lunedì 3 novembre 2014

Ricostruire la sinistra con Fabio Mussi?

La strada che da Mussi portava a Renzi era segnata [SGA].

Fabio Mussi “Dovevamo cambiare molto tempo prima”
intervista di Alessandro Ferrucci il Fatto 3.11.14
Fabio Mussi nel 1989 aveva 41 anni ed era nella segreteria del Partito comunista, “insieme ad altri sette compagni, tutti giovani o giovanissimi, il più grande era Occhetto con i suoi cinquanta, poi una serie di ragazzi come Livia Turco, Massimo D’Alema o Walter Veltroni che ne aveva 34”. Sono loro, gli otto, ad aver discusso, consumato, traghettato, affrontato quei giorni, poi diventati mesi, quindi anni, in cui il Pci finisce, falce e martello escono dall’immagine centrale per finire sotto una quercia. E un’intera comunità perde molte delle sue certezze.
Secondo quasi tutti i testimoni dell’epoca, Occhetto non avvertì nessuno delle sue intenzioni alla Bolognina...
Dobbiamo dividere i piani: è vero, nessuno sapeva che quello sarebbe stato il giorno dell’annuncio, il giorno preposto per avviare un processo ufficiale di trasformazione, ma la discussione si era aperta da tempo. Insomma, non è stato un fulmine a ciel sereno, avvertivamo l’esigenza di un cambiamento, il distacco dall’Unione Sovietica.
Quindi, già si discuteva dell’addio al Pci...
Pochi mesi prima era apparso un articolo su Rinascita dedicato a tale argomento, e nessuno si era scandalizzato, io stesso gli avevo risposto agli articolisti parlando “della necessità di un tempo per ogni cosa”.
Un “tempo” partito da quando?
Credo dall’invasione della Cecoslovacchia poi seguita, anni dopo, dalle vicende in Polonia del 1981, con un’intervista di Berlinguer nella quale lui stesso prendeva le distanze. Ma Enrico venne fermato dalla sinistra del partito.
Se parliamo di date, le proteste di piazza Tienanmen iniziate nell’aprile del 1989, sono considerate fondamentali per il Pci.
Vero, sono state la classica goccia che fa traboccare il vaso, con l’intera segreteria del partito schierata davanti l’ambasciata cinese per un sit-in di protesta.
Nel dopo-Bolognina molte famiglie furono attraversate e segnate da lacerazioni interne.
Eccome! Pensi, a casa dei miei il ritratto di Stalin è rimasto appeso fino al 1956, tolto solo dopo i fatti d’Ungheria, mentre mio padre era convinto che Krusciov (protagonista di alcune aperture fondamentali) fosse un uomo in mano all’intelligence statunitense! Questo per dirle il contesto nel quale sono cresciuto...
E quindi?
Sì, è stato un periodo difficile, nel quale una parte di noi comprese il momento, un’altra ci accusò di tradimento, si sentì abbandonata, non si rendevano conto che le pietre del Muro di Berlino ci stavano rotolando addosso.
Secondo lei, Occhetto come gestì la situazione?
Era impossibile comportarsi diversamente, era necessario operare uno strappo improvviso, altrimenti ci saremmo insabbiati in infinite discussione con i più anziani, e penso a compagni come Pajetta, Ingrao o lo stesso Napolitano, personalità di fronte alle quali mi tolgo sempre il cappello, ma che avrebbero portato la discussione verso un vicolo cieco.
25 anni dopo, quale errore non rifarebbe?
Quello di non aver trovato prima il coraggio di abbandonare l’Unione Sovietica, di archiviare il Pci.
Qualche rimpianto?
Non era obbligatorio arrivare a questo Pd e a questo Renzi: quello di oggi è un non-partito, è puro spazio elettorale. Mentre sono orgoglioso di aver fatto parte del Pci, un gruppo che ha contribuito in maniera fondamentale allo sviluppo democratico del nostro Paese.

Nessun commento: