sabato 22 novembre 2014

Siza Vieira e l'architettura contemporanea


«Si costruisce troppo ed è sparita la fantasia» 

Alvaro Siza denuncia l’omologazione del gusto internazionale da Shanghai a Città del Capo E l’ossessione per i regolamenti e il comfort: «Allora i veneziani dovrebbero essere tutti m orti»

22 nov 2014  Libero CARLO DIGNOLA 

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervista di Carlo Dignola all’architetto portoghese Álvaro Joaquim de Melo Siza Vieira tratta dal numero 5/2014 della rivista Vita e Pensiero. 

«Il disegno è il desiderio dell’intelligenza». In un certo senso è tutto qui Álvaro Joaquim de Melo Siza Vieira, 81 anni, uno dei più grandi architetti viventi: un’intelligenza che va a incidere nella realtà, nei muri e negli spazi, spinta da una sua forza interna che non è solo puro razionalismo. 
Nato in un paese di pescatori vicino a Oporto, da ragazzo voleva fare lo scultore. Si iscrisse ad architettura per non contrariare suo padre. Lo attirava Gaudí, il grande catalano visionario, venuto al mondo un 25 di giugno come lui, ma le loro architetture non potrebbero essere più diverse. I maestri di Siza sono stati piuttosto Alvar Aalto, Frank Lloyd Wright, Le Corbusier. (...). 
Ha collezionato grandi premi, a partire dal Pritzker (il Nobel dell’architettura) del 1992 fino alla medaglia d’oro Riba del 2009 e al Leone d’Oro alla Carriera della Biennale di Venezia nel 2012. (...). Siza eccelle oggi soprattutto come un raro architetto antiretorico, e coloro che lo amano lo amano soprattutto per questo: è diventato un maestro senza mai essere stato un’archistar, come si dice oggi con un brutto neologismo entrato nell’italiano senza passare per l’inglese. Il Mart di Rovereto gli dedica una bella mostra, Álvaro Siza. Inside the human being, aperta fino all’8 febbraio 2015. 
Certe aree industrializzate d’Europa, come quella che va da Novara alle migliaia di capannoni del Nord-Est, sono sempre più costruite e sempre meno verdi. È una tendenza inarrestabile? 
«Queste sono decisioni che dipendono non propriamente dagli architetti, ma da un livello politico. In questo momento stiamo vivendo una crisi economica grave, e io credo che ci sia un eccesso di costruzioni. Nelle nostre città esistono molti grandi edifici abbandonati che non vengono sfruttati, a volte anche quasi nuovi: centinaia e centinaia di appartamenti invenduti. Si è costruito troppo, senza misura». Perché? «L’edilizia è stata a lungo un affare estremamente redditizio, c’è stata una corsa verso l’abisso: costruire, costruire, costruire… In Portogallo uno studio ha rivelato che le cubature approvate nei vari piani regolatori delle diverse città e regioni possono ospitare una popolazione di 30 milioni di abitanti: ma il Portogallo, in tutto, ne ha poco più di 10! C’è stata una pressione molto forte, sostenuta dall’idea che l’affare immobiliare avrebbe reso sempre bene. Non è così, lo abbiamo visto dal 2008 in qua. In Italia vedo che oggi esiste un’opinione pubblica piuttosto critica verso la continua espansione delle grandi città a scapito del paesaggio. I problemi dell’ambiente sono molto sentiti. Ci troviamo, probabilmente, in un momento di transizione». 
Il centro di Shanghai ormai non è molto diverso da Manhattan o Città del Capo: esiste ancora un’identità dei luoghi o si va verso l’uniformazione del gusto internazionale? 
«Nella misura del possibile io provo a contrastarla, ma il mio lavoro è piccola cosa in un contesto di forze ben preponderanti. In un Paese come l’Italia il passato, ciò che avete ereditato dalla storia, è così forte che alcuni nuclei resistono perfettamente a queste pressioni, mantengono la loro identità, o in ogni caso i cambiamenti che avvengono non sono violenti. D’altra parte il vivere contemporaneo manifesta anche nuovi bisogni, nuove attitudini, e tutto questo va guardato con favore». 
Lei, più che costruire sulla tabula rasa, ama intervenire in aree caratterizzate da una lunga storia. Anche se poi disegna edifi ci assolutamente nuovi. 
«Nei centri storici, in Europa, si pensa alla conservazione e al recupero. È giusto. L’Italia è ricca di centri storici bellissimi, compatti, in cui è bello vivere. Con tutta quell’arte la tendenza è evidentemente mantenere ciò che il passato ci ha consegnato. In periferia invece non esistono le stesse preoccupazioni, direi anzi che in questi decenni il recupero dei centri storici è servito un po’ a bilanciare un’eccessiva tolleranza in periferia, dove la qualità del costruire, parlando in termini generali, non è molto alta. Io credo invece che quando si fa dell’architettura si debba mettere la stessa cura ovunque, perché centro e periferia oggi sono un tutt’uno, sono aspetti complementari della stessa vivibilità. Non è solo la storia che interessa all’uomo di oggi, il nostro problema non è solo preservare il patrimonio architettonico, ma anche essere in grado di realizzarne di nuovo». 
Le piace dialogare con il contesto. 
«Sì, io non credo che questo, in fondo, sia un mestiere fatto di rotture. Accadono episodi di rottura, puntuali, apparenti, ma, se osserviamo bene, in architettura esiste sempre una continuità. Una rapida innovazione nell’immediato può apparire come una cesura, un mutamento totale. Spesso nel Novecento si è creduto in un processo “rivoluzionario”, si è creduto di dover costruire qualcosa di assolutamente nuovo, per un uomo nuovo, per una società nuova, e dunque che fosse necessario sviluppare anche un linguaggio architettonico del tutto nuovo. Ma in fondo il fl uire della storia dimostra che non è così. La continuità si mantiene». (...). 
La geometria però non basta: una casa deve accogliere i sentimenti dell’uomo che la abita. 
«L’architettura per me è un’arte. Ci sono grandi discussioni su questo tema, alcuni miei colleghi non sarebbero affatto d’accordo, ma io trovo che se la paragoniamo a quello che succede nel campo della pittura, della scultura, del cinema, della musica, della letteratura, salta agli occhi un’associazione molto evidente fra tutte queste forme di espressione. Un architetto che pensa un edificio non fa qualcosa di molto diverso da un regista cinematografico: organizza i percorsi, i punti importanti per la comprensione dell’edificio, i suoi rapporti interni o con l’esterno. Utilizza il ritmo, per esempio nelle aperture delle fi nestre e delle porte: la scelta di questa scansione in fondo è molto simile a ciò che avviene in musica. Ogni edificio ha i suoi punti più forti e dei “piano”, dei momenti di pausa, di riposo...». (...). 
E cosa pensa dell’architettura “sostenibile”, che oggi è molto di moda?  
«Questo tipo di preoccupazione è importante. Ma ci sono delle contraddizioni. Oggi ad esempio c’è una pressione per avere una illuminazione artificiale spaventosa all’interno degli edifici, e al tempo stesso si parla continuamente della necessità di risparmiare energia. Così come credo che la mania per le regolamentazioni si stia trasformando in un’ossessione. Ogni giorno salta fuori un nuovo regolamento. La cura della sicurezza, del comfort sono aspetti positivi, ma si esagera. In tutta la nostra società esiste una tendenza verso una super-protezione, che un giorno farà di tutti noi degli esseri completamente dipendenti. La distanza tra una colonna portante e un muro, ad esempio, dev’essere per forza di dieci centimetri, perché se fosse un po’ più grande c’è l’idea che i bambini, che sono per loro natura dei potenziali suicidi, possano infilare dentro la testa e farsi del male. Ma allora – mi chiedo – perché è stata costruita una città come Venezia? I suoi abitanti, stando ai criteri dei nostri regolamenti attuali, dovrebbero essere tutti morti». (...).

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