martedì 20 gennaio 2015

La Lista Trombati e il richiamo della foresta: "Insieme, potrebbero fare un autentico centrosinistra"

Primarie al veleno. Cofferati: oggi porto le carte in Procura
Prende forma l’Opa per un “Partito della Sinistra”. Ipotesi Anna Canepa in Liguria
di Jacopo Iacoboni La Stampa 20.1.15
Troppe cose, è evidente, separano Sergio Cofferati da Alexis Tsipras, e l’Italia - per fortuna - non è la Grecia, né economicamente, né (ancora) dal punto di vista dei conflitti sociali. Tuttavia più che chiedersi se l’ex capo della Cgil possa essere - come è convinto Maurizio Landini - «lo Tsipras italiano», la domanda potrebbe esser posta così: davanti all’evoluzione del Renzi di questo ultimo anno, e del suo Pd da partito di centrosinistra a partito di centro che guarda a centrosinistra ma anche un po’ a centrodestra, esiste uno spazio politico per un “Partito della sinistra” in Italia? Chiamiamolo così, meglio che Syriza che, ripetiamolo, poco c’entra.
La domanda è ormai attuale nel momento forse più drammatico della vicenda post-primarie. Ieri sera l’ex capo della Cgil ci ha annunciato in anteprima che «domattina, appena ho fisicamente tra le mani le il verbale del Collegio dei garanti del Pd sulle primarie, presenterò esposto in Procura. Ci sono documentate cose che a me sembrano enormi, gravissimi, degne di attenzione dal punto di vista penale, ma su questo ovviamente sarà la Procura a decidere». Cosa succederebbe se i magistrati, oltre al già totale caos politico, individuassero precisi reati e responsabili?
Renzi minimizza
Il segretario ancora ieri sera minimizzava «hanno tolto un po’ di voti a Cofferati e un po’ di voti alla Paita, abbiamo commissioni e collegi di garanzia...», ma forse non aveva ancora avuto il tempo di leggere il lavoro dei garanti Pd. Di sicuro Cofferati continua la sua battaglia, che ormai è molto più che ligure. Sostiene Massimo Cacciari che «questa vicenda delle primarie liguri è la goccia, uno degli ultimi atti che dimostrano l’assoluta incompatibilità tra il renzismo e l’anima socialdemocratica, ex comunista, ma anche l’anima cattolica, del partito democratico. Sarebbe il caso che loro per primi ne prendessero atto».
Lo spazio politico?
Quando dice “loro”, Cacciari ha in mentre «soprattutto Cuperlo, Civati e Barca: fin tanto che non decidono cosa fare da grandi, le cose restano allo stato embrionale. Molto dunque dipende da questa opposizione interna al Pd, se smettono di tentennare». Lo spazio politico ci sarebbe? Chi sta in mezzo agli universitari, a molti ragazzi di vent’anni, soprattutto nelle città, ha la sensazione che Renzi non piaccia granché, è così per Cacciari? «Penso assolutamente di sì, tra i miei studenti, tra i giovani soprattutto metropolitani, Renzi è visto spesso come una torsione a destra del Pd. Quindi uno spazio politico per un Partito di sinistra ci sarebbe eccome. E secondo me, attenzione, forse converrebbe anche a Renzi, che così potrebbe sedurre l'elettorato moderato, e poi stabilire un rapporto franco con un partito alla sua sinistra. Insieme, potrebbero fare un autentico centrosinistra». Avranno il coraggio, Civati, Cuperlo, Barca?
Chi di sicuro un tempismo eccezionale - se non un coraggio - l’ha avuto è stato Cofferati, e molti non pensavano si sarebbe spinto a tanto. Ieri ha detto: «Non sono uscito dal Pd per fondare un altro partito, né per entrare in una nuova formazione politica, mi limiterò a fare un’associazione culturale, nulla di più». Ma chi forse lo conosce meglio di tutti, e molto ci ha lavorato accanto - un dirigente della sinistra italiana di lungo corso che ci chiede l’anonimato - riflette: «Quando Sergio dice così, è perché pensa che la possibilità esista. Dipende molto da come si “consoliderà” quest’area. Se resta un partito tra Sel, un pezzo ampio di Fiom di Landini, civatiani, e magari schegge di mondo proveniente dal M5s, cioè un’area da 4 per cento, credo di no. Ma se entrasse in campo davvero una parte significativa dell’attuale Pd in sofferenza...». La chiave è lì. E anche, come ci dice Maurizio Landini, «andare oltre la sinistra classica».
Bacino del 10%
Dal punto di vista del «bacino potenziale», Roberto Weber di Ixè lo stima attorno al dieci per cento: «Con il limite però che un leader antico come Cofferati non sarebbe particolarmente attrattivo». Tornate un momento sul detonatore: la Liguria. Cosa succederà alle regionali? La candidatura contro la Paita ci sarà, è sicuro. «Cofferati - ci dice chi sa le cose - diversamente da quanto dice potrebbe anche accettare di candidarsi ma, per come ragiona lui, solo se la destra proponesse un candidato vero. Se proporrà una figurina per aiutare la Paita, Cofferati starà fuori». In quel caso il “Partito della sinistra” ha un sogno: convincere Anna Cànepa, integerrimo magistrato dell’antimafia, ligure (ps. l’antimafia, anche se non lei, sta andando a guardare nelle primarie recenti...), segretario di Magistratura democratica, a candidarsi. Lei finora ha sempre resistito alle avanches, ma stavolta - possiamo dirvelo - non ha sbattuto la porta. Sarebbe un nome alla Cantone.
Nel frattempo Civati annuncia che «se si andrà al voto in primavera, io non mi presenterò col Pd. Non sono mai stato più distante dalla segreteria del Pd». Resta da capire quanta parte di quel Pd - sempre molto bellicoso nelle interviste, leggermente meno negli atti concreti - sia disposto a rischiare qualcosa (partendo dal Quirinale?) per salutare il renzismo, in cui palesemente non crede, se mai ci ha creduto.


Verso Tsipras Rottura ligure, la sinistra cerca l’x factor rossodi Salvatore Cannavò il Fatto 20.1.15
Alla suggestione di Maurizio Landini, che lo candida al ruolo di Tsipras italiano, Sergio Cofferati, per ora, risponde di no. Ma la sua uscita dal Pd potrebbe creare più di un sommovimento a sinistra. Non solo nella partita del Quirinale ma anche in quella, ben più prosaica, delle prossime Regionali. La rottura con l’ex segretario della Cgil in Liguria, infatti, sta per produrre una lista alla sinistra del Pd che nel caso non dovesse essere guidata da Cofferati – difficile, se nel ruolo di “testimonianza” – vede circolare nomi come quello di Carlo Freccero, ex dirigente Rai ma anche vivace polemista politico. Quello che però spiega al Fatto il responsabile organizzazione di Sinistra Ecologia e Libertà, Massimiliano Smeriglio, è che a saltare potrebbero essere anche le alleanze di altre corse regionali: “Il centrosinistra fin qui costituito oggi non c’è più. A questo punto vanno ridiscusse tutte le Regioni e anche se noi ci teniamo a costruire percorsi di governo, certamente non lo facciamo a ogni costo”. Le alleanze più a rischio, oltre alla Liguria, sono almeno tre: il Veneto dove il Pd candiderà “Ladylike”, Alesssandra Moretti e la Toscana dove il governatore uscente, Enrico Rossi, si è ormai convertito pienamente al renzismo e la Campania dove i tre candidati del Pd alle primarie – se mai si faranno – e cioè Vincenzo De Luca, Andrea Cozzolino e Gennaro Migliore sono tutti e tre, “per motivi diversi”, indigeribili per Sel e la sinistra che si sta ricomponendo.
LA FRATTURA, quindi, potrebbe essere davvero profonda anche se in ballo ci sono ancora diverse variabili a cominciare dalla partita per il Quirinale e dalla legge elettorale. Tra le variabili politiche, invece, c’è l’andamento dei rapporti a sinistra, i ruoli che si vanno delineando, le relazioni tra le diverse correnti politiche. Un appuntamento di un certo peso si annuncia la “Leopolda rossa” che Sel organizza per il fine settimana a Milano. Si chiamerà Human Factor, definizione a metà tra la provocazione e il vezzo televisivo, ma in ogni caso si annuncia un incontro che permetterà ai vari soggetti di pronunciarsi. Nella giornata conclusiva, domenica, dopo che i mille partecipanti registratisi finora avranno animato laboratori e tavole rotonde, dovrebbero confrontarsi, oltre a Nichi Vendola, la presidente della Camera, Laura Boldrini, Pippo Civati e Stefano Fassina ma anche, così sperano gli organizzatori, Sergio Cofferati. Quest’ultimo ieri, sul Corriere della Sera, ha di fatto candidato il “cinese” a una ruolo di primo piano nella nuova sinistra in formazione ma l’ex segretario della Cgil ha subito ribadito di non aspirare a quel ruolo né di aver voglia di fondare un nuovo partito. “Non dobbiamo necessariamente pensare a un partito”, spiega però Landini, lo stato della sinistra è ben più grave.
Di questa partita si apprestano a far parte anche gli esponenti della sinistra più radicale. All’appuntamento milanese ci saranno infatti anche Marco Revelli e Paolo Ferrero, segretario del Prc, che nell’assemblea dei comitati della lista Tsipras, tenutasi nello scorso fine settimana a Bologna, hanno sostenuto la tesi della maggior unità possibile alla sinistra del Pd contro la linea espressa da Guido Viale e da Barbara Spinelli, propensi a definire, già ora, la lista Tsipras come contenitore autosufficiente sulla base del proprio programma. Assemblea conclusasi senza deliberazioni e quindi, di fatto, in attesa delle mosse che si verificheranno.
 
Partono le telefonate ai dissidenti E qualcuno inizia a cederedi Monica Guerzoni Corriere 20.1.15
Bersani e la doppia partita della sinistra. I suoi: è lui l’uomo della pacificazione
ROMA Nessuna scissione, il Pd è la sua «casa» e Pier Luigi Bersani non ha traslochi in programma. «Io non me ne vado, magari se ne andranno altri prima di me...» smentisce rotture l’ex segretario e dice di non condividere l’addio di Cofferati perché la «ditta» bisogna cambiarla dall’interno. Una posizione che alcuni renziani sembrano temere più della scissione, vista l’accusa che il premier ha rivolto al bersaniano Miguel Gotor: «Non siete un partito nel partito».
In tv da Lilli Gruber, Bersani ha scandito accenti dialoganti cercando un posto da protagonista nel grande gioco del Quirinale e autorizzando indirettamente i renziani a temere che voglia andarci lui. «Fosse così, non sarei qui a dire quel che penso» ha smentito lui con un sorriso malinconico. Eppure i renziani parlano di «golpe» sulla legge elettorale e sospettano grandi manovre. In Trasatlantico si racconta che l’ala più dura della minoranza sia pronta a «dare un segnale», con una grande assemblea alla luce del sole, per far capire a Renzi che sarebbe un azzardo sottovalutare la forza numerica contraria al patto del Nazareno. I più ottimisti a sinistra contano 160, 180 parlamentari pronti a far pesare la loro forza su input di Bersani, Civati e Cuperlo. E chissà, forse anche di D’Alema, visto l’allarme fatto scattare nella maggioranza dalla riunione nella sede di Italianieuropei: a piazza Farnese sono saliti Fassina, D’Attorre e un bersaniano dialogante come Stumpo. I tre negano che si sia parlato di Quirinale, ma D’Attorre lascia cadere un indizio: «Un governo sordo sulle riforme non è la premessa migliore per votare assieme il capo dello Stato».
La lotta contro i nominati è l’ultima trincea prima della battaglia campale. Dal Nazareno e da Palazzo Chigi ieri sono piovute telefonate a raffica sui cellulari dei senatori bersaniani che hanno firmato l’emendamento Gotor e la fronda si è rapidamente ristretta: da 37 a «una trentina», col rischio che le truppe di opposizione siano decimate fino a 15, 20 unità. Nelle stesse ore Gotor sfidava il premier: «Senza confronto, si apre un’altra partita». Dove l’altra partita è quella del Colle. «Se si incasina tutto il nome è Pier Luigi in una chiave di pacificazione» sussurrano i bersaniani dando voce al sogno proibito della sinistra che fa riferimento all’ex leader. Chiara Geloni assicura che «Bersani non fa baratti, calcoli, né strategie, non dice “o io o nessuno”, ma certo nella vita può succedere di tutto». Persino la prudenza con cui Bersani risponde ad Antonio Polito che lo incalza sul suo destino personale insospettisce i renziani. Uno scambio tra legge elettorale e Colle? «No, non si parli di ricatti — nega macchinazioni Bersani — nessuno è un agit-prop. Nessuno accende micce». Prudenza e carte coperte. Parla di «due o tre nomi» che ha in mente e conferma che il primo è Prodi: «Ma non mi fermerò lì». Nella rosa bersaniana c’è chi mette Mattarella, chi preferisce la Finocchiaro e chi non dimentica Veltroni. Purché sia «il garante delle istituzioni», è il primo requisito indicato da Bersani: «Nessuno pensi che uno come me possa fare il franco tiratore, chi lo dice magari ce l’ha nella testa lui. Ma non si sparga l’impressione che si prepara la minestra di destra e la si fa mangiare a un pezzo del Pd». Ecco, Bersani non voterà un presidente individuato nel chiuso del Patto del Mazareno e pronto, alla bisogna, a sciogliere le Camere su richiesta del premier.
«Serve un presidente autonomo da tutti i poteri dello Stato, in particolare dall’esecutivo», chiarisce Rosy Bindi. E Bersani conta sulle dita di una mano le votazioni che serviranno a sceglierlo, se Renzi non farà scherzi e dialogherà con la minoranza: «Ci siamo sentiti e ci vedremo, non mi ingelosisco se parla con Berlusconi».

La resistenza di Gotor: Matteo non può zittirciLo storico, uomo forte dell’area ex Ds: chiamarci gufi è propaganda, lui non faccia lo struzzo
intervista di M. Gu. Corriere 20.1.15
ROMA «Il canguro di Renzi? Cancellare d’un colpo i nostri emendamenti sarebbe un atto di gravissima irresponsabilità e noi ci sentiremmo con le mani libere. Spero non avvenga...». Stremato dalla maratona oratoria davanti al plotone di telecamere e giornalisti, Miguel Gotor si accascia su un divanetto del salone riservato alla stampa: «Scrivete che sono un bravo ragazzo». Non un leader, perché «non è il mio ruolo». E quando un cronista lo definisce il nuovo D’Alema, l’autore dell’emendamento che fa tremare Palazzo Chigi lascia l’italiano dei professori e passa al romanesco: «Di che stiamo a parla’, avrebbe detto Alberto Sordi?».
Se Bersani nel 2013 avesse vinto, oggi Gotor sarebbe ministro della Cultura. Invece è il senatore che Renzi, arrivando a Palazzo Madama, ha definito «il mio nemico preferito». A lui la definizione è piaciuta, perché la vanità non gli fa difetto e sin da ragazzo è abituato a primeggiare: storico, autore di saggi di successo, cattedra di Storia moderna a Torino, nel 2008 ha vinto il Premio Viareggio con le «Aldo Moro, Lettere dalla prigionia». La passione per gli archivi è ancora intatta, ma adesso la sua battaglia è impedire che la nuova legge elettorale «voluta da Berlusconi e Verdini trasformi il nostro Paese in una democrazia di cooptati». Per impedirlo è pronto a sfidare Renzi e ripete che lui non mollerà: «Se la proporzione tra nominati ed eletti con le preferenze non cambia, io questa legge non la voto».
Guai a chiamarlo gufo, perché è una cosa che non sopporta: «È una parola che fa parte della propaganda, piuttosto il premier non faccia lo struzzo». A chi lo attacca e definisce il suo emendamento «contro Renzi», ribalta il concetto: «Sto facendo il massimo per l’onorabilità del Pd e della sua storia». E se qualcuno spera che la sua sfida sulla legge elettorale si riveli una breccia per la scissione, Gotor risponde come farebbe Bersani: «Civati sbaglia. Io resto nel Pd con due piedi, il cuore e la testa».

Miguel Gotor, minoranza Pd “Nemico di Matteo? Solo avversario”di Tommaso Ciriaco Repubblica 20.1.15
ROMA È il regista dell’operazione “anti-nominati”. Matteo Renzi, sia pure con una battuta, l’ha bollato come suo «nemico». «Ho le spalle larghe, larghe. E poi l’ha detto in modo amichevole - sorride il senatore del Pd Miguel Gotor - In politica non ci sono nemici, solo avversari. Soprattutto se uno è premier, mentre io sono un semplice senatore e ricercatore universitario...». Gotor, comunque, darà battaglia in Aula. «Per quanto mi riguarda, con i capilista bloccati non voterò l’Italicum. Potrei non partecipare al voto».
Quanti senatori hanno sottoscritto l’emendamento?
«Ventotto, ventinove. In tutto siamo una trentina».
E pensa che senza l’ok al suo emendamento anche gli altri non sosterranno l’Italicum a Palazzo Madama?
«Non lo so. Mi aspetto di sì, comunque».
Benzina sul fuoco, a pochi giorni dalla sfida per il Colle.
«Noi teniamo separati i piani e stiamo al merito. Chiediamo solo di prevedere parlamentari scelti direttamente dal popolo, evitando invece che siano nominati da tre o quattro grandi nominatori. In un momento di crisi della democrazia bisogna rispondere con un aumento della partecipazione».
Resta il rischio che queste tensioni si sfoghino sul Quirinale. Per Renzi siete “un partito nel partito”.
«Nessun partito nel partito. È stato Renzi a voler sovrapporre la legge elettorale all’elezione per il Colle. Ora il segretario non si lamenti degli effetti provocati dalle sue scelte politiche. Non glielo aveva ordinato il medico. E poi...».
Dica.
«Penso che la scelta di sovrapporre le due questioni sia stata presa dal premier per condizionare sulla legge elettorale una serie di personalità che aspirano legittimamente a diventare Presidente della Repubblica» .
( t. ci.)

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