sabato 10 gennaio 2015

Il Céline dell'Impero

“Non odio l’Islam descrivo la fine dell’Occidente”
L’ateismo perde, è troppo triste Noi rimarremo una parentesi nel cammino dell’umanità Ieri Michel Houellebecq si è difeso dalle accuse alla tv francese, mentre esce il suo romanzo “Sottomissione”di Anais Ginori Repubblica 7.1.15
COME un extraterrestre, incurante delle polemiche e forse anzi soddisfatto del clamore che lo precede, Michel Houllebecq appare nello studio del principale telegiornale della sera. «La République è morta» ha decretato qualche ora prima lo scrittore in un’intervista all’ Obs. Il romanziere profetizza una Francia che abbandona i suoi valori, cancella la laicità e si sottomette volontariamente all’Islam ma in una variante “moderata” e che “non fa paura”, puntualizza in diretta televisiva. Il suo nuovo romanzo Sottomissione ( oggi esce in Francia, il 15 in Italia da Bompiani) non è una crociata contro la religione musulmana piuttosto, spiega, una “semplice constatazione”. Un regalo a Marine Le Pen e alle paure sventolate dall’estrema destra? «Le Pen non ha bisogno di me» risponde flemmatico lo scrittore, camicia azzurra e lunghi capelli spettinati.
L’idea di una Francia governata nel 2022 dal fantomatico partito dei Fratelli Musulmani, guidato da Mohammed Ben Abbes, avrebbe effetti benefici spiega con sottile ironia Houellebecq: la fine della guerriglia nelle banlieue, il calo della disoccupazione grazie al divieto per le donne di lavorare, l’afflusso dei petrodollari da Qatar e Arabia Saudita.
Quattro anni dopo La Carta e il Territorio , il romanziere è accompagnato da un enorme battage mediatico con quello che definisce un “libro di anticipazione”. Il successo annunciato del romanzo, anche grazie alle abbondanti polemiche, è temperato dalle critiche. «Il più deludente dei romanzi di Houellebecq » secondo Le Monde, che definisce Sottomissione mediocre dal punto di vista letterario e sbagliato politicamente in nome della presunta “neutralità” rivendicata dallo scrittore che fa dire al suo protagonista: «Mi sentivo politicizzato quanto un rotolo di carta igienica». Una «favola moderna che gioca con le paure francesi» secondo il direttore di Libération, Laurent Joffrin, che ci vede «l’irruzione – o il ritorno – delle tesi dell’estrema destra nell’alta letteratura». Il romanzo dello scrittore francese più tradotto sta suscitando reazioni anche all’estero. Un libro “terrificante” secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung che si augura che i manifestanti del movimento anti-Islam che si radunano da settimane a Dresda non leggano il libro.
In soccorso di Houellebecq si sono già schierati altri scrittori. «Un libro di straordinaria consistenza romanzesca in cui, insieme all’anticipazione, troviamo pagine magnifiche» dice Emmanuel Carrère. Il romanziere che ha firmato Il Regno sugli albori della civiltà cristiana, in uscita per Adelphi, vede un parallelo tra lo scenario profetizzato in Sottomissione e il passaggio tra la civiltà greco-romana e quella giudeo-cristiana. «Non è un islamofobo » sostiene il filosofo Alain Finkielkraut che definisce il romanzo una “pochade” ma concorda con il pericolo della fine della République e della laicità. Houellebecq è convinto di aver immaginato una fiction “verosimile”. «Forse ho solo accelerato gli eventi, il 2022 forse è troppo presto». Uno scenario che, sostiene, non ricalca i sogni dell’estrema destra. Il presidente Ben Abbes vuole costituire una grande potenza islamica occidentale e mediterranea moderata, sul modello dell’impero romano, di cui la Francia sarebbe il fulcro. «Questa politica di alleanza con i paesi arabi non sarebbe dispiaciuta a De Gaulle» chiosa il romanziere. La pensa diversamente François Hollande che figura nel libro alla fine di un disastroso secondo mandato, battuto dal fantomatico leader del partito islamico. «Leggerò il libro perché provoca un dibattito. La letteratura è libertà» ha ricordato il Presidente aggiungendo però: «Non lasciamoci divorare dalle paure, dall’angoscia ». Com’era prevedibile, Marine Le Pen si è invece dimostrata favorevole alle tesi del libro. «È una finzione che potrebbe diventare realtà» ha commentato la leader del Front National, puntando in particolare sull’alleanza tra Ps e Ump descritta nel libro, suo cavallo di battaglia.
Il romanziere si difende dall’aver scritto un testo contro l’immigrazione che favorisce la xenofobia. «Marine Le Pen può fermare l’immigrazione ma non può fermare l’islamizzazione: è un processo spirituale, un cambiamento di paradigma, il ritorno della religione». Come aveva già fatto nei suoi precedenti libri, ma qui con un approccio definitivo, Houllebecq dipinge un Occidente in rovina, autodistrutto dalla cultura materialista e individualista. «La corrente di idee nata con il protestantesimo, che ha culminato nel secolo dei Lumi e prodotto la Rivoluzione, sta morendo. Tutto ciò rimarrà una parentesi nella storia dell’umanità». L’ateismo, osserva Houellebecq, è “perdente” perché “troppo triste”. Un decennio fa, il romanziere aveva definito l’Islam come una reli- gione per “stupidi”, poi denunciato da associazioni musulmane. Questa volta si mostra più benevolo, sia nella trama del romanzo – il protagonista si converte – sia nelle interviste che sta rilasciando. «L’Islam è in una fase ascendente» nota Houellebecq parlando con il Figaro.
«Una religione che non cerca di conquistare nuovi adepti – aggiunge – è una religione tribale, di tipo antico». I musulmani, continua Houellebecq, si trovano in una situazione politicamente “insostenibile”. «Dal punto di vista sociale sono più vicini alla destra e all’estrema destra che però li rifiutano con violenza».
Alcuni commentatori hanno paragonato il suo libro a un altro bestseller contro l’immigrazione e il declino della République, Le Suicide Français di Eric Zemmour. Lo scrittore non si riconosce nel paragone. «In mezzo a un continente che si suicida ho l’impressione che la Francia sia il solo paese a combattere disperatamente per sopravvivere». Il suicidio semmai, prosegue, è dell’Occidente. «Un suicidio economico, demografico e soprattutto spirituale». Il narratore del libro, François, 44 anni, professore universitario alla Sorbona, cede lentamente al fascino della religione per mantenere il suo posto di lavoro in un’università islamica, ma anche perché, conclude Houellebecq, «si accorge dell’impossibilità di vivere senza Dio». La “perdita di senso” delle nostre società occidentali è qualcosa che tocca lo scrittore-rockstar, abituato agli eccessi, che ora svela un’inedita vocazione spirituale. «Ho profondo rispetto per chi crede», confessa aprendo così un nuovo enigma nella sua controversa figura.

Michel Houellebecq I Lumi spenti di un continente rimasto senza forze
di Gian Arturo Ferrari Corriere 7.1.15
Houellebecq mette in mostra la nostra incapacità di comprendere l’atteggiamento dell’islam nei nostri confronti. I lumi dell’illuminismo sono spenti, ma per loro non si sono mai accesi.
C’è un antico vezzo (o un antico vizio?) tutto francese e russoiano nella tesi di Sottomissione, il romanzo di Michel Houellebecq dove si prefigura un’Europa tra pochi anni serenamente sottomessa all’islam.
Rousseau si era guadagnato la fama nel 1750 con il Discorso sulle scienze e le arti, dove arditamente capovolgeva l’assunto dei buoni accademici di Digione che avevano bandito un concorso per magnificare la purificazione dei costumi prodotta, secondo loro, da scienze e arti. Rousseau aveva invece sostenuto che arti e scienze — ossia per estensione il progresso e la civiltà — corrompono i costumi, in quanto allontanano gli uomini dallo stato di natura, innocente e incorrotto. Quest’attitudine insieme provocatoria e foriera di corposi successi è stata poi ripresa infinite volte nella cultura francese: una propensione acrobatica, un buttarsi nel vuoto con una serie di capriole nella speranza di riuscire alla fine ad afferrare il trapezio. E di sicuro oggi il più mortale tra i salti mortali è quello che riguarda l’islam e per converso l’Europa.
Non è questo l’unico tratto, l’unico marchio di fabbrica francese del romanzo di Houellebecq. Un altro, ancor più accentuato e quasi ridicolo, è l’assoluta certezza che al centro dell’Europa ci sia la Francia, al centro della Francia ci sia Parigi, al centro di Parigi ci sia la Sorbona, al centro della Sorbona ci siano gli studi filosofico-letterari e al centro di questi ultimi ci sia il nichilismo. Un paralogismo ereditato dritto dritto dal Cyrano , ma praticato dall’autore con un candore inconsapevole, quasi commovente.
Non bastano però né la mossetta russoiana né l’assorta contemplazione del proprio ombelico a liquidare le tesi di fondo di Houellebecq, che riguardano l’islam che verrà e l’Europa che c’è. Non bastano soprattutto a velare il suo maggiore, incontestabile, merito. Che è quello di aver messo il dito nella piaga, nei pensieri combattuti che attraversano tutti i giorni le nostre menti, nel tambureggiare quotidiano delle news , nei mille indizi rivelatori o inesplicabili che ci colgono ogni volta di sorpresa. E con quel dito, e in quella piaga, di rovistare a fondo.
La piaga in questione non è con ogni evidenza la profezia (utopia? distopia?) sul nostro futuro prossimo, la prossima dominazione islamica e la nostra altrettanto prossima sottomissione. Bensì il nostro atteggiamento nei confronti dell’islam o, per essere più precisi, la nostra capacità di comprendere l’atteggiamento dell’islam nei confronti nostri. Certo, la rappresentazione del futuro leader islamico, bonario e pacioccone, delle gioie (saranno poi solo gioie?) della poligamia, della serenità non competitiva è talmente accentuata da apparirci ironica. Ma non c’è dubbio che l’islam di Houellebecq sia roseo. Assai diverso comunque da quello che le cronache ci descrivono ogni giorno. E non tanto per le efferatezze, quanto per l’incomprensione, per il muro di risentimento inestinguibile che sentiamo eretto contro di noi. Quasi che noi, noi stessi, fossimo i responsabili di colpe che non abbiamo commesso, di soprusi che non abbiamo esercitato.
Dimentichiamo il colonialismo. I lumi — dice Houellebecq — i lumi, cioè la civiltà nostra ma per lui soprattutto francese, i lumi si sono spenti. Ma per loro, per l’islam e per tutti gli altri, non si sono mai accesi. Questo è il peccato originale, questa è la colpa terribile degli europei. La falsità. Aver predicato i lumi, i valori universali, un’idea onnicomprensiva di umanità, e aver praticato la schiavitù, il servaggio, l’umiliazione. Questo è il risentimento, questa è l’accusa rivolta all’Europa da tutti, ora anche dal Papa cattolico.
Altro che islam! Se l’Europa avesse forza e dignità (ma la forza di sicuro non ce l’ha e quanto alla dignità lasciamo correre…) saprebbe far fronte, pagare i propri debiti, darsi una propria identità. Non all’indietro, cercando con il lanternino le radici, ma in avanti, dicendo dove vuole andare. Ma l’Europa non c’è, non c’è più. È ridotta nelle condizioni di uno Stato di Ancien régime , frammentata in staterelli, preda di liti da assemblea condominiale, con la corte ( alias le istituzioni europee) in perenne spostamento tra Strasburgo e Bruxelles, come ai tempi di Carlo V, che, infatti, in Belgio era nato.
Sarebbe occorsa, e forse ancora occorrerebbe, una grande visione, un’unificazione politica accelerata, contro gli ostacoli non dei popoli, che sono pronti, ma di tutti gli interessi particolari coalizzati. Purtroppo la politica, il senso della politica come sintesi ultima della realtà, la maggiore invenzione della sua storia, è forse quel che l’Europa ha perduto. Se così fosse — e Dio non voglia — avrebbe ragione Houellebecq. Resterebbe solo la sottomissione. Il dibattito intorno all’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, «Sottomissione» (che esce oggi in Francia e il 15 in Italia per Bompiani) è iniziato sulle pagine del Corriere con una intervista allo stesso Houellebecq (4 gennaio) ed è proseguito con un’intervista al filosofo Michel Onfray (5 gennaio) e un intervento dello scrittore Emmanuel Carrère (6 gennaio)

Ma non succederà
Le utopie e le distopie, da Platone a «1984», non si realizzano perché, pur offrendo molti spunti realistici, li congelano nel tempo11 gen 2015  Il Sole 24 Ore Di Chiara Valerio
I nudi fatti. Fine del secondo mandato di Hollande, il partito al governo, per non cedere al Fronte Nazionale, si allea con la «Fraternité musulmane». La coalizione vince e nuovo presidente della Repubblica è Mohamed Ben Abbes. Gli alleati chiedono il Ministero della Pubblica Istruzione. François, il protagonista, malinconico senza essere dandy, seduttore sì, ma pagante, è un esperto di Huysmans e dunque, sa, con Des Esseintes di volere «dopo i fiori finti che imitano i fiori veri, i fiori veri che imitano i fiori finti», perché più eccessivi e abnormi. Dunque, i nudi fatti, i fiori veri del romanzo. La Francia Islamica; la Pubblica Istruzione nella funzione di Propaganda che abolisce l’uguaglianza uomo donna, riporta le donne al focolare domestico, consente la poligamia, minimizza e quasi elimina criminalità e disoccupazione; l’amore per Huysmans e la di lui ossessione che la vita oscilli tra «il dolore e la noia» e a fortiori – come osservava Barbey d’Aurevilly – la necessità di scegliere tra un colpo di pistola e i piedi della croce, sono i nudi fatti di Sottomissione . I fiori veri del romanzo, più eccessivi, abnormi. Non realistici, reali. Tuttavia. Supponiamo che l’osservazione di Barbey d’Aurevilly – a più di cento anni – valga non per un singolo essere umano, ma per un insieme d’individui, per una nazione, e supponiamo che, invece del suicidio – inefficacia politica, disoccupazione che supera il 30%, impossibilità di gestire zone intere della capitale... – la nazione scelga la conversione religiosa e che ciò porti una forma di pace (uomini poligami, donne ai fornelli). In quest’ottica, le impressioni di necessità e predizione storico-politica fatte dal romanzo di Houellebecq («la parution de Soumission n’est pas seulement un événement littéraire qu’on devrait juger selon les seuls critères esthétiques. Volens nolens, le roman a une résonance politique évidente» – Laurent Joffrin, «Liberation» del 2 gennaio scorso) sono indotte, obbligate. Perché il racconto continui, la Francia non può suicidarsi a pagina uno (dunque si converte). In quest’ottica, Sottomissione, ben lungi dall’accelerare la Storia («I condense an evolution that is, in my opinion, realistic» – Houellebecq, «Paris Re-
| Michel Houellebecq view») si rivela una distopia, cioè un congelamento della Storia. noltre, come scriveva Orwell in 1984 «Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano — per sempre».
Rimangono da scegliere lo stivale e il volto umano. Houellebecq, ancora, non sceglie un volto singolo, ma collettivo. La letteratura, sui destini degli individui, ha pretese maggiori della scienza e di solito, con buona pace di Hari Seldon ( Trilogia della Fondazione, Asimov), anche se meno efficace, è più esatta. Che avremmo reso il tempo restante da vivere un prodotto finanziario, un derivato ( life settlement ), lo aveva scritto Gogol ( Le anime morte); che gli esseri umani sarebbero diventati fungibili, come le banconote, lo aveva scritto Huxley ( Il mondo nuovo) e basta ricordare le immagini della cerimonia delle Olimpiadi di Pechino del 2008; che il nostro obiettivo non fosse conquistare il cosmo, perché non abbiamo bisogno di altri mondi ma di specchi, lo aveva scritto Lem ( Solaris) e basta pensare agli autoscatti con la Terra alle spalle, oltre l’oblò, degli astronauti; che, come in 1984, le persone sarebbero state condannate per delitto facciale, perché ridevano, è accaduto – e accadrà per sempre – in Arcipelago Gulag di Solženicyn.
È esatta la letteratura, ma non è efficace, perché le distopie accadono, ma non durano, al pari delle utopie. Non La Repubblica, dere di leggerezza (il libro è graficamente molto curato, ricco di illustrazioni e con una disposizione delle parole che fa pensare alla poesia e favorisce i lettori meno esperti), prende molto sul serio il dramma della bambina: perché quello di Ellie è un vero dramma, un distacco che sarebbe definitivo se la scrittura (il carteggio con Bibi) non intervenisse a colmare il vuoto.
Elaborazione della perdita e valore della scrittura. Cosa vogliamo di più? La mancanza di un "cattivo" è l’unico vero difetto di Come un cetriolino su un biscotto: i bambini (anche quelli neovittoriani come Ellie, a cui gli adulti vorrebbero risparmiare emozioni troppo forti) sanno che il mondo è popolato di lupi e di orchi, di streghe e giganti cannibali, ed esigono dai libri la verità tutta intera, senza sconti e senza edulcoranti. Fatto salvo il lieto fine, naturalmente.
Crystal della strada, ultimo dei quattro romanzi completati dall’autrice Siobhan Dowd prima della morte, nel 2007, a soli 47 anni, racconta le avvennon La città del Sole. Gli esseri umani hanno il tempo e il tempo, che è il contrario della perfezione, passa, fa marcire o seccare le cose, le consuma. Il tempo degli uomini mina le distopie e le utopie, le scioglie. La distopia e l’utopia, rispettivamente complemento e immagine di perfezione, sono il contrario della libertà, perché invece di lasciarla, la crea. Falliscono forse meno le utopie e le distopie di silicio (che si occupano della relazione umano-macchina) come per esempio L’uso umano degli esseri umani di Wiener. Le utopie e le distopie di carbonio falliscono, chimicamente e Sottomissione è una distopia di carbonio. Il racconto della democrazia, da Tocqueville a qui («compresi subito che [l’uguaglianza delle condizioni] estende la sua influenza anche fuori della vita politica e delle leggi e domina, oltre il governo, anche la società civile: esso crea opinioni, fa nascere sentimenti e usanze...» – La democrazia in America), passando per Weber («Per quale concatenamento di circostanze è avvenuto che sul suolo occidentale, la civiltà si è espressa con manifestazioni, le quali – almeno secondo quanto noi amiamo immaginarci – si sono inserite in uno svolgimento, che ha valore e significato universale?» – L’etica protestante e lo spirito del capitalismo) pare l’unica forma di utopia che, usurandosi, si è realizzata. I suoi tentativi, spesso falliti, di mediazione, il suo ineludibile cedere alla Rete per discussioni che dovrebbero essere altrove, sembrano, ancor più dopo aver letto il romanzo di Houellebecq, il “tertium” tra gli antipodi di Barbey d’Aurevilly (morte o conversione – entrambe una croce). Il “tertitum” è capire e, se si capisce da soli, ognuno per conto proprio, forse, una forma collettiva del capire e del tempo può essere la laicità di uno stato democratico. ture on the road della quattordicenne Holly Hogan. Holly è stata affidata dai servizi sociali londinesi a una coppia di babbacucchi (definizione sua), ma dopo qualche settimana trova in casa una parrucca bionda (ricordo della chemioterapia che ha provocato la sterilità della donna) e pensa di inventarsi una nuova identità (Crystal, diciassettenne elegante e sicura di sé) e di fuggire in Irlanda alla ricerca della madre.
Il viaggio è scandito da una serie di incontri con quelli che un proppiano chiamerebbe "aiutanti" e che costituiscono una gustosa galleria di mattoidi: una studentessa di Oxford, l’unico camionista vegano della Gran Bretagna, un’infermiera gallese dal grande cuore... A poco a poco, inevitabilmente, l’identità fittizia di Holly si disgrega, la fatica, la fame, la paura prendono il sopravvento e i ricordi sepolti da anni riemergono con violenza: e paradossalmente sarà proprio la madre idealizzata, rimpianta, cercata contro tutto e tutti, a rivelarsi la "cattiva" – una povera prostituta che ha rischiato di uccidere la figlia in un momento di follia.
Holly prende coscienza della realtà proprio nel momento in cui più forte è l’attrazione per la morte: e anziché buttarsi dal ponte del traghetto, come avrebbe fatto Crystal, ritrova se stessa e torna dai suoi affezionati babbacucchi, ormai pronta a diventare adulta. Consigliato. 



“Sottomissione” è il racconto del declino di un docente di mezza età e della civiltà che lo ha prodotto. Ma il personaggio non è memorabile

L’inutile lezione del professor Houellebecq
ALESSANDRO BARICCO Repubblica 20 1 2015
SE ANCORA esiste una pratica che si chiama letteratura — contraddistinta da un certo dominio tecnico superiore e da un’ardita fedeltà ad antiche, estreme, ambizioni — non sono poi molti gli scrittori che oggi vi si dedicano con risultati memorabili: per quel che ne capisco io, uno è Houellebecq. Per questo, chinarsi su ogni suo libro, anche a costo di uscirne delusi, è un gesto che vale la pena di compiere.
Di rado è un’esperienza piacevole : Houellebecq è un pensatore spinoso, prima che uno scrittore capace, e il disprezzo chirurgico con cui prova a fare a pezzi luoghi comuni a cui dobbiamo una parte significativa della nostra buona coscienza rende la lettura dei suoi libri fastidiosa fino alla ripugnanza. Tuttavia, quasi sempre l’intelligenza è affilatissima, e la scrittura non banale. Alte le ambizioni, coerente il gusto. Ce n’è abbastanza per interessarsi a lui: quanto ad amarlo è una conseguenza possibile almeno quanto lo è il detestarlo.
Sottomissione è il suo ultimo romanzo (edito, in Italia, da Bompiani). Un libro placidamente strano, nato, si direbbe, dalla fusione di tre testi differenti: un romanzetto di fantapolitica, un racconto dedicato al mesto declino umano di un accademico parigino e un saggio su J. K. Huysmans, uno dei padri del decadentismo tardo-ottocentesco. La fusione non è proprio riuscitissima (si vedono le cuciture, troppo spesso), e la parte più brillante, senza dubbio, è quella saggistica (tutti a rileggere Huysmans, dopo). A tenere insieme il tutto, assicurando alla lettura una certa gratificazione, ci pensa la mano dell’artigiano, cioè l’abilità della scrittura — un tempo si sarebbe detto lo stile . Quando vuole (e qui vuole) Houellebecq ha questa mirabile capacità di esercitare un dominio assoluto, ma pacato, sulla lingua. Senza sforzo apparente esegue numeri di un certo virtuosismo, ma sempre con l’aria di far un gesto naturale, o scontato. Io ad esempio vorrei capire come fa a tenere su certe frasi lunghe senza che nel transito dall’inizio alla fine non si intrometta il bello scrivere letterario o un qualche esibizionismo barocco. Non è semplicissimo suonare la lingua con arcate così ampie senza appesantirsi per strada; non è scontato saperlo fare senza finire per risultare artificiali. Tuttavia a lui riesce, come provo a mostrare in un passo tra i tanti, che scelgo per l’uso esatto del punto e virgola, segno di punteggiatura coltivato ormai da pochi, raffinatissimi, specialisti. «Non avevo mai avuto la minima vocazione per l’insegnamento — e, quindici anni dopo, la mia carriera aveva solo confermato quell’assenza di vocazione iniziale. Qualche lezione privata in cui mi ero impegnato con la speranza di migliorare il mio tenore di vita mi aveva convinto quasi subito di come la trasmissione del sapere fosse nella maggior parte dei casi impossibile; la diversità delle intelligenze, estrema; e che niente potesse sopprimere o anche solo attenuare tale ineguaglianza fondamentale». Preciso, elegante, naturale. Sembra facile, ma non lo è.
Per il piacere del lettore, a una simile perizia stilistica sono consegnate le pagine su Huysmans, più o meno fuse nella trama del racconto. Non diranno molto a chi non conosce minimamente l’autore di A rebours, ma a me hanno fatto ricordare che il miglior libro che ho letto di Houellebecq (dopo Le particelle elementari ) è un saggio: poche pagine memorabili e urticanti su H. P. Lovecraft. Ogni tanto mi accade di rimpiangere il fatto che taluni romanzieri, pur rispettabili, sottovalutino l’eventualità di essere, come potrebbero, grandissimi saggisti. In questo caso mi sono limitato a chiedermi che problema c’era a scrivere un bel saggio su Huysmans e basta. Ma dev’essere anche una questione di riconoscimento, soldi, e frivolezze varie.
Devo anche aggiungere che il nitore rotondo della prosa di Houellebecq perde molto del suo smalto nelle pagine dedicate, più strettamente, alla vicenda fantapolitica. Lì si scivola spesso in una prosa di servizio, del tutto a portata di scrittori appena educati. D’altronde c’è da chiedersi se il contenuto potesse pretendere qualcosa d’altro. Come forse è noto, Houellebecq ipotizza che in Francia prenda il potere (democraticamente) un partito musulmano moderato, trascinando con lenta fermezza il Paese in una conversione collettiva alla way of life dell’Islam: poligamia, antisemitismo, donne velate, addio al laicismo, ecc. Per quanto Houellebecq sia molto abile, e in alcuni tratti perfino geniale, nel ricostruire i passaggi di una simile mutazione, l’assunto resta quello che è, cioè una boutade buona per ravvivare una cena con dei colleghi. Forse mi sfugge qualcosa, ma francamente vendere per verosimile quella Francia lì presume una disponibilità esagerata, quasi infantile, a sottovalutare la complessità della situazione. Non dico la gravità, dico la complessità: tenere almeno conto degli immensi incroci di potere che stanno sullo sfondo della frizione tra Occidente e Islam è il minimo che si dovrebbe pretendere. Così come francamente ridicolo, se posso permettermi, è il riferimento ossessivo alla Francia, come se il resto del pianeta non esistesse: un modo di vedere le cose che poteva avere un senso due secoli fa, ma oggi, onestamente, sa di miopia niente male. Per cui resta la battuta ad effetto, e l’esercizio non sgradevole di pensare l’inverosimile: ma mi resta da capire che bisogno c’era di scomodare la letteratura. Un pamphlet brillante era più che sufficiente.
D’altronde la letteratura è se mai dispensata, in Sottomissione , in quello che sembra essere, al di là degli echi mediatici, il vero nervo centrale del libro e in definitiva la sua ragion d’essere: il racconto dello strisciante declino, grottesco e rancoroso, di un cattedratico di mezza età: un naufrago meticoloso, destinato a confondersi con il naufragio della civiltà che l’ha prodotto. Lì le pagine apprezzabili non mancano, e Houellebecq può dedicarsi ai suoi numeri migliori: la ferocia del disprezzo, la cattiveria dello sguardo, la disponibilità a guardare il male in faccia. Sicuramente, per quello che ne capisco io, l’ha fatto meglio, però, in altri libri. Qui è un po’ tutto già sentito. D’altronde, se la cosa da raccontare è quel che succede a un uomo colto quando il suo corpo e la sua mente registrano la fine dell’età d’oro e il premere di un qualche crepuscolo (in genere odiare tutti e perdere la testa per qualche studentessa), tutto quello che c’è da dire l’ha detto Roth, e il resto l’ha puntualizzato Coetzee: l’hanno anche fatto con tutta l’ironia auspicabile e la ferocia necessaria, in libri che giustificano pienamente, e senza compromessi, la sopravvivenza di un termine come letteratura. Francamente il professore di Houellebecq, con le sue reticenze, la sua viltà lucida, i suoi mesti riti sessuali e la sua intelligenza da salotto, non aggiunge un granché, e difficilmente può assurgere a personaggio memorabile. Lo si accompagna volentieri, perché no, sulla via della sua disfatta poco spettacolare: ma, ecco, non di rado pensando ad altro. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Una tesi forte, ma un romanzo debole
Scrittura lenta e pesante. Il protagonista, alienato e stanco di tutto, è già visto

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