lunedì 3 novembre 2014

Tullio De Mauro sulla questione linguistica in Europa

In Europa son già 103Tullio De Mauro: In Europa son già 103. Troppe lingue per una democrazia?, Laterza, Bari, pagg. 86, € 10,00


Risvolto
Vogliamo davvero che alla storia e al presente dell’Europa corrisponda una reale democrazia europea? Se la risposta è sì, bisogna costruire la comunanza di lingua, condizione fondante di vita della pólis. La voglia di democrazia, la voglia di unità politica e la crescita degli attuali livelli di istruzione sono le condizioni per risolvere la questione linguistica come questione democratica dell’Europa.

Tullio De Mauro «Sì all’inglese lingua europea. Allarme rosso per la scuola»
De Mauro: l’Italia ignora il tema dell’istruzione, specie quella degli adulti

intervista di Paolo Di Stefano Corriere 3.11.14
Punto primo: l’Europa è, storicamente, un’entità multilingue sia pure con importanti spinte di convergenza. Punto secondo: la questione della lingua in Europa non riguarda solo gli aspetti istituzionali e burocratici, ma è una questione di democrazia, perché è difficile costruire una grande comunità politica democratica se i suoi cittadini non dispongono di una lingua comune. Punto terzo: come tale, la questione linguistica è un problema che riguarda la cultura e che investe la scuola. Punto quarto: gli Stati e l’Ue nel suo insieme se ne disinteressano totalmente. Sono queste, a grandi linee, le tesi che Tullio De Mauro espone nel suo libro, In Europa son già 103 , in uscita per Laterza. Sottotitolo: Troppe lingue per una democrazia? . Con i suoi 82 anni portati appassionatamente, in poco più di 80 pagine, coniugando leggerezza e profondità, De Mauro affronta cronologie, mutamenti, contaminazioni, aspetti geopolitici. Senza dimenticare il caso italiano, per molti aspetti esemplare. 

Professore, perché la questione della lingua in Europa è diventata cruciale? 

«Se la prospettiva verso cui vogliamo andare è quella di una federazione di Stati, bisogna che ci sia, come già Aristotele insegnava, un terreno linguistico comune. Non è possibile che uno svedese e un napoletano discutano di politiche finanziarie in lingue diverse. E non è possibile delegare la discussione a un’élite ristretta». 
Il guaio è che il multilinguismo, come lei mostra nel libro, è un tratto distintivo europeo. Come si può conciliare questa storia con l’aspirazione unitaria? 
«Le due cose non si escludono. Ricordo che l’aspirazione all’unità nazionale, statale, intorno all’italiano è stata un filo conduttore della nostra storia. Tanti, compreso qualche linguista, pensavano che l’unità linguistica, raggiunta negli anni Sessanta, avrebbe spazzato via i dialetti, ma non è successo: oggi, dopo cinquant’anni, i dialetti sono ancora vivi. Così, adottando diffusamente una lingua comune in Europa, non è prevedibile che vengano lese le lingue nazionali radicate nella storia e nella cultura». 
Lei si sofferma sulle affinità genetiche tra le lingue indoeuropee, sulla prossimità grammaticale e lessicale. Questo cosa significa? 
«Già il linguista francese Antoine Meillet diceva, a proposito del vocabolario, che a dispetto dei nazionalismi miopi, tra le lingue europee c’è un fondo comune molto superiore alle differenze, che si è creato grazie a una rete fitta di condivisioni. E lo stesso Leopardi nello Zibaldone scrisse che guardando al vocabolario della cultura intellettuale, ci si accorgerebbe che esiste una specie di “piccola lingua” che accomuna, nelle diversità, tutte le lingue europee e che deriva in gran parte dal latino e dal greco. Il vocabolario inglese oggi è composto al 75% di prestiti dal francese o direttamente dal latino. Ci sono consonanze profonde. L’inglese è tutt’altro che vuoto di spessore culturale, e qualcuno l’ha definito una lingua neolatina ad honorem. Anche per questo sostenere che la sua adozione cancelli le identità nazionali è sbagliato». 
Resta il problema della scuola, che in Italia ha già difficoltà a tenere un accettabile livello di formazione nella lingua materna. 
«L’insegnamento della lingua materna resta prioritario. Ma il dato più preoccupante riguarda la popolazione adulta. Anche in Germania o nei Paesi del Nord (e persino negli Stati Uniti) più della metà della popolazione ha gravi difficoltà nel leggere e capire un testo semplice o nell’adoperare banali strumenti di calcolo. In Giappone e in Finlandia si arriva al 38%, in Italia si supera il 70. Direi che è un dato costante l’alto tasso di problemi nell’uso completo delle lingue materne: appena uscite dalla scuola, le persone finiscono per perdere ogni capacità». 
Dal documento del governo sulla «Buona Scuola» si intravedono segnali in questo senso? 
«Semplicemente la “Buona Scuola” ignora il problema linguistico e non fa alcun cenno alla dimensione dell’istruzione degli adulti, che è cruciale per la vita produttiva e per la vita sociale, perché ricade necessariamente sui figli. Una cosa è sicura: il livello di cultura sostanziale in famiglia è determinante sull’andamento scolastico dei ragazzi. Di istruzione degli adulti parlava la legge Berlinguer del 1999, ma da allora è rimasto tutto sulla carta». 
La detrazione fiscale sui libri potrebbe servire? 
«Se ne parla da anni, i tecnici temono che diventi una fonte di microevasione, ma sarebbe certamente utile, anche se ormai una pizza costa più di un Meridiano». 
Al di là della questione lingua, la «Buona Scuola» come le sembra? 
«Lasciamo stare la sovrabbondanza di anglicismi persino ridicoli tipo “gamification”… In sé è un documento accattivante, c’è un’atmosfera scherzosa, nello stile di Renzi, piacevole, con contenuti bizzarri. Io non voglio buttarla sul tragico, ma i problemi della scuola purtroppo lo sono: le strutture edilizie, le lacune del personale tecnico, il rapporto con il mondo del lavoro, le prospettive didattiche… Bisognerebbe rimettere mano all’impianto della scuola media superiore, formare gli insegnanti, che hanno ancora una visione disciplinarista e che invece dovrebbero collaborare tra di loro in funzione di una prospettiva trasversale, sul saper ragionare, argomentare, parlare… La “Buona Scuola” tace su questi argomenti, ma in compenso ne parla la finanziaria, che continua a tagliare sulla scuola, per non dire dell’università che è prossima a defungere». 
Cosa pensa del Clil, cioè quel metodo che prevede l’insegnamento di una disciplina in lingua straniera? 
«Va usato con parsimonia. È già difficile avere dei buoni insegnanti di storia, figurarsi averne pure che parlino bene inglese. Diciamo che è un metodo auspicabile per alcuni insegnamenti universitari, ma per gli altri livelli mi pare poco realizzabile». 
La «Buona Scuola» vorrebbe estendere il Clil alle elementari. 
«La riforma Gelmini prevedeva corsi di formazione inglese, per insegnanti, di 30 ore faccia a faccia e 20 ore via internet: ma con 50 ore complessive non si arriva neanche all’Abc. Le primarie sono le scuole in cui si lavora meglio, in cui le discipline sono strumentali alla maturazione complessiva del bambino. Nei test internazionali i nostri si collocano al vertice: toccare le elementari sarebbe un delitto, perché i guai cominciano dopo. Le analisi Invalsi mostrano che tra i ragazzi usciti dalla media di base e i maturandi lo scarto di competenze è minimo». 
L’iniziativa del Politecnico di Milano di adottare solo l’inglese per gli insegnamenti di master la convince? 
«No, neanche nei master si può rinunciare alla lingua materna. Nel mondo ci sono masse di studenti che si spostano, sono i nuovi clerici vagantes : ma è difficile pensare che dei giovani trovino suggestive le università italiane perché offrono corsi in inglese. Quel che conta sono altri fattori: la qualità scientifica e le condizioni dell’accoglienza, ma questi aspetti vengono ignorati». 
Tornando alla Babele europea, lei accenna al modello indiano e a quello del plurilinguismo svizzero. 
«Lo ripeto: sono contro l’immagine catastrofista secondo cui l’inglese diffuso come lingua standard metterebbe a rischio le lingue nazionali. In India, nonostante le diversità etniche e religiose, l’inglese è diventato negli ultimi 60 anni una lingua secondaria affiancata al sanscrito come lingua nazionale: questo però non ha comportato la morte delle parlate locali, l’urdu e l’hindi. In Parlamento si parla in inglese, nei comizi in una delle 45 lingue locali. L’esempio indiano è interessante per l’Europa».

De Mauro: i nostri dialetti, modello per l’inglese globale
Il linguista propone nel nuovo libro l’esempio del dopoguerra italiano: una lingua franca che dialoga con una moltitudine dei vernacolidi Mirella Serri La Stampa 6.11.14
No, non accapigliamoci ma ragioniamo. «In Europa, specialmente in Italia e Spagna, hanno trovato spazio diatribe diplomatiche e istituzionali sulle lingue da usare in uffici e commissioni dell’Unione: cinque (francese, inglese, italiano, spagnolo, tedesco)? Tre soltanto, lasciando fuori lo spagnolo e l’italiano? O magari solo una?». Lancia così la sua provocazione ai burocrati di Bruxelles e di Strasburgo, Tullio De Mauro nel suo ultimissimo libro, In Europa son già 103. Troppe lingue per una democrazia?, (Laterza, pp. 90, €10). Le lingue in gioco sono tante, la questione riguarda tutti noi, il nostro futuro e il professore non ha alcun dubbio: «Se vogliamo un’Europa in cui i cittadini, per riprendere l’idea di Aristotele, parlino una lingua per discutere e decidere insieme “che cosa è giusto e cosa non è”, oggi, questa lingua è senza dubbio l’inglese».
Ma, attenzione, ecco la sorpresa: rimbocchiamoci le maniche perché noi italiani, sì, proprio noi, abbiamo un modello da esportare. «Per una volta, gli italiani possono proporre un esempio positivo… negli ultimi cinquant’anni abbiamo imparato l’italiano senza cancellare i nostri diversi dialetti. Lo stesso come europei dovremo fare con l’inglese, portare nel suo uso tutta la ricca varietà di culture, di significati e di immagini delle diverse lingue, senza abbandonarle, e portare nelle nostre lingue il gusto della concisione e della limpidezza dell’inglese».
Abbiamo messo in moto un miracolo linguistico tutto italiano e lo studioso lo dimostra con dovizia di informazioni anche nella sua recente Storia linguistica dell’Italia repubblicana. Dal 1946 ai nostri giorni (pp. 304, euro 12, pubblicata a 51 anni dalla sua fondamentale Storia linguistica dell’Italia Unita). E’ stato il decennio dopo la fine della seconda guerra mondiale la fucina del linguaggio moderno: «Nel 1951, al primo censimento dell’Italia repubblicana, risultò che il 59,2 per cento degli ultra quattordicenni era privo di licenza elementare». Da allora, osserva lo studioso, si è proceduto al galoppo e i connazionali, pur continuando a frequentare i dialetti, «hanno coltivato un nuovo rapporto con la loro lingua». Un traguardo che altre nazioni hanno impiegato alcuni secoli a tagliare. La scolarità passa in tempi rapidi da tre a 12 anni e l’uso dell’italiano si diffonde al 95 per cento della popolazione che pur conserva al 60 per cento l’abitudine saltuaria a uno dei dialetti. E non basta. «La televisione - afferma De Mauro - ha reso patrimonio collettivo anche una varietà lessicale sconosciuta alla popolazione italiana».
Tutto bene, dunque? Nell’immediato dopoguerra si vendeva un quotidiano ogni dieci abitanti, tra 4.300.000 e 4.600.000 copie complessive: il prof di scuola, per esempio, la mattina mentre si dirigeva verso l’edicola incontrava intenti alla lettura di un quotidiano sia il custode dello stabile che il negoziante della porta accanto. Procedendo di pari passo con la diffusione della scolarità, i giornali avrebbero dovuto crescere tre o quattro volte. Dagli Anni Settanta invece sono dimagriti e «nel 2012 le copie vendute di un quotidiano in un giorno sono state in media 3.843.679 (di cui 577 mila di giornali sportivi): su una popolazione di 52.676.000 adulti è stata venduta una copia ogni 13,5 abitanti». Oggi fra tutti coloro che sono in grado di colloquiare in italiano meno di un terzo mostra di poter accedere pienamente alla comprensione di un testo scritto. Esiste un abisso tra gli italiani più attivi culturalmente e quelli che lo sono assai meno o quasi per niente, circa il 53 per cento.
E’ aumentato il divario tra chi si cimenta con la lettura e con la scrittura e chi non sa farlo, tra chi ha accesso alla rete e chi ne è escluso e ha difficoltà a padroneggiare concetti e ragionamenti di ordine statistico, matematico e scientifico. Il bilancio mostra parecchi vuoti ma esiste la medicina: la formazione e l’apprendimento permanente, il lifelong learning. È un modo per ridare afflato a quel lontano miracolo italiano che ha molto da insegnare all’Europa di oggi.

Il falso mito dell’inglese: né democratico né redditizio
di Michele Gazzola Corriere La Lettura 30.11.14
L’intervista rilasciata da Tullio De Mauro al «Corriere della Sera» il 3 novembre ha il merito, fra le altre cose, di sollevare la questione della lingua nella costruzione di una democrazia transnazionale europea. Alcuni osservatori ritengono che puntare su un’unica lingua, segnatamente l’inglese, sia la scelta giusta per permettere l’emergere di uno spazio pubblico europeo e di un sentimento di solidarietà continentale. È lecito essere scettici a riguardo. La tesi secondo cui una democrazia ha bisogno di una lingua comune per funzionare, nella filosofia moderna, rimonta a John Stuart Mill. Si tratta però di un’idea che non ha valenza generale e che non si è dimostrata adatta a tutte le circostanze.
Le democrazie per funzionare hanno bisogno di una comunicazione efficace e inclusiva, il che non richiede necessariamente una sola lingua in comune. La Svizzera mostra che è possibile avere una democrazia multilingue solida ed economicamente rigogliosa. Il caso spagnolo e belga mostrano invece che volere imporre una lingua nazionale sulle altre rischia di generare tensioni sociali e politiche.
Nell’Unione Europea l’inglese è la lingua materna di circa il 13% dei cittadini. L’inglese quindi non è e non può essere una lingua «neutra» come il latino medievale o l’esperanto, con buona pace di chi crede nel «globish». In una Europa anglofona i madrelingua inglese godrebbero di vantaggi indiscutibili, e per molti versi inaccettabili. Un esempio? La posizione egemone dell’inglese in Europa frutta al Regno Unito circa un punto di Pil all’anno come esito del risparmio sulle spese di insegnamento delle lingue straniere e sulle traduzioni, ed essa permette ai Paesi al di là della Manica di attirare più facilmente personale altamente qualificato e studenti rispetto agli altri Stati europei. La preminenza di questa lingua a livello europeo comporta inoltre numerosi vantaggi strategici nella comunicazione istituzionale. Il 40% circa dei portavoce della Commissione uscente erano madrelingua inglese, più di tre volte la percentuale dei nativi anglofoni nell’Unione.
Più in generale vi è una fondamentale questione di inclusione, giustizia e partecipazione democratica dietro il tema della lingua nel processo di costruzione di una federazione europea, e nessuno ha mai chiarito in che modo la promozione dell’inglese come unica lingua comune gioverebbe alla causa della democrazia continentale e alla solidarietà fra popoli. Se bastasse una lingua unica come l’inglese per renderci «più europei», i britannici dovrebbero già essere i maggiori sostenitori dell’Europa unita. Il 56% dei tedeschi e 51% dei greci dichiara di avere una conoscenza almeno scolastica dell’inglese, ma ciò non ha impedito che in occasione dello scoppio della crisi del debito nella zona euro sorgesse una reciproca e profonda diffidenza fra le opinioni pubbliche dei due Paesi.
Diversi studi invece mostrano che l’utilizzo prevalente dell’inglese come lingua unica in Europa per le faccende politiche ed economiche ostacola la costruzione di una vera democrazia europea più di quanto non la favorisca. L’inglese è infatti una lingua conosciuta molto bene solo da una esigua minoranza dei cittadini europei. Nonostante decenni di insegnamento nelle scuole solo il 7-8% della popolazione europea non madrelingua inglese dichiara di avere una conoscenza molto buona di questa lingua, cioè una competenza linguistica adeguata a partecipare alle attività politiche in una democrazia anglofona. Non ci sono grandi differenze tra le generazioni, mentre la conoscenza tende a concentrarsi fra i cittadini europei appartenenti alle fasce della popolazione più istruite e con reddito da lavoro più elevato. Insomma una politica monolingue creerebbe diseguaglianze fra Stati membri e fra ceti sociali, alimentando sentimenti di lontananza verso le istituzioni europee.
La politica multilingue dell’Ue, il rispetto delle diversità e un diffuso insegnamento di diverse lingue europee nelle scuole e nelle università, invece, rendono possibile una gestione più efficace e inclusiva della comunicazione transnazionale europea. Non ci si lasci ingannare dalla prospettiva di una immensa e improbabile agorà transnazionale. Gli europei continuano e continueranno a lungo a vivere e lavorare all’interno dei confini geografici e mentali degli stati nazionali. La situazione tipica che si osserva in pratica non è quella di un calabrese che dibatte di austerità fiscale con uno slovacco, ma quella di un calabrese che discute con un campano degli effetti sull’economia italiana del rigore fiscale tedesco. Avere informazioni in italiano su quello che accade nelle istituzioni a Bruxelles o Francoforte e sapere un po’ di tedesco, in questo caso, è quello che serve.
Durante la scorsa primavera, i maggiori candidati alla presidenza della nuova Commissione europea hanno tenuto dibattiti televisivi, a seconda delle circostanze, in francese, inglese, tedesco, e tali dibattiti sono stati spesso interpretati in altre lingue dell’Unione, incluso l’italiano.
Purtroppo dalla scuola italiana non vengono segnali incoraggianti. La politica linguistica adottata nel 2008 dal ministro Gelmini ha introdotto il cosiddetto «inglese potenziato» nelle scuole medie, cioè la possibilità di sottrarre le ore per la seconda lingua comunitaria per aumentare il monte ore destinato all’inglese. Si tratta di una politica linguistica che andrebbe abbandonata perché ostacola lo sviluppo di competenze multilingui.
Investire su lingue quali tedesco o francese è strategico non solo per i motivi legati alla costruzione europea di cui si è già detto, ma anche per motivi commerciali. In primo luogo, Germania e Francia sono le principali destinazioni delle esportazioni italiane. Inoltre, l’inglese non è l’unica lingua a essere remunerata sul mercato del lavoro. Secondo alcuni recenti studi sulla redditività delle competenze linguistiche sul mercato del lavoro europeo, in Italia la conoscenza del tedesco e del francese, in termini di reddito individuale, rende di più in percentuale rispetto all’inglese, e questo accade proprio perché si tratta di competenze più rare e quindi più remunerate.
Va detto che il problema non è l’inglese in sé, ma l’egemonia di una lingua ufficiale dell’Unione sulle altre. Le istituzioni europee nate dopo la fine della Seconda guerra mondiale sono state create proprio con l’intento di neutralizzare le spinte egemoniche di un Paese sugli altri delegando alcuni poteri a istituzioni comuni sovranazionali che rappresentano tutti gli Stati membri. Il multilinguismo istituzionale non è altro che il corollario linguistico di questa idea. A chi obietta che garantire la comunicazione nelle 24 lingue ufficiali dell’Unione è troppo caro va fatto notare che il multilinguismo costa ai contribuenti solo lo 0,0085% del Pil dell’insieme dei 28 Stati membri, meno dell’1% del bilancio delle istituzioni europee e poco più di due euro all’anno a cittadino. È difficile ritenere che si tratti di costi insostenibili, specialmente se confrontati con i costi delle diseguaglianze di un’Europa monolingue.

Questioni linguistiche Inglese, idioma per l'Europa?
Tullio De Mauro propone l'adozione comune per tutto il Continente. E il modello dell'Italia sembra essere quello giustodi Franco Lo Piparo Il Sole Domenica 30.11.14
Quale lingua per l'Europa?
L'Europa politica che abbiamo finora costruito presenta due vistose assenze che, viste con l'ottica del passato, appaiono delle originali anomalie.
e L'Europa non ha una capitale. Le capitali sono le città-simbolo che nell'immaginario collettivo identificano gli Stati e i popoli: Parigi sta per Francia, Tokio per Giappone, Washington per Stati Uniti eccetera. Nessuno può insegnare a un bambino che Bruxelles è la capitale dell'Europa.
r L'Europa non ha una lingua comune. Una lingua usata da tutti gli europei nella quotidiana conversazione colloquiale e tale da consentire, ad esempio, a un idraulico calabrese di intendersi col collega tedesco o finlandese. Una lingua, anche, in cui e con cui si forma l'opinione pubblica europea.
Le due assenze vivono in simbiosi. L'argomento meriterebbe un ampio dibattito di cui, a parte qualche sporadica eccezione, non si vede traccia
Alla questione linguistica dell'Europa Tullio De Mauro dedica un agile e denso libro dal titolo mozartiano, In Europa son già 103 e dal sottotitolo altrettanto intrigante: Troppe lingue per una democrazia?. Si spera che l'autorevolezza di De Mauro faccia uscire dal letargo i nostri politici e intellettuali e contribuisca a mettere la questione al centro del dibattito politico-culturale.
De Mauro spiega con stile chiaro e accattivante che nei tanti idiomi usati dagli europei vive sottotraccia una comune lingua europea (Leopardi è stato tra i primi a essersene accorto) frutto di interscambi millenari resi possibili dall'uso del latino da parte dello strato colto delle popolazioni europee. È utile tenere d'occhio la composizione anagrafica degli europei latinofoni: «A parlare il latino erano medici, farmacisti, avvocati, giuristi, tecnici, scienziati e, naturalmente, le monache, i frati e i preti delle varie confessioni cristiane» (pagina 65). Sono gli agenti della prima unità linguistica e culturale dell'Europa moderna.
L'uso del latino da parte di questi pionieri dell'Europa unita non impedì il sorgere di tanti idiomi locali, alcuni dei quali diventati lingue ufficiali dei nascenti Stati nazionali. Quale ruolo giocò il latino dalla fine del Medioevo fino a inizio dell'Ottocento? Fu una «lingua transglottica», ossia ponte linguistico tra i vari idiomi locali e contemporaneamente modello rispetto a cui quegli idiomi plasmarono la propria grammatica e il proprio lessico.
E adesso? L'erede transglottico del latino è l'inglese. Una sua caratteristica strutturale gli facilita il compito. L'inglese è una lingua germanica e però è anche «la più rilatinizzata e rineolatinizzata delle lingue europee. Il 75% del vocabolario inglese è composto da parole prese in prestito o dal francese o direttamente dal latino classico, medievale e moderno, che è dominante anche nell'apparato morfologico, dal momento che suffissi e prefissi per formare nuove parole inglesi sono in larga misura latini» (pagine 65-66). Da ciò il paradosso che «l'attuale enorme influenza dell'inglese in tutte le lingue europee porta in esse parole latine e greco-latine rifluenti non dall'Ilisso o dal Tevere, ma dalle rive del Tamigi (o dell'Hudson)» (pagina 66).
La proposta di De Mauro è che l'adozione dell'inglese come lingua transglottica non comporti «un rifiuto, dannoso e improponibile, della ricca diversità linguistica che ereditiamo dal passato, che abbiamo esportato negli altri continenti e che ci caratterizza nel mondo» (pagina 82). Il modello da seguire è la storia recente dell'Italia linguistica: «Negli ultimi cinquant'anni abbiamo imparato l'italiano senza cancellare i nostri diversi dialetti» (pagina 82). «Lo stesso come europei dovremo fare con l'inglese, portare nel suo uso tutta la ricca varietà di culture, di significati e di immagini delle diverse lingue, senza abbandonarle, e portare nelle nostre lingue il gusto della concisione e della limpidezza dell'inglese» (pagina 83).
Si spera che le riflessioni di De Mauro suscitino un salutare dibattito politico sulla questione. A noi rimane un dubbio che, nonostante sia di matrice demauriana, il libro non chiarisce.
Una polis democratica può funzionare con una lingua transglottica? Non sarà un caso che nessuno Stato nazionale europeo abbia adottato il latino come lingua comune in cui e con cui colti e incolti, operai e borghesi, governanti e governati si intendono per accordarsi o dissentire. L'inglese come il latino medievale, imparandosi a scuola e non dalla nutrice (per dirla con Dante), va bene per comunicare ragionamenti astratti ma non può avere la flessibilità semantica delle lingue in cui e con cui si forma un'opinione pubblica. E questa è fatta di sentimenti argomentati e verbalizzati più che di ragionamenti asettici.
Sulla questione linguistica si gioca anche il destino, democratico o tecnocratico, dell'Europa che verrà. Alla politica la parola.

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