domenica 7 dicembre 2014
La mostra sui Maya a Parigi
Parigi, Musée du Quai Branly fino all'8 febbraio
Parigi Maya, splendori e rivelazioni
di Antonio Aimi Il Sole Domenica 4.1.15
«La mattina ci dirigemmo verso le rovine di Labna attraverso un sentiero
che passava per alcune colline: era il più pittoresco che avessimo mai
trovato nel paese. Dopo un miglio e mezzo arrivammo a una spianata di
rovine, che suscitarono in noi sentimenti di ammirazione e stupore. Dal
nostro arrivo nello Yucatán non avevamo mai trovato una cosa che ci
commovesse così tanto e che suscitasse in noi sentimenti di sofferenza e
di piacere.
Di sofferenza per non aver scoperto quelle rovine prima che una sentenza
di distruzione irrevocabile fosse caduta su di esse. Di profondo
piacere perché, prima che catastrofe si compisse fino in fondo, ci era
permesso di vedere delle rovine, che, pur in decadenza, mostravano
ancora con orgoglio le tracce di un popolo misterioso. Se un viaggiatore
del Vecchio Mondo avesse visitato questa città, quando era ancora
perfetta, il suo racconto sarebbe sembrato più fantasioso di tutte le
storie orientali». Così in Incidents of Travel in Yucatán John Lloyd
Stephens cominciò a scolpire nel nostro immaginario il topos dei Maya. I
disegni del suo compagno di viaggio, Frederick Catherwood, belli ed
efficaci quanto la sua prosa, fecero il resto, colmando il nostro
bisogno di essere sedotti da "atrii muscosi" e "fori cadenti". E quanto
più, qui da noi gli "atrii muscosi" e i "fori cadenti", restaurati e
studiati, sono diventati parte del nostro quotidiano, tanto più il
nostro immaginario irrimediabilmente romantico li ha sostituiti con le
immagini delle città maya sepolte dalla giungla, altrettanto lontane nel
tempo dai resti del mondo classico, ma tanto più lontane nello spazio e
tanto più cariche di "misteri" intriganti. Dalle esplorazioni di
Stephens e Catherwood sono passati quasi due secoli, alcune delle città
allora descritte con tanta efficacia sono oggi meta del turismo di
massa, ma il fascino dei Maya e il bisogno di capire gli enigmi di quel
"popolo misterioso" sono rimasti inalterati. A questo bisogno cercano di
rispondere le mostre che ormai con una certa regolarità si organizzano
sulla loro cultura. L'ultima: «Mayas. Révélation d'un temps sin fin», è
quella che si inaugura il 7 ottobre al MQB (Musée du Quai Branly) di
Parigi: oltre 400 reperti, provenienti da quasi tutti i musei del
Messico, offrono una panoramica completa di quasi tutte le tipologie del
l'arte maya.
Si va dagli elementi architettonici che decoravano i centri cerimoniali
delle città alle minute figurine provenienti, in genere, dall'isola di
Jaina, che sembrano aprire uno squarcio sul quotidiano, dalle lastre e
dalle architravi dei templi decorate con elegantissimi glifi, ai vasi
dipinti che rivelano una sorprendente varietà di stili, dalle sculture
in pietra e stucco (straordinaria la celeberrima testa virile
proveniente dal Palazzo di Palenque) agli "eccentrici" in selce, dai
paraphernalia del gioco della palla agli ornamenti (collane, orecchini,
eccetera), alle piccole figurine in oro, metallo del quale i Maya non
erano molto ricchi e che, durante la Conquista, concesse loro due
decenni di respiro, quando la maggioranza dei conquistadores passò in
Perù, che da questo punto di vista era molto più promettente.
Coerentemente con le linee guida della museografia messicana, dato che
la mostra è stata prodotta dall'Inah (Instituto Nacional de Antropología
e Historia) l'iniziativa del MQB vuole coprire tutti gli aspetti della
cultura maya. Parte dall'ambiente e passa poi a presentare le attività
del quotidiano, la piramide sociale, l'organizzazione delle città e dei
centri cerimoniali, le conoscenze delle élites (la scrittura, i sistemi
calendariali, eccetera), il gioco della palla e gli altri riti che
garantivano l'equilibrio del cosmo.
Per ovvie ragioni l'esposizione non presenta i reperti delle comunità
maya di oggi, come avviene, ad esempio, al MNA (Museo Nacional de
Antropología) di Città del Messico, ma con forza il catalogo sottolinea
che i Maya non sono scomparsi e ancor oggi presentano frammenti della
cultura del passato, che sopravvivono nelle campagne, ma scompaiono
rapidamente nei processi di inurbamento.
In una mostra così ricca e articolata è difficile individuare la sezione
o l'area tematica più importante. Non c'è dubbio, tuttavia, che il
cuore dell'esposizione del MQB è costituito da un tema trasversale
presente un po' ovunque. Si tratta del sistema politico della monarchia
divinizzata, una forma di gestione del potere che attraverso grandiose
opere architettoniche decorate con lunghe iscrizioni faceva risalire le
origini dei lignaggi reali al tempo aurorale della creazione.
Nell'ambito della Mesoamerica (la regione in cui si sviluppò la cultura
maya) si trattava di una rivoluzione culturale radicale, che, con un
utilizzo della scrittura che non aveva precedenti, esaltava la figura
personale del sovrano e si contrapponeva nettamente ai sistemi politici
tradizionali, nei quali il re era solo un primus inter pares.
Per questa ragione lungo il filo rosso che unisce le diverse sezioni
della mostra emergono sia le immagini che mostrano i re divinizzati
nello splendore dei paraphernalia indossati nei rituali, sia, e
soprattutto, i testi che raccontano le loro imprese e le collocano
precisamente nel tempo (in una sorta di documentazione ex post)
collegandole alle imprese degli eroi culturali e delle stesse divinità.
In questo contesto, ovviamente, la scrittura non era affatto uno
strumento neutro. Anzi, si potrebbe dire, parafrasando McLuhan, che il
mezzo era contaminato dal messaggio. Si creò così una contrapposizione
che vedeva, da una parte, nelle città maya del Periodo Classico, un
sistema politico che enfatizzava la scrittura, la figura del sovrano e
il lignaggio reale e, dall'altra, nel resto della Mesoamerica, dei
sistemi politici che diffidavano della scrittura ed esaltavano una
sovranità impersonale, a volte gestita collegialmente, in cui il re era,
in teoria, un umile portavoce degli dei.
Si potrebbe dire, quindi, che lo splendore della cultura maya del
Periodo Classico non fu altro che una sorta di manifesto di propaganda
teso a legittimare il sistema politico.
Ma chi ha detto che la propaganda produce sempre pessima arte?
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