Puntuale il tentativo di Repubblica di trovare antenati nobili a quel covo di delinquenti che è il PD [SGA].
Giuseppe Vacca, Domenico Rosati, Claudio Sardo (a cura di):
L'anima della sinistra. Umanesimo, passioni e storia nel carteggio fra un vescovo e il leader del Pci, Editori Riuniti Internazionali
Risvolto
Sono passati quasi trent’anni dallo scambio di lettere tra mons.
Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, ed Enrico Berlinguer, segretario del
Pci. Trent’anni che sembrano un secolo. Oggi viviamo un tempo
radicalmente mutato. Eppure le radici del confronto di allora, così
ricco e intenso, hanno ancora linfa. Di fronte a una crisi che in tutta
evidenza non è solo economica, si sente drammaticamente il bisogno di
una politica carica di senso, di passione, di valori. La politica è
poca cosa se non si fonda su un’idea di uomo. E quel dialogo tra un
vescovo cattolico entusiasta del Concilio e il leader del più grande
partito comunista dell’Occidente ebbe come orizzonte proprio la ricerca
di un umanesimo condiviso. Alla distinzione di Papa Giovanni tra
«errore» ed «errante», Berlinguer rispose separando l’analisi marxista
dalla «filosofia materialistica e ateistica». Né Bettazzi né
Berlinguer assunsero una posizione comoda. Le loro parole costituivano
una sfida anche nei rispettivi campi. Per questo furono criticati e
contestati. E per questo abbiamo deciso di ripubblicarne il carteggio e
di discutere nuovamente le loro idee. Sull’individualismo e la società
radica- le, sulla modernità e la democrazia, sulla libertà e la
solidarietà, sulle comuni battaglie per la giustizia che alla fine
piegano anche le ideologie. Ci sono pensieri lunghi che ci riguardano.
Del resto, senza questa sto- ria originale la sinistra e la politica
italiana sarebbero diverse, probabilmente più povere.
Una fede non solo comunista
Saggi. L'anima della sinistra di Claudio Sardo, per Editori Riuniti Internazionali. Una riproposta delle lettere fra il vescovo Bertazzi e Enrico Berlinguer
Michele Prospero, 10.1.2015
Nell’ambito delle pubblicazioni legate all’anniversario della morte di Berlinguer, il libro curato da Claudio Sardo (L’anima della sinistra, Editori riuniti internazionali, pp. 111, euro 11) si segnala per la scelta di assumere quale suo asse un tema cruciale del comunismo italiano. Cioè la questione del rapporto con la tradizione cattolica.
È un crocevia classico che appassionò Togliatti, che in questo si pose in netta discontinuità con l’anticoncordatario e «illuminista» Gramsci, come ricorda Giuseppe Vacca. E che tornò con forza in Berlinguer.
Il libro ripropone un momento significativo del confronto: il carteggio che nel 1977 vide impegnate le penne del vescovo di Ivrea Bettazzi e il segretario del Pci. Accanto alla convergenza individuata attorno ai condivisi «contenuti umanistici» o al riconoscimento del valore della persona, il dibattito mise in luce anche una contraddizione. Quella tra l’autodefinizione del Pci come partito laico e pluralista, con l’articolo 5 dello statuto che invece prevedeva il canone del marxismo-leninismo.
Era la celebre questione del «trattino» che per alcuni mesi vide incrociare le spade alcuni filosofi comunisti e che fu archiviato, precisa Vacca, nella revisione statutaria del 1979. Il nodo più rilevante comunque verteva sulla conciliabilità tra l’identità comunista, protesa alla critica del capitalismo in nome di istanze generali di liberazione umana, e le analoghe tensioni per il trascendimento del presente che si affacciavano nel mondo della fede, dal «laburismo cristiano» di Dossetti, al fermento dei movimenti di base sino alla proposta esplicita delle Acli di una nuova società socialista.
Su questo possibile momento di confluenza, all’interno dei grandi valori costituzionali della solidarietà e della persona come valore, aveva insistito già Togliatti, in assemblea costituente. E ancor prima, nel discorso al teatro Brancaccio di Roma nel 1944, si era spinto a proporre alla Dc «un patto comune di azione, per un programma comune».
A Bergamo nel 1963 il leader del Pci annunciò una critica della società del consumo, fonte della incomunicabilità sostanziale dell’uomo moderno, che anticipava il richiamo di Berlinguer all’austerità quale occasione per ripensare radicalmente il modello di sviluppo, gli stili e i valori di vita.
Domenico Rosati scorge una affinità tra la proposta berlingueriana di austerità come contestazione dei pilastri della società borghese e l’annuncio di Moro della stagione dei doveri. Su questi lidi di censura dell’edonismo, in nome di una emergenza antropologica, c’è il rischio di smarrire il senso anche positivo del consumo ai fini della costruzione della soggettività (il consumo con il suo nichilismo mercantile è ciò che salva il capitalismo, lo intuì già Tocqueville; e non è anche per l’incapacità di garantire il consumo di massa che invece crolla il comunismo?). Ma lo scopo della riflessione sull’austerità come «occasione» non era quello di imporre una povertà generale ma di definire il progetto di un nuovo ordine sociale con altre compatibilità, con altre qualità riconosciute del vivere collettivo.
La specificità del contributo di Sardo è che la riproposizione del tema della fede (la sua domanda iniziale è: perché solo in Italia esiste una robusta componente cattolica che non si riconosce con la destra, come accade in tutti gli altri paesi?) serve per interrogarsi sul senso della eredità del comunismo italiano dopo la fine del Pci.
Perché quello che è scomparso è la traccia di un mondo, i segnali di un pensiero, i luoghi di una comunità, travolti da quello che Sardo chiama «il riformismo subalterno» che sfida identità, memorie, cultura politica, modello di partito, radicamento sociale, idea di società.
«Quando c’era Berlinguer la politica sapeva ragionare», osserva Rosati. Oggi, con il divorzio tra politica e ragione, avanza un nichilismo sorridente che costringe gli avanzi impotenti di una grande tradizione critica ad obbedire a un tweet, a scorgere carisma in una camicia bianca, a riverire gli imprenditori, che si sa sono «gli eroi del nostro tempo», a rompere con il movimento operaio come terra insignificante, che neppure merita rappresentanza.
Nel dialogo Berlinguer-Bettazzi le radici del Pd
In “L’anima della sinistra” Claudio Sardo ricostruisce l’incontro fra cattolici e comunisti
di Claudio Tito Repubblica 13.1.15
«COSTRUIRE
e far vivere qui in Italia un partito laico e democratico». A
pronunciare questa frase non è stato uno dei “padri fondatori” del Pd.
Non si tratta di una scontata locuzione suggerita negli anni in cui il
centrosinistra italiano si è misurato con la formazione dell’Ulivo prima
e del Partito Democratico poi. Ma è di Enrico Berlinguer. Che nella
lettera dell’ottobre 1977 con cui rispondeva a Monsignor Bettazzi
definiva il Pci proprio in quei termini: «laico e democratico».
Può
essere la prova che già in quegli anni, il Dna del tutto originale del
Partito comunista italiano prevedesse uno sviluppo nella direzione poi
assunta dagli anni Novanta in poi? Secondo Claudio Sardo, ex direttore
dell’ Unità, nella sostanza sì. Nel libro L’anima della sinistra ( edito
dalla Eir) torna a pubblicare lo scambio epistolare tra il segretario
comunista e il vescovo di Ivrea, accompagnata da due saggi, di Giuseppe
Vacca, storico del marxismo e del Pci, e di Domenico Rosati, ex
presidente delle Acli.
È evidente che il contesto politico e sociale
di quelle due missive non è paragonabile alla lunga transizione che ha
impegnato il nostro Paese dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi. Era
la stagione del “pensiero lento” ma profondo e non quello veloce e
superficiale di twitter. La trasformazione del sistema dei partiti e la
metamorfosi della sinistra italiana hanno stravolto i parametri della
politica rispetto agli anni Settanta. Il confronto in quel periodo si
basava sul “compromesso storico” prima e sulla “solidarietà nazionale”
poi. Sul dialogo e la potenziale intesa, dunque, tra i due grandi
partiti popolari che nel 1976 rappresentavano i tre quarti
dell’elettorato e che però dal dopoguerra si fronteggiavano su trincee
opposte in una democrazia bloccata. Eppure quel dialogo in una certa
misura può rappresentare l’embrione del Pd. «Non ci sarebbero stati in
Italia né l’Ulivo né il Pd – scrive Sardo - senza la storia del Partito
comunista italiano e senza la particolare natura della Democrazia
cristiana». I passi avanti compiuti da Berlinguer nel rapporto con i
cattolici (già avviato nei primi anni del decennio precedente da
Togliatti) e con l’associazionismo cattolico, e l’idea – attualissima ma
mai portata fino in fondo – di una «seconda rivoluzione democratica»,
costituiscono, forse anche involontariamente, il terreno più fertile per
la costruzione di una moderna sinistra «democratica e laica». In quel
quadro politico, Monsignor Bettazzi chiedeva “garanzie” al Pci sulla sua
lealtà democratica e sulla possibilità di una convivenza civile tra i
cattolici e i comunisti, nonostante il materialismo marxista. In una
certa misura – osserva Rosati – quelli potevano essere definiti i
«valori non negoziabili» del tempo. La risposta del leader di Botteghe
oscure è “rivoluzionaria” rispetto al movimento comunista
internazionale. La diversità italiana si conferma nella dichiarazione
che il Pci non «professa l’ideologia marxista, come filosofia
materialistica ateistica». E, spiega Vacca, configura il Pci come «un
partito non ideologico». Il confronto con il mondo cattolico poneva così
le premesse per dare vita a una miscela culturale unica. «Quello che
voi siete – diceva Aldo Moro nel 1977 rivolgendosi al Pci – noi abbiamo
contribuito a farvi essere e quello che noi siamo, voi avete aiutato a
farci essere ». Per i comunisti italiani rappresentava anche lo
strumento originale per la ricerca di una “terza via” ante litteram tra
comunismo e socialdemocrazia. E negli anni Ottanta per non rassegnarsi
all’affermazione del riformismo di stampo craxiano.
Quindi, conclude
Sardo, «senza quell’intreccio nelle radici politico-cultirali della
sinistra, senza il peculiare impasto del comunismo italiano, il
centrosinistra avrebbe avuto una diversa configurazione e non sarebbero
state poste le basi per la nascita del Pd».
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