, il Piemonte, non aveva — in termini di
territorio, popolazione, forza militare — un peso così superiore e
prevalente rispetto al complesso degli altri Stati preunitari, come era
invece il caso della Prussia che svettava nettamente rispetto agli
staterelli tedeschi con i quali costituì nel 1871 la Germania. Venendo
ad anni più vicini, tutti ricordiamo come nella prima Repubblica i
partiti — quanto meno i due maggiori — rappresentassero soggetti che
limitavano il potere dello Stato in quanto erano essi stessi delle
istituzioni protostatali, come qualcuno li ha definiti. La nascita delle
Regioni e l’estensione dei poteri successivamente loro attribuiti con
la riforma del titolo V della Costituzione hanno rappresentato un
ulteriore fattore di debolezza dello Stato, come luogo di indirizzo e
guida della vita del Paese. Si è trattato di una debolezza che, come
avviene anche per gli individui quando sono deboli e insicuri, si è
tramutata e si tramuta spesso in arroganza e prevaricazione. Lo
testimoniano i rapporti del comune cittadino con la pubblica
amministrazione o la giungla di adempimenti fiscali e amministrativi cui
è costretta ogni piccola impresa.
Diciamo la verità. Con questa
(relativa) debolezza dello Stato noi italiani ci siamo accomodati
benissimo: sempre pronti a chiedere provvidenze e interventi a uno Stato
sociale dalle finanze abbastanza dissestate, amiamo invece poco lo
Stato cosiddetto guardiano notturno, quello che vigila sul rispetto
dell’ordine pubblico e delle leggi. Quel che avviene riguardo alla
tutela del territorio e alle catastrofi naturali evidenzia proprio
questo. Una parte del Paese ha tenacemente avversato ogni norma che
potesse limitare le costruzioni in zone a rischio: dalle aree golenali
dei fiumi alla zona rossa del Vesuvio. Salvo poi chiedere allo Stato di
intervenire per i soccorsi, i danni, la ricostruzione. Questo, come è
ovvio, non vuol dire che i singoli cittadini danneggiati da una frana o
da una alluvione siano esattamente gli stessi che avevano edificato
incautamente o illegalmente. Nondimeno è questa domanda alternata di
assenza e presenza dello Stato che si è verificata e — temo — continua a
verificarsi. Come è noto, la frana di Sarno del 1998 fu causata anche
dal fatto che fossero stati ostruiti dai rifiuti i canali per drenare le
acque che scendevano dalla montagna. Dopo la tragedia (circa 160 morti)
l’area venne messa in sicurezza; ma oggi, ha dichiarato il sindaco di
Sarno ( Corriere , 13 novembre), le vasche per la raccolta delle acque
«sono state trasformate in discariche di rifiuti». Non c’è che dire, una
descrizione perfetta di quella specie di «stato di natura» in cui molti
italiani si ostinano a voler vivere. Incuranti del fatto che questa è
una condizione poco compatibile con l’esistenza di un Paese moderno.
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