Siamo tutti scontenti dello Stato italiano. Governi e opinioni pubbliche delle altre nazioni europee, stupiti dalla mancanza di solidità e compattezza delle istituzioni e dalla loro difficoltà a governarci. I governanti nazionali, le cui politiche rimangono parzialmente inattuate. I governati, che lamentano costi e inefficienze dei poteri pubblici. I burocrati, frustrati e impotenti, per di più accusati del malfunzionamento dell'amministrazione. L'alta dirigenza, identificata come una casta. Le ragioni di questa situazione sono state ampiamente ricercate dagli storici. Mancava però una ricostruzione dall'interno della macchina statale italiana e un esame degli eventi esterni che ne hanno condizionato lo sviluppo nel secolo e mezzo di storia unitaria.
Lo Stato è al tempo stesso un organismo naturale e un artefatto dell’uomo. Di qui la sua ambivalenza, che ne fa insieme l’amico e il nemico dei suoi cittadini. Sorta di Dio in terra, per secoli ha potenziato ed esteso le sue prerogative sovrane, prima fra tutte il monopolio legale della facoltà di coercizione e sanzione. Questa sua forza propulsiva si traduce nell’esercizio di un’autorità invadente e abusiva. Vengono così ampiamente superati quei limiti che sono la garanzia dei diritti di ogni cittadino. L’illuminante ricognizione di Massimo Terni ricostruisce la vicenda di uno Stato che sta subendo l’erosione dei suoi confini e della sua identità. Se lo Stato-nazione si è imposto massimizzando la giurisdizione pubblica e usurpando gradualmente gli spazi fisiologici della società, oggi subisce la controspinta di forze globali denazionalizzate. Rispetto all’età dello Stato moderno assolutista e mercantilista, è in atto una nemesi: quello stesso mercato che un tempo soggiaceva alla ragion di Stato del «politico» esercita ora un suo dominio indiscusso. Così, nel nuovo ordine mondiale lo Stato territoriale si disaggrega, cedendo sovranità a reti transnazionali di controllo. Si configura una dislocazione del potere dagli esiti dirompenti. Siamo alle soglie di una società senza Stato?
l'autore
Massimo Terni ha insegnato Storia delle dottrine politiche all’Università Statale di Milano e all’Università Orientale di Napoli. Tra i suoi saggi: La pianta della sovranità. Teologia e politica tra Medioevo ed età moderna (1995), Una mappa dello Stato. Guerra e politica tra «Regimen delle anime» e governo dei sudditi (2003) e La mano invisibile della politica. Pace e guerra tra Stato e mercato (2011).
Istituzioni sull’orlo della governance
Le parole della polis. Il contraddittorio rapporto tra stato e società civile. Un sentiero di lettura a partire dai volumi di Sabino Cassese e Massimo Terni sulle culture politiche italianeMarco Pacioni, il Manifesto 22.1.2015
Sin da Machiavelli, la parola «stato» viene utilizzata per definire entità diverse. Lo stato non nasce come una specifica forma, ma come una dimensione che serve a definire forme politiche differenti. Ben oltre il rinascimento italiano, attraverso i secoli e fino ad oggi, lo stato ha mantenuto la sua versatilità concettuale. Vi hanno fatto indifferentemente riferimento imperi, democrazie, dittature, assolutismi, totalitarismi. Proprio perché si accorda con diverse forme politiche, siano esse «principati» o «repubbliche» – scrive Machiavelli – lo stato esprime anzitutto il significato tecnico di amministrazione, di governo. Per tali ragioni nel rinascimento,la risemantizzazione del latino «status» che in precedenza indicava soltanto la posizione di un individuo o gruppo nella società e davanti alla legge, già contiene il significato moderno di «governance». Per Machiavelli «stato» significa stabilizzazione temporanea, risultato dell’interazione incessante fra natura e cultura. Lo stato non è soltanto qualcosa da fondare, ma anche e soprattutto da «manutenere». È la capacità di «reggere» e cioè governare la dimensione irriducibilmente varia e dinamica del «politico». La necessità di introdurre il nuovo concetto di stato da parte di Machiavelli risponde alla convinzione che non vi sia nessun principio che possa ridurre il «politico» ad una stabilità permanente. La storia insegna che le cose cambiano, che anche gli imperi secolari crollano, che l’illegittimità è all’ordine del giorno, come dimostrano proprio nel rinascimento i condottieri che diventano principi. La stabilità che può garantire lo stato non va trovata nei regni della metafisica perenne. Per Machiavelli essa va invece costruita artificialmente, come fosse un’opera d’arte che imita la natura. Un’opera che va continuamente curata, restaurata e, se il caso, rifatta, in modo da non permettere che la sua stessa dinamica la conduca al caos, all’anarchia. Per la sua funzionalità, quando deve far riferimento alle forme governamentali, Machiavelli preferisce «stato» persino a «nazione». Se mai nazione può essere un concetto utilizzabile dallo stato per assumere un’identità politica specifica come, oltre Machiavelli, la storia ha dimostrato con le periodiche recrudescenze dei nazionalismi. La stessa cosa è avvenuta anche nel rapporto con la religione che ha originato la teologia politica della quale lo stato diventa liturgia.
Evoluzione di lunga durata
Queste considerazioni vengono in mente leggendo due libri italiani molto diversi, ma che hanno in comune un’idea governamentale e al contempo forte e debole dello stato. Quello di Sabino Cassese, Governare gli italiani. Storia dello stato (il Mulino, pp.414, euro 28) è una ricostruzione, dall’unità a oggi, del ruolo degli organi istituzionali, delle leggi fondamentali, delle articolazioni amministrative, dei corpi politici, delle classi sociali ed economiche nella formazione e nell’evoluzione della struttura dello stato in Italia. Il libro di Cassese, giurista e membro della Corte Costituzionale, fa séguito ad altre riflessioni su questa materia. Fra le ultime si ricordino almeno Lo Stato fascista (2010), L’Italia: una società senza Stato? e Chi governa il mondo? (2013). Dopo aver ripercorso i modelli ai quali lo stato italiano può essere accostato, Cassese analizza più da vicino i soggetti che hanno costruito la sua struttura attraverso l’individuazione delle forme più caratteristiche della cultura politica italiana. In tal senso, quello di Cassese non è soltanto un libro giuridico, ma anche una descrizione dell’evoluzione storica della società in Italia, di come le diverse parti di essa hanno interagito per darsi la forma dello stato o per eluderla. Tale paradossale ambivalenza è anzi il motivo ricorrente di questo studio. L’incessante oscillazione tra centralizzazione e decentramento amministrativo con il nuovo ruolo degli amministratori locali e la continuità della presenza di emissari centrali come i prefetti. I molti corpi che hanno funzione di polizia sul territorio. Lo statuto albertino legge fondamentale senza fase costituente e costituzione repubblicana che risulta inattuata ancora oggi in molte sue parti. Il forte intervento dello stato nell’economia e la scarsa percezione da parte dei cittadini della sua efficacia nei servizi. L’ipertrofia di norme e l’incertezza del diritto, nonché la conflittualità delle attribuzioni e delle competenze persino tra parlamento, governo e magistratura. Una realtà storica e sociale quella italiana nella quale si può dire che ci sia alternativamente uno stato senza società, ma anche una società senza stato. Uno stato senza nazione, ma anche uno stato che ha espresso il primo modello di nazionalismo totalitario con il fascismo.
È ammirevole la capacità di Cassese nel dare una comprensione dell’evoluzione di strutture amministrative e istituzioni attraverso tutte queste simultanee oscillazioni e contraddizioni e di ricondurle a sentenze diventate celebri. «Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani»; «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»; «la legge si applica ai nemici e si interpreta con gli amici». Persino l’eccesso espresso dal superlativo delle «leggi fascistissime» tradisce una situazione di lunga durata in Italia nella quale lo stato sembra avere la malleabilità della società e la società la rigidità dello stato. Tale rovesciato rapporto tra stato e società è dato dal fatto che essi in Italia sono sempre correlati alla politica, l’unico fattore che infatti determina i cambiamenti: l’«ascensore» della società italiana.
L’altro libro che richiama l’idea governamentale, anzi che fa esplicito riferimento alla governance, è la riflessione teorica di Massimo Terni, Stato (Bollati Boringhieri, pp. 121, euro 9). Per illustrare il rapporto tra stato e società Terni considera anzitutto Hobbes. Per l’autore, nel Leviatano si troverebbe già la base dell’articolazione tra dimensione pubblica e privata come rapporto tra diritti dell’individuo e mercato. Tale articolazione viene contrapposta alla polis antica, comunitaria, dove la sfera pubblica del tutto prevarrebbe sull’individuo. Donde, in tempi moderni, anche i regimi totalitari avrebbero tratto la loro legittimità. Punto di riferimento nella modernità che termina con la globalizzazione è per Terni I sei libri dello stato di Jean Bodin e il suo modello basato sul rapporto propedeutico fra famiglia e società, casa e stato. Anche da questi riferimenti si comprende che Terni propende per una concezione privatistica del rapporto fra stato e cittadino secondo il modello per cui il tutto non prevalga, ma anzi si costituisca per proteggere e favorire la parte. Terni richiama qui Bodin contro Aristotele, per il quale invece sarebbe il tutto, la polis a imporsi sull’individuo.
La legge del mercato
Ma forse non è soltanto questo rapporto tra pubblico e privato nel quale Terni gioca il suo discorso a costituire il nucleo del discorso politico aristotelico. Oltre il pubblico e il privato, lo stato e la società, la famiglia e l’individuo, la casa e il territorio, la nazione e il popolo, l’economia (capitalistica) e la legge per Aristotele sta il «politico» che infatti, com’è noto, è utilizzato dal filosofo per definire l’umano ben prima che esso venga a configurarsi in una qualsivoglia struttura governamentale.
Nella prospettiva odierna caratterizzata dallo «stato disgregato», il modello per Terni è la «governance globale» che nonostante i molti aspetti negativi e anzi proprio in virtù di questi può offrire nuove opportunità politiche. La governance globale come struttura che deve reggere quegli stessi «enti transnazionali del marcato» che hanno disgregato lo stato e controllare, secondo Terni, il monopolio della violenza che prima gli stati esercitavano e che oggi assumerebbe forme più blande. Tutto ciò potrebbe guidarci verso una «democrazia globale».
Ma la governance globale funziona dove gli stati tradizionali mantengono antiche prerogative delegandone altre quali economia e finanza agli enti transnazionali. In tal senso, la cosiddetta «democrazia globale» verrebbe a coincidere con la mondializzazione dell’idea liberista di stato che, come si osserva spesso, può fare a meno proprio della democrazia. La «democrazia globale» è forse antitetica alla «governance globale» proprio perché questa, anziché dare nuova forma allo stato, né invera ulteriormente la dimensione di grande dispositivo che sin da Machiavelli neutralizza il politico perché può prescindere dalle sue forme.

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