domenica 25 gennaio 2015

Complotto! Due imbrogioni pugliesi pronti a sfruttare la vittoria di Tachipirinas per pugnalare Renzi alle spalle


La sinistra in attesa del big bang getta le basi della casa comune 

Human Factor. A Milano effervescente vigilia del voto greco. Civati sotto attacco, difeso da Sel e non dai dem. D’Alema in uscita dal Pd? Mussi: «Dopo quello che ha detto di Renzi....»

Daniela Preziosi, il Manifesto 24.1.2015 
«C’è poca sini­stra dalle parti del Pd. Quando nel nostro par­tito abbiamo regi­strato delle fuo­riu­scite, abbiamo pra­ti­cato un altro approc­cio. La lotta poli­tica si fa, ma biso­gne­rebbe evi­tare di farla pre­ci­pi­tare nel buco nero degli insulti». Alla Per­ma­nente di Milano, dove si con­suma la seconda, affol­la­tis­sima gior­nata di discus­sione ai tavoli di Human Fac­tor, Nichi Ven­dola difende Pippo Civati. Per tutta la gior­nata il dis­sen­ziente Pd ha subito il tiro al pic­cione dei fol­lo­wer ten­denza Renzi, inne­scati da un arti­colo sulla Stampa. Il capo d’imputazione è quello di «spu­tare nel piatto dove man­gia», accusa non ele­gante rilan­ciata dal sena­tore Espo­sito (quello che aveva già dato del «paras­sita» alla sini­stra Pd, poi pen­ten­dosi ma evi­den­te­mente non abba­stanza). «Vai via così pos­siamo ini­ziare a lavo­rare», dicono i post, «Agi­sci oppure taci», e via scen­dendo. Civati rea­gi­sce con autoi­ro­nia, «sto sereno. Me lo dico da solo», allu­dendo a una sua pros­sima defe­ne­stra­zione. A difen­dere il suo diritto al dis­senso non ci sono i suoi com­pa­gni di par­tito. Ci sono, appunto, Ven­dola, Fra­to­ianni e Scotto che però sono di Sel. Brutto segno. 
Alla Per­ma­nente è feb­bre da vigi­lia. Vigi­lia del voto greco, della vit­to­ria di Tsi­pras e del big bang che tutti si augu­rano. Ma c’è anche un’altra vigi­lia e un altro big bang: quello della nuova casa della sini­stra ita­liana. Ven­dola nega che oggi sarà lan­ciata l’ora X della nascita di una aggre­ga­zione, ma è entu­sia­sta per «l’effervescenza» che c’è qui. Ma che «l’effervescenza» sia un pre­lu­dio a un’eruzione, a una deto­na­zione, insomma a qual­cosa di nuovo è ine­vi­ta­bile. Nella sinistra-sinistra il clima è cam­biato, rispetto alle risse del dopo voto euro­peo. E anche nel Pd qual­cosa in que­ste ore si sta rom­pendo. Ser­gio Cof­fe­rati ha sbat­tuto la porta. Ste­fano Fas­sina ha accu­sato Renzi di essere «il capo dei 101» e non è stato difeso nean­che dai suoi com­pa­gni di area rifor­mi­sta, pre­oc­cu­pati di finire tagliati fuori dalla scelta del nome del pre­si­dente della repub­blica. Cof­fe­rati oggi man­derà un mes­sag­gio alla Per­ma­nente, Fas­sina salirà sul palco. Ci sarà Cuperlo e natu­ral­mente Civati. 
Ma il tempo delle scelte sem­bra arri­vato per tutti. In que­sti giorni a palazzo cir­cola la voce che l’insofferenza di Mas­simo D’Alema sia arri­vata a un punto di non ritorno tanto da imma­gi­nare di lasciare il Pd. Come ha fatto Cof­fe­rati. Ieri ne hanno scritto alcuni gior­nali. L’abbandono dell’ex pre­mier potrebbe essere il segnale della com­piuta «muta­zione gene­tica» del Pd ren­ziano verso quella che Ema­nuele Maca­luso defi­ni­sce «la rot­ta­ma­zione del par­tito» e, dal punto di vista della col­lo­ca­zione poli­tica, «spo­stare il bari­cen­tro del Pd da un com­pro­messo di tipo social­de­mo­cra­tico, a una visione libe­rale di sinistra». 
Qui, da Milano, sono in molti a chie­dere coe­renza alla sini­stra Pd. Lo ha fatto Mas­simo Cac­ciari, inter­vi­stato da Luca Casa­rini: «Invito la mino­ranza a ragio­nare per tirare fuori pro­grammi alter­na­tivi a quelli di Renzi». Per Ven­dola, D’Alema «dice cose diverse da quelle del suo par­tito, capi­sco il suo disa­gio». E Fabio Mussi, che con D’Alema ha un’antica tra­di­zione di ami­ci­zia e dis­senso: «D’Alema ha detto che Renzi è sostan­zial­mente agli ordini del lea­der della parte avversa. In guerra si chiama alto tra­di­mento. Dovrebbe essere con­clu­sivo, se le parole hanno un peso». Mussi ce l’ha anche con Fas­sina, Ber­sani e com­pa­gnia. L’ex segre­ta­rio in que­sti giorni accusa Renzi di met­tere a rischio «l’unità del Pd». Ma i ber­sa­niani hanno rifiu­tato l’invito di Civati e Ven­dola a lan­ciare un can­di­dato comune al Colle, un nome «NN», cioè «Non Naza­reno». «Una bat­ta­glia mino­ri­ta­ria» per Alfredo D’Attorre. La casa comune par­tirà comun­que. «Un pro­getto con­di­viso per una sini­stra di governo vuol dire fare un passo indie­tro rispetto alle pro­prie istanze per­so­nali e di par­tito e tro­vare quello che uni­sce, non quello che divide», spiega il sin­daco Pisa­pia che oggi arri­verà alla Per­ma­nente. La ricetta sem­bra la solita, ma non è così: l’idea di una lea­der­ship col­let­tiva potrebbe far riu­scire dal forno la ciam­bella giu­sta, stavolta.

Il Nazareno avanza, ma non tutto è perduto
Parlamento. Il governo ha compiuto con l’Italicum l’ultima delle sue violazioni. Ma ci sarebbero i numeri per fermarlo
Il re è nudo, si potrebbe dire. Non che sinora la situa­zione fosse inde­ci­fra­bile. Ci voleva tutta la volontà di non vedere e di non inten­dere per nutrire ancora dubbi sulle inten­zioni di Renzi. Oggi però è caduto anche l’ultimo velo.
Il tra­vol­gi­mento dei rego­la­menti par­la­men­tari e dei prin­cipi costi­tu­zio­nali in occa­sione del voto sulla legge elet­to­rale è stato pla­teale. Non per acci­dente o per errore: osten­tare la forza e la volontà di farne uso oltre ogni limite è una scelta e un mes­sag­gio uni­voco a com­pa­gni di strada e avver­sari. La vio­lenza col­pi­sce su entrambi i piani. Nella forma delle norme pro­ce­du­rali vio­late, e nel con­te­nuto della legge in discus­sione, peg­gio della legge-truffa, com­pa­ra­bile alla legge Acerbo.
Com’è stato scritto su que­ste pagine da Aldo Carra e Gian­pa­squale San­to­mas­simo l’Italicum è il pre­sup­po­sto effi­ciente del sot­ter­ra­mento della forma par­la­men­tare di governo e della sostan­ziale can­cel­la­zione della rap­pre­sen­tanza demo­cra­tica. Non tanto per la que­stione delle pre­fe­renze agi­tata dalla fronda ber­sa­niana, quanto per l’abnorme pre­mio di mag­gio­ranza (e a cascata per il potere incon­tra­stato di nomina e con­trollo sui mas­simi organi costi­tu­zio­nali di indi­rizzo e garan­zia) desti­nato a una forza poli­tica votata da non più di un quinto degli elettori.
È que­sta solo l’ultima delle vio­la­zioni com­piute dal governo. Ripe­tiamo, nelle forme e nei con­te­nuti. Si era veri­fi­cato già in occa­sione dello scon­tro sulla can­cel­la­zione del Senato elet­tivo e ancora al momento della stretta sul Jobs Act che la volontà di imporsi stra­vol­gesse regole e prassi pro­ce­du­rali. E sem­pre le scelte cru­ciali di que­sto governo — deciso a rea­liz­zare a ogni costo il pro­prio dise­gno ever­sivo per mezzo di un par­la­mento eletto con una legge inco­sti­tu­zio­nale — sono entrate in col­li­sione coi prin­cipi della Costi­tu­zione. Ma oggi si regi­stra effet­ti­va­mente un salto di qua­lità, se non altro sul ter­reno dell’immediata ope­ra­ti­vità della legge in discus­sione. Se, com’è pro­ba­bile, la legge elet­to­rale scritta da Renzi e Ber­lu­sconi pas­serà, sarà poi mate­ma­tico che a pren­dere qual­siasi deci­sione in que­sto paese sarà il padrone del par­tito che avrà vinto le ele­zioni. Senza dover discu­tere con altri, né tener conto di altrui inte­ressi. Il che equi­vale a dire che il par­la­mento sarà appena una fin­zione da offrire in pasto a un’opinione pub­blica priva di qual­siasi stru­mento cogni­tivo e critico.
Con­cor­diamo con quanti riten­gono fuor­viante isti­tuire con leg­ge­rezza ana­lo­gie dram­ma­tiz­zanti, ma ci si deve pur chie­dere che cosa resterà a quel punto della Costi­tu­zione e della stessa demo­cra­zia repub­bli­cana. Occorre che se lo chie­dano — inten­diamo — quanti hanno a cuore la demo­cra­zia e la Repub­blica, men­tre è chiaro che nes­sun inter­ro­ga­tivo agi­terà coloro che paci­fi­ca­mente regi­strano il con­cla­mato sosti­tuirsi di una mag­gio­ranza di fatto a quella che l’anno scorso con­sentì scia­gu­ra­ta­mente a Renzi di inse­diarsi a Palazzo Chigi. Certo, dopo la pre­si­denza Napo­li­tano sarebbe risi­bile appel­larsi al pre­si­dente della Repub­blica facente fun­zioni per­ché rista­bi­li­sca la lega­lità costi­tu­zio­nale nei rap­porti tra par­la­mento e governo. Ma il vul­nus resta e aggiunge con­fu­sione alla ver­go­gna del tra­sfor­mi­smo imperante.
Tutto è per­duto dun­que? Non resta che pren­dere atto dello stato di cose in attesa del peg­gio? Non ancora, e dirlo è neces­sa­rio per­ché cia­scuno si assuma sino in fondo le pro­prie respon­sa­bi­lità. In que­sto par­la­mento ci sareb­bero ancora i numeri per impe­dire che i dise­gni dei due con­traenti del Naza­reno vadano in porto: per­ché dera­gli il treno dell’Italicum e risulti impos­si­bile eleg­gere un pre­si­dente della Repub­blica con­ni­vente con que­sto rivol­tante mer­ci­mo­nio. I numeri ci sareb­bero se alle oppo­si­zioni “natu­rali” del M5S, della Lega e di Sel si som­mas­sero i voti delle mino­ranze interne di Forza Ita­lia e del Pd, come sarebbe sacro­santo nel nome di un inte­resse supe­riore agli obiet­tivi par­ti­co­lari delle sin­gole forze politiche.
Per­ché ciò accada occor­re­rebbe l’iniziativa di una di que­ste oppo­si­zioni ed evi­den­te­mente tale onere incombe sull’opposizione interna del par­tito di mag­gio­ranza rela­tiva. Per diverse buone ragioni. Per­ché — come pla­teal­mente dimo­stra anche il caso Cof­fe­rati — la “sini­stra” Pd è il sog­getto poli­tico pur varie­gato che più subi­sce l’impatto poli­tico dell’operazione tra­sfor­mi­stica imba­stita da Renzi in anti­tesi con tutto ciò che il Pd era venuto dicendo nella cam­pa­gna elet­to­rale del 2013. Per­ché essa è la forza il cui pas­sag­gio all’opposizione avrebbe con­se­guenze deci­sive sull’intero qua­dro poli­tico. Per­ché infine è dai gruppi par­la­men­tari demo­cra­tici di Camera e Senato, ivi com­prese le pur recal­ci­tranti (a parole) mino­ranze, che Renzi ha sin qui rice­vuto il via libera a tutti i suoi misfatti. Non ci sono più alibi e non c’è più tempo da per­dere. Le deci­sioni deter­mi­nanti incal­zano e non c’è più mar­gine per fur­be­schi traccheggiamenti.
Da que­sto punto di vista è per­sino un bene che Renzi non abbia ceduto sulle pre­fe­renze, impe­dendo alle mino­ranze del suo par­tito di repli­care il gioco sin qui gio­cato, di sven­to­lare incon­si­stenti vit­to­rie per giu­sti­fi­care rese incondizionate.
Non sap­piamo se le ultime ester­na­zioni dell’on. Ber­sani siano più pate­ti­che o più avvi­lenti. Chie­dersi ancora, dopo quanto è suc­cesso mer­co­ledì in Senato, se Renzi sia per l’unità del par­tito non è un’imperdonabile inge­nuità. È un ver­go­gnoso invito ad accor­darsi nono­stante tutto, come se il pro­blema fos­sero le buone maniere tra mag­gio­renti (il «rispetto») e non le gra­vis­sime deci­sioni che il governo a guida demo­cra­tica viene assu­mendo, sinora col bene­pla­cito della cosid­detta sini­stra interna. Ma a que­sto punto pro­se­guire con que­ste sce­neg­giate non equi­var­rebbe più sol­tanto al sui­ci­dio poli­tico della “sini­stra” demo­cra­tica. Sarebbe un avallo all’assassinio della demo­cra­zia costi­tu­zio­nale. La cui respon­sa­bi­lità non rica­drebbe — sia chiaro — sui suoi nemici dichia­rati, legit­ti­ma­mente deter­mi­nati a per­se­guire il pro­prio dise­gno, bensì su quanti sie­dono in par­la­mento essen­dosi assunti il com­pito di difenderla.

L’ora della verità per una Grecia spaccata in due, tra sfida e miseria
Syriza sopra il 30%, Nuova Democrazia inseguedi A. Ni. Corriere 25.1.15
DAL NOSTRO INVIATO ATENE Nel primo Paese europeo che ha ricominciato ad avere fame, le elezioni non passano da chissà quali elaborazioni ideologiche. La scelta è tra miseria e rischio. I greci conoscono la prima sin troppo bene. Da sette anni ci sguazzano sino al collo. Nel mercato di Atene l’agnello costa 5 euro al chilo, ma le famiglie che se lo possono permettere tre volte al mese sono appena la metà. Gli altri mettono in tavola carote e legumi, 0,80 e 0,90 euro al chilo, spesso avuti per carità.
L’altro corno della scelta è il rischio. Il rischio di scoprirsi senza carta moneta, con le banche prese d’assalto e i risparmi che si volatilizzano. Il rischio è fidarsi di una banda di giovanotti che quattro anni fa dirigevano a malapena il Consiglio di zona e che domani dovranno andare a trattare con Mario Draghi, Jean-Claude Junker e Christine Lagarde.
Da una parte voterà chi ha ancora qualcosa da perdere. Dall’altra chi ha già perso tutto. Nuova Democrazia contro Syriza. Destra contro sinistra. Una sfida che sa di antico. Diceva Aristotele: «La causa di ogni rivolta è l’ineguaglianza».
A voler scegliere Syriza, la coalizione di estrema sinistra, sembrano intenzionati in molti. Il punto è se arriveranno al 38% e se contemporaneamente i partitini sotto il 3% sommeranno complessivamente l’8. Se così fosse Syriza avrebbe la maggioranza assoluta e non avrebbe scuse nello sguinzagliare la sua muta di professori d’economia, emigranti richiamati da tutte le università del mondo. Obiettivo: liberarsi del macigno del debito e aprire una gestione nuova della Grande Crisi. Non più bilanci pubblici a dieta forzata, ma pasti ipercalorici a base di interventi statali.
I sondaggi, però, non danno questo scenario. Dovrebbe vincere Syriza sopra il 30%, seconda Nuova Democrazia sotto il 30 e poi altri 4 o 5 partiti sotto il 10%. Due o tre fuori dal Parlamento. Alla fine potrebbero essere determinanti i piccoli. Il voto dei quasi 10 milioni di greci, comunque, marcherà un prima e un dopo. In Grecia, perché dopo quasi 60 anni un partito rosso può tornare al governo. In Europa, perché questo vento del Sud si sente ovunque, tanto che Berlino, Madrid e Bruxelles (dove governa il centrodestra) hanno criticato in vari modi il «rischio».
Nei dibattiti tv, anche questa settimana, candidati di Syriza sostenevano che «l’euro è stato un errore e che è meglio uscirne al più presto». Però la linea ufficiale portata avanti dal leader Alexis Tsipras ora nega l’ipotesi di Grexit, uscita dalla moneta unica appunto, e chiede invece una «Conferenza di rinegoziazione del debito».
Il quarantenne Tsipras ha incontrato in «forma privata» già a giugno il governatore della Banca centrale europea Mario Draghi. Il greco aveva appena vinto le elezioni europee e di lui i mercati sapevano poco, ma lo catalogavano come pericoloso. L’italiano ha dimostrato anche per gli «appuntamenti privati» la statura dello statista europeo aprendo il canale di comunicazione.
Da allora i professori emigranti greci hanno cominciato a lasciare le aule universitarie dove insegnano e a fare colazioni di lavoro a Francoforte e Bruxelles. Tra estate e autunno ciò che prima era un tratto di penna sui 320 miliardi di debito greco è diventato un possibile compromesso che alterna moratorie a pagamenti legati alla crescita del Pil. Un po’ come certi mutui nell’era dei contratti a termine. Quando lavori paghi, quando sei disoccupato la banca aspetta.
Dragasaki, Statakis, Chacalotos, Liakos sono economisti targati Syriza dell’ala «moderata». Sono loro i protagonisti della «shuttle diplomacy» tra Atene e Francoforte. Milios, Varusaki e Lapavitsas sarebbero i falchi disposti allo strappo con il ritorno alla dracma.
Tra dicembre e gennaio persino la City di Londra ha intuito che la banda dei professori rossi poteva avere qualcosa di sensato da dire. Dal Financial Times è arrivato addirittura un endorsement. In fin dei conti conviene a tutti che l’economia riparta invece di asfissiarla sottraendo spiccioli di interessi per 40 anni. I greci votano. L’Europa guarda. Sotto il Partenone potrebbe nascere oggi la prima sinistra post Guerra Fredda.

Davos scommette sul compromesso «Bruxelles si accorderà con Tsipras»
Finanzieri e imprenditori: la trattativa con Atene durerà mesi, ma la soluzione si troveràdi Giuseppe Sarcina Corriere 25.1.15
DAVOS Panos Katsampanis, 28 anni, co-fondatore di una società di marketing, è uno dei due soli greci presenti a Davos su 2.500 partecipanti. La vede così: «Diciamo che fino a oggi il partito Syriza è stato in grado di mettere in luce le contraddizioni della politica europea. Ma da domani sarà l’Europa a far esplodere le contraddizioni di Syriza».
L’ultima giornata del World economic forum cade alla vigilia delle elezioni politiche in Grecia. A Davos, il favorito, Alexis Tsipras, 40 anni, leader della Coalizione della Sinistra-Fronte sociale unitario (Syriza), non è vissuto come un alieno. Il mondo della finanza e degli affari, pragmaticamente, sta già facendo i conti con il nuovo scenario. I banchieri e gli imprenditori, per cominciare, hanno preso nota del messaggio portato qui dai leader politici. La cancelliera tedesca Angela Merkel e il suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, hanno dichiarato pubblicamente che non esiste l’ipotesi che la Grecia possa uscire dall’euro. In una sessione più defilata il premier finlandese, Alexander Stubb, ha elencato le tre opzioni a disposizione dell’Unione Europea di fronte alla vittoria di Tsipras. Primo: continuare come prima. Secondo: concedere qualcosa ai greci senza intaccare i principi di fondo. Terzo: cacciare Atene dall’eurozona. Lo stesso Stubb, uno dei fautori più accesi del rigore finanziario, ha scartato le ipotesi estreme. Non è più possibile chiedere altri sacrifici al popolo greco. Non è pensabile amputare l’eurozona senza mettere a rischio tutta la costruzione. Resta allora solo l’ipotesi del negoziato. Soluzione largamente condivisa a Davos, come conferma anche Martin Wolf, commentatore del Financial Times e da sempre protagonista del Forum: «Sì, praticamente tutti sono convinti che ci saranno tensioni, ma che Bruxelles sia già pronta a negoziare». Non sarà una trattativa semplice. E qui pochi pensano che sarebbe giusto tagliare semplicemente il debito, come chiede Tsipras. Lo svedese Anders Borg, già ministro delle finanze e oggi consulente d’impresa, sostiene che il mondo degli affari non si aspetta a breve contraccolpi economici o turbolenze sui mercati.
Cornelis van Zadelhoff, olandese, fondatore della società immobiliare che porta il suo nome, si considera «l’imprenditore della strada», più attento al business che alla politica: «I greci capiranno la necessità di rimanere insieme in Europa. Sono convinto che neanche la sinistra voglia il caos». Molto, però, dipenderà da come si imposterà il negoziato e, particolare non secondario, da quanto tempo durerà. E allora torna utile la sintesi del giovane imprenditore Panos Katsampanis. Syriza dovrebbe vincere, ma secondo i sondaggi per governare avrà bisogno di alleati. La coalizione potrebbe risultare un arcipelago di posizioni contraddittorie, anche se sembra difficile che possa prevalere la linea oltranzista. Bruxelles, dicono a Davos, potrà avanzare un’offerta sensata, accettabile per la maggioranza del popolo greco. Per esempio concedendo una drastica dilazione sul rimborso dei prestiti. Ci vorrà la pazienza di stare al tavolo anche tre o quattro mesi. Ma alla fine si troverà un compromesso. 

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