sabato 10 gennaio 2015

Comunisti e cattolici: riproposto il carteggio tra Berlinguer e Luigi Bettazzi

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Puntuale il tentativo di Repubblica di trovare antenati nobili a quel covo di delinquenti che è il PD [SGA].

Giuseppe Vacca, Domenico Rosati, Claudio Sardo (a cura di): L'anima della sinistra. Umanesimo, passioni e storia nel carteggio fra un vescovo e il leader del Pci, Editori Riuniti Internazionali

Risvolto
Sono passati quasi trent’anni dallo scambio di lettere tra mons. Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, ed Enrico Berlinguer, segretario del Pci. Trent’anni che sembrano un secolo. Oggi viviamo un tempo radicalmente mutato. Eppure le radici del confronto di allora, così ricco e intenso, hanno ancora linfa. Di fronte a una crisi che in tutta evidenza non è solo economica, si sente drammaticamente il bisogno di una politica carica di senso, di passione, di valori. La politica è poca cosa se non si fonda su un’idea di uomo. E quel dialogo tra un vescovo cattolico entusiasta del Concilio e il leader del più grande partito comunista dell’Occidente ebbe come orizzonte proprio la ricerca di un umanesimo condiviso. Alla distinzione di Papa Giovanni tra «errore» ed «errante», Berlinguer rispose separando l’analisi marxista dalla «filosofia materialistica e ateistica». Né Bettazzi né Berlinguer assunsero una posizione comoda. Le loro parole costituivano una sfida anche nei rispettivi campi. Per questo furono criticati e contestati. E per questo abbiamo deciso di ripubblicarne il carteggio e di discutere nuovamente le loro idee. Sull’individualismo e la società radica- le, sulla modernità e la democrazia, sulla libertà e la solidarietà, sulle comuni battaglie per la giustizia che alla fine piegano anche le ideologie. Ci sono pensieri lunghi che ci riguardano. Del resto, senza questa sto- ria originale la sinistra e la politica italiana sarebbero diverse, probabilmente più povere.
Una fede non solo comunista 

Saggi. L'anima della sinistra di Claudio Sardo, per Editori Riuniti Internazionali. Una riproposta delle lettere fra il vescovo Bertazzi e Enrico Berlinguer 
Michele Prospero, 10.1.2015 
Nell’ambito delle pub­bli­ca­zioni legate all’anniversario della morte di Ber­lin­guer, il libro curato da Clau­dio Sardo (L’anima della sini­stra, Edi­tori riu­niti inter­na­zio­nali, pp. 111, euro 11) si segnala per la scelta di assu­mere quale suo asse un tema cru­ciale del comu­ni­smo ita­liano. Cioè la que­stione del rap­porto con la tra­di­zione cattolica. 
È un cro­ce­via clas­sico che appas­sionò Togliatti, che in que­sto si pose in netta discon­ti­nuità con l’anticoncordatario e «illu­mi­ni­sta» Gram­sci, come ricorda Giu­seppe Vacca. E che tornò con forza in Ber­lin­guer.
Il libro ripro­pone un momento signi­fi­ca­tivo del con­fronto: il car­teg­gio che nel 1977 vide impe­gnate le penne del vescovo di Ivrea Bet­tazzi e il segre­ta­rio del Pci. Accanto alla con­ver­genza indi­vi­duata attorno ai con­di­visi «con­te­nuti uma­ni­stici» o al rico­no­sci­mento del valore della per­sona, il dibat­tito mise in luce anche una con­trad­di­zione. Quella tra l’autodefinizione del Pci come par­tito laico e plu­ra­li­sta, con l’articolo 5 dello sta­tuto che invece pre­ve­deva il canone del marxismo-leninismo. 
Era la cele­bre que­stione del «trat­tino» che per alcuni mesi vide incro­ciare le spade alcuni filo­sofi comu­ni­sti e che fu archi­viato, pre­cisa Vacca, nella revi­sione sta­tu­ta­ria del 1979. Il nodo più rile­vante comun­que ver­teva sulla con­ci­lia­bi­lità tra l’identità comu­ni­sta, pro­tesa alla cri­tica del capi­ta­li­smo in nome di istanze gene­rali di libe­ra­zione umana, e le ana­lo­ghe ten­sioni per il tra­scen­di­mento del pre­sente che si affac­cia­vano nel mondo della fede, dal «labu­ri­smo cri­stiano» di Dos­setti, al fer­mento dei movi­menti di base sino alla pro­po­sta espli­cita delle Acli di una nuova società socia­li­sta.
Su que­sto pos­si­bile momento di con­fluenza, all’interno dei grandi valori costi­tu­zio­nali della soli­da­rietà e della per­sona come valore, aveva insi­stito già Togliatti, in assem­blea costi­tuente. E ancor prima, nel discorso al tea­tro Bran­cac­cio di Roma nel 1944, si era spinto a pro­porre alla Dc «un patto comune di azione, per un pro­gramma comune». 
A Ber­gamo nel 1963 il lea­der del Pci annun­ciò una cri­tica della società del con­sumo, fonte della inco­mu­ni­ca­bi­lità sostan­ziale dell’uomo moderno, che anti­ci­pava il richiamo di Ber­lin­guer all’austerità quale occa­sione per ripen­sare radi­cal­mente il modello di svi­luppo, gli stili e i valori di vita.
Dome­nico Rosati scorge una affi­nità tra la pro­po­sta ber­lin­gue­riana di auste­rità come con­te­sta­zione dei pila­stri della società bor­ghese e l’annuncio di Moro della sta­gione dei doveri. Su que­sti lidi di cen­sura dell’edonismo, in nome di una emer­genza antro­po­lo­gica, c’è il rischio di smar­rire il senso anche posi­tivo del con­sumo ai fini della costru­zione della sog­get­ti­vità (il con­sumo con il suo nichi­li­smo mer­can­tile è ciò che salva il capi­ta­li­smo, lo intuì già Toc­que­ville; e non è anche per l’incapacità di garan­tire il con­sumo di massa che invece crolla il comu­ni­smo?). Ma lo scopo della rifles­sione sull’austerità come «occa­sione» non era quello di imporre una povertà gene­rale ma di defi­nire il pro­getto di un nuovo ordine sociale con altre com­pa­ti­bi­lità, con altre qua­lità rico­no­sciute del vivere collettivo. 
La spe­ci­fi­cità del con­tri­buto di Sardo è che la ripro­po­si­zione del tema della fede (la sua domanda ini­ziale è: per­ché solo in Ita­lia esi­ste una robu­sta com­po­nente cat­to­lica che non si rico­no­sce con la destra, come accade in tutti gli altri paesi?) serve per inter­ro­garsi sul senso della ere­dità del comu­ni­smo ita­liano dopo la fine del Pci. 
Per­ché quello che è scom­parso è la trac­cia di un mondo, i segnali di un pen­siero, i luo­ghi di una comu­nità, tra­volti da quello che Sardo chiama «il rifor­mi­smo subal­terno» che sfida iden­tità, memo­rie, cul­tura poli­tica, modello di par­tito, radi­ca­mento sociale, idea di società.
«Quando c’era Ber­lin­guer la poli­tica sapeva ragio­nare», osserva Rosati. Oggi, con il divor­zio tra poli­tica e ragione, avanza un nichi­li­smo sor­ri­dente che costringe gli avanzi impo­tenti di una grande tra­di­zione cri­tica ad obbe­dire a un tweet, a scor­gere cari­sma in una cami­cia bianca, a rive­rire gli impren­di­tori, che si sa sono «gli eroi del nostro tempo», a rom­pere con il movi­mento ope­raio come terra insi­gni­fi­cante, che nep­pure merita rappresentanza.


Nel dialogo Berlinguer-Bettazzi le radici del Pd
In “L’anima della sinistra” Claudio Sardo ricostruisce l’incontro fra cattolici e comunisti
di Claudio Tito Repubblica 13.1.15
«COSTRUIRE e far vivere qui in Italia un partito laico e democratico». A pronunciare questa frase non è stato uno dei “padri fondatori” del Pd. Non si tratta di una scontata locuzione suggerita negli anni in cui il centrosinistra italiano si è misurato con la formazione dell’Ulivo prima e del Partito Democratico poi. Ma è di Enrico Berlinguer. Che nella lettera dell’ottobre 1977 con cui rispondeva a Monsignor Bettazzi definiva il Pci proprio in quei termini: «laico e democratico».
Può essere la prova che già in quegli anni, il Dna del tutto originale del Partito comunista italiano prevedesse uno sviluppo nella direzione poi assunta dagli anni Novanta in poi? Secondo Claudio Sardo, ex direttore dell’ Unità, nella sostanza sì. Nel libro L’anima della sinistra ( edito dalla Eir) torna a pubblicare lo scambio epistolare tra il segretario comunista e il vescovo di Ivrea, accompagnata da due saggi, di Giuseppe Vacca, storico del marxismo e del Pci, e di Domenico Rosati, ex presidente delle Acli.
È evidente che il contesto politico e sociale di quelle due missive non è paragonabile alla lunga transizione che ha impegnato il nostro Paese dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi. Era la stagione del “pensiero lento” ma profondo e non quello veloce e superficiale di twitter. La trasformazione del sistema dei partiti e la metamorfosi della sinistra italiana hanno stravolto i parametri della politica rispetto agli anni Settanta. Il confronto in quel periodo si basava sul “compromesso storico” prima e sulla “solidarietà nazionale” poi. Sul dialogo e la potenziale intesa, dunque, tra i due grandi partiti popolari che nel 1976 rappresentavano i tre quarti dell’elettorato e che però dal dopoguerra si fronteggiavano su trincee opposte in una democrazia bloccata. Eppure quel dialogo in una certa misura può rappresentare l’embrione del Pd. «Non ci sarebbero stati in Italia né l’Ulivo né il Pd – scrive Sardo - senza la storia del Partito comunista italiano e senza la particolare natura della Democrazia cristiana». I passi avanti compiuti da Berlinguer nel rapporto con i cattolici (già avviato nei primi anni del decennio precedente da Togliatti) e con l’associazionismo cattolico, e l’idea – attualissima ma mai portata fino in fondo – di una «seconda rivoluzione democratica», costituiscono, forse anche involontariamente, il terreno più fertile per la costruzione di una moderna sinistra «democratica e laica». In quel quadro politico, Monsignor Bettazzi chiedeva “garanzie” al Pci sulla sua lealtà democratica e sulla possibilità di una convivenza civile tra i cattolici e i comunisti, nonostante il materialismo marxista. In una certa misura – osserva Rosati – quelli potevano essere definiti i «valori non negoziabili» del tempo. La risposta del leader di Botteghe oscure è “rivoluzionaria” rispetto al movimento comunista internazionale. La diversità italiana si conferma nella dichiarazione che il Pci non «professa l’ideologia marxista, come filosofia materialistica ateistica». E, spiega Vacca, configura il Pci come «un partito non ideologico». Il confronto con il mondo cattolico poneva così le premesse per dare vita a una miscela culturale unica. «Quello che voi siete – diceva Aldo Moro nel 1977 rivolgendosi al Pci – noi abbiamo contribuito a farvi essere e quello che noi siamo, voi avete aiutato a farci essere ». Per i comunisti italiani rappresentava anche lo strumento originale per la ricerca di una “terza via” ante litteram tra comunismo e socialdemocrazia. E negli anni Ottanta per non rassegnarsi all’affermazione del riformismo di stampo craxiano.
Quindi, conclude Sardo, «senza quell’intreccio nelle radici politico-cultirali della sinistra, senza il peculiare impasto del comunismo italiano, il centrosinistra avrebbe avuto una diversa configurazione e non sarebbero state poste le basi per la nascita del Pd».

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