lunedì 2 febbraio 2015
Del comunismo all'italiana restano solo le memorie: Rossana Rossanda e una storia collettiva divenuta ormai solo privata
Rossana Rossanda “È stata la bellezza del mondo a salvarmi dal fallimento politico”
amici ed avversari, delusioni e grandi sogni vissuti con il partito comunistaintervista di Antonio Gnoli Repubblica 1.2.15
SOMMERSI
come siamo dai luoghi comuni sulla vecchiaia non riusciamo più a
distinguere una carrozzella da un tapis roulant. Lo stereotipo della
vecchiaia sorridente che corre e fa ginnastica ha finito con l’avere il
sopravvento sull’immagine ben più mesta di una decadenza che provoca
dolore e tristezza. Guardo Rossana Rossanda, il suo inconfondibile neo.
La guardo mentre i polsi esili sfiorano i braccioli della sedia con le
ruote. La guardo immersa nella grande stanza al piano terra di un bel
palazzo sul lungo Senna. La guardo in quel concentrato di passato
importante e di presente incerto che rappresenta la sua vita. Da qualche
parte Philip Roth ha scritto che la vecchiaia non è una battaglia, ma
un massacro. La guardo con la tenerezza con cui si amano le cose fragili
che si perdono. La guardo pensando che sia una figura importante della
nostra storia comune. Legata al partito comunista, fu radiata nel 1969 e
insieme, tra gli altri, a Pintor, Parlato, Magri, Natoli e Castellina,
contribuì a fondare Il manifesto. Mi guarda un po’ rassegnata e un po’
incuriosita. Qualche mese fa ha perso il compagno K. S. Karol. «Per una
donna come me, che ha avuto la fortuna di vivere anni interessanti,
l’amore è stato un’esperienza particolare. Non avevo modelli. Non mi ero
consegnata alle aspirazioni delle zie e della mamma. Non volevo essere
come loro. Con Karol siamo stati assieme a lungo. Io a Roma e lui a
Parigi. Poi ci siamo riuniti. Quando ha perso la vista mi sono
trasferita definitivamente a Parigi. Siamo diventati come due vecchi
coniugi con il loro alfabeto privato », dice.
Quando vi siete conosciuti esattamente?
«Nel
1964. Venne a una riunione del partito comunista italiano come
giornalista del Nouvel Observateur . Quell’anno morì Togliatti. Lasciò
un memorandum che Luigi Longo mi consegnò e che a mia volta diedi al
giornale Le Monde, suscitando la collera del partito comunista
francese».
Collera perché?
«Era un partito chiuso,
ortodosso, ligio ai rituali sovietici. Louis Aragon si lamentò con me
del fatto che dovuto dare a lui quello scritto. Lui si sarebbe fatto
carico di una bella discussione in seno al partito. Per poi non
concludere nulla. Era tipico».
Cosa?
«Vedere questi personaggi autorevoli, certo, ma alla fine capaci di pensare solo ai propri interessi».
Ma non era comunista?
«Era
prima di tutto insopportabile. Rivestito della fatua certezza di essere
“Louis Aragon”! Ne conservo un ricordo fastidioso. La casa stupenda in
rue Varenne. I ritratti di Matisse e Picasso che lo omaggiavano come un
principe rinascimentale. Che dire? Provavo sgomento. E fastidio».
Lei come è diventata comunista?
«Scegliendo
di esserlo. La Resistenza ha avuto un peso. Come lo ha avuto il mio
professore di estetica e filosofia Antonio Banfi. Andai da lui, giuliva e
incosciente. Mi dicono che lei è comunista, gli dissi. Mi osservò,
incuriosito. E allarmato. Era il 1943. Poi mi suggerì una lista di libri
da leggere. Tra cui Stato e rivoluzione di Lenin. Divenni comunista
all’insaputa dei miei, soprattutto di mio padre. Quando lo scoprì si
rivolse a me con durezza. Gli dissi che l’avrei rifatto cento volte.
Avevo un tono cattivo, provocatorio. Mi guardò con stupore. Replicò
freddamente: fino a quando non sarai indipendente dimentica il comunismo
».
E lei?
«Mi laureai in fretta. Poi cominciai a lavorare
da Hoepli. Nella casa editrice, non lontano da San Babila, svolgevo
lavoro redazionale, la sera frequentavo il partito».
Tra gli anni Quaranta e i Cinquanta era forte il richiamo allo stalinismo. Lei come lo visse?
«Oggi
parliamo di stalinismo. Allora non c’era questo riferimento. Il partito
aveva una struttura verticale. E non è che si faceva quello che si
voleva. Ma ero abbastanza libera. Sposai Rodolfo, il figlio di Banfi. Ho
fatto la gavetta nel partito. Fino a quando nel 1956 entrai nella
segreteria. Mi fu affidato il compito di rimettere in piedi la casa
della cultura».
Lei è stata tra gli artefici di quella egemonia culturale oggi rimproverata ai comunisti.
«Quale egemonia? Nelle università non ci facevano entrare».
Ma avevate le case editrici, il cinema, il teatro.
«Avevamo soprattutto dei rapporti personali».
Ma anche una linea da osservare.
«Togliatti
era mentalmente molto più libero di quanto non si sia poi detto. A me
il realismo sovietico faceva orrore. Cosa posso dirle? Non credo di
essere stata mai stalinista. Non ho mai calpestato il prossimo. A volte
ci sono stati rapporti complicati. Ma fanno parte della vita».
Con chi si è complicata la vita?
«Con
Anna Maria Ortese, per esempio. L’aiutai a realizzare un viaggio in
Unione Sovietica. Tornando descrisse un paese povero e malandato. Non ne
fui contenta. Pensai che non avesse capito che il prezzo di una
rivoluzione a volte è alto. Glielo dissi. Avvertii la sua delusione.
Come un senso di infelicità che le mie parole le avevano provocato. Poi,
improvvisamente, ci abbracciammo scoppiando a piangeavrei re».
Pensava di essere nel giusto?
«Pensavo che l’Urss fosse un paese giusto. Solo nel 1956 scoprii che non era quello che avevo immaginato ».
Quell’anno alcuni restituirono la tessera.
«E
altri restarono. Anche se in posizione critica. La mia libertà non fu
mai seriamente minacciata né oppressa. Il che non significa che non ci
fossero scontri o critiche pesanti. Scrissi nel 1965 un articolo per
Rinascita su Togliatti. Lo paragonavo al protagonista de Le mani sporche
di Sartre. Quando il pezzo uscì Giorgio Amendola mi fece a pezzi. Come
ti sei permessa di scrivere una cosa così? Tra i giovani era davvero il
più intollerante».
Citava Sartre. Era molto vicino ai comunisti italiani.
«Per
un periodo lo fu. In realtà era un movimentista. Con Simone De Beauvoir
venivano tutti gli anni in Italia. A Roma alloggiavano all’Hotel
Nazionale. Lo vedevo regolarmente. Una sera ci si incontrò a cena anche
con Togliatti».
Dove?
«In una trattoria romana. Era il 1963.
Togliatti era incuriosito dalla fama di Sartre e quest’ultimo guardava
al capo dei comunisti italiani come a una risorsa politica. Certamente
più interessante dei comunisti francesi. Però non si impressionarono
l’un l’altro. La sola che parlava di tutto, ma senza molta emotività,
era Simone. Quanto a Sartre era molto alla mano. Mi sorpresi solo quando
gli nominai Michel Foucault. Reagì con durezza».
Foucault aveva sparato a zero contro l’esistenzialismo. Si poteva capire la reazione di Sartre.
«Avevano
due visioni opposte. E Sartre avvertiva che tanto Foucault quanto lo
strutturalismo gli stavano tagliando, come si dice, l’erba sotto i
piedi».
Ha conosciuto Foucault personalmente?
«Benissimo: un
uomo di una dolcezza rara. Studiava spesso alla Biblioteca Mazarine. E
certi pomeriggi veniva a prendere il tè nella casa non distante che
abitavamo con Karol sul Quai Voltaire. Era un’intelligenza di primordine
e uno scrittore meraviglioso. Quando scoprì di avere l’Aids, mi
commosse la sua difesa nei riguardi del giovane compagno».
Un altro destino tragico fu quello di Louis Althusser.
«Ero
a Parigi quando uccise la moglie. La conoscevo bene. E ci si vedeva
spesso. Un’amica comune mi chiamò. Disse che Helene, la moglie, era
morta di infarto e lui ricoverato. Naturalmente le cose erano andate in
tutt’altro modo».
Le cronache dicono che la strangolò. Non si è mai capita la ragione vera di quel gesto.
«Helene venne qualche giorno prima da me. Era disperata. Disse che aveva capito a quale stadio era giunta la malattia di Louis».
Quale malattia?
«Althusser
soffriva di una depressione orribile e violenta. E penso che per lui
fosse diventata qualcosa di insostenibile. Non credo che volesse
uccidere Helene. Penso piuttosto all’incidente. Alla confusione mentale,
generata dai farmaci».
Era stato uno dei grandi innovatori del marxismo.
«Alcuni suoi libri furono fondamentali. Non le ultime cose che uscirono dopo la sua morte. Non si può pubblicare tutto».
A
proposito di depressione vorrei chiederle di Lucio Magri che qualche
anno fa, era il 2011, scelse di morire. Lei ebbe un ruolo in questa
vicenda. Come la ricorda oggi?
«Lucio non era affatto un depresso.
Era spaventosamente infelice. Aveva di fronte a sé un fallimento
politico e pensava di aver sbagliato tutto. O meglio: di aver ragione,
ma anche di aver perso. Dopo aver litigato tante volte con lui, lo
accompagnai a morire in Svizzera. Non mi pento di quel gesto. E credo
anzi che sia stata una delle scelte più difficili, ma anche
profondamente umane».
Tra le figure importanti nella sua vita c’è stata anche quella di Luigi Pintor.
«Lui,
ma anche Aldo Natoli e Lucio Magri. Tre uomini fondamentali per me. Non
si sopportavano tra di loro. Cucii un filo esile che provò a tenerli
insieme».
Parlava di fallimento politico. Come ha vissuto il suo?
«Con
la stessa intensa drammaticità di Lucio. Quello che mi ha salvato è
stata la grande curiosità per il mondo e per la cultura. Quando Karol
era bloccato dalla malattia, mi capitava di prendere un treno la mattina
e fermarmi per visitare certi posti meravigliosi della provincia e
della campagna e tornare la sera. Godevo della bellezza dei luoghi che
diversamente dall’Italia non sono stati rovinati».
Se non avesse fatto la funzionaria comunista e la giornalista cosa avrebbe voluto fare?
«Ho
una certa invidia per le mie amiche — come Margarethe von Trotta — che
hanno fatto cinema. In fondo i buoni film come i buoni libri restano. Il
mio lavoro, ammesso che sia stato buono, è sparito. In ogni caso,
quando si fa una cosa non se ne fa un’altra».
Il suo esser comunista avrebbe potuto convivere con qualche forma di fede?
«Non
ho più un’idea di Dio dall’età di 15 anni. Ma le religioni sono una
grande cosa. Il cristianesimo è una grande cosa. Paolo o Agostino sono
pensatori assoluti. Ho amato Dietrich Bonhoeffer. Straordinario il suo
magistero. E il suo sacrificio».
Si accetta più facilmente la disciplina di un maestro o quella di un padre?
«I maestri li scegli, o ti scelgono. I padri no».
Il rapporto con suo padre come è stato?
«Era
un uomo all’antica. Parlava greco e latino. Si laureò a Vienna. C’era
molta apprensione economica in famiglia. La crisi del 1929 colpì anche
noi che eravamo parte dell’impero austro-ungarico. Il nostro rapporto,
bello, lo rovinai con parole inutili. Con mia madre, più giovane di
vent’anni, eravamo in sintonia. Sembravamo quasi sorelle. Si scappava in
bicicletta per le stradine di Pola».
Dove lei è nata?
«Sì, siamo gente di confine. Gente istriana, un po’ strana».
Si riconosce un lato romantico?
«Se
c’è si ha paura di tirarlo fuori. Non c’è donna che non senta forte la
passione. Dai 17 anni in poi ho spesso avvertito la necessità
dell’innamoramento. E poi ho avuto la fortuna di sposare due mariti,
passabilmente spiritosi, che non si sono mai sognati di dirmi cosa fare.
Ho condiviso parecchie cose con loro. Poi i casi della vita a volte
remano contro».
Come vive il presente, questo presente?
«Come
vuole che lo viva? Metà del mio corpo non risponde. E allora ne scopri
le miserie. Provo a non essere insopportabile con chi mi sta vicino e
penso che in ogni caso fino a 88 anni sono stata bene. Il bilancio, da
questo punto di vista, è positivo. Mi dispiacerebbe morire per i libri
che non avrò letto e i luoghi che non avrò visitato. Ma le confesso che
non ho più nessun attaccamento alla vita».
Ha mai pensato di tornare in Italia?
«No. Qui in Francia non mi dispiace non essere più nessuna. In Italia la cosa mi infastidirebbe».
È l’orgoglio che glielo impedisce?
«È una componente. Ma poi che Paese siamo? Boh».
E le sue radici: Pola? L’Istria?
«Cosa
vuole che siano le radici. Non ci penso. La vera identità uno la
sceglie, il resto è caso. Non vado più a Pola da una quantità di anni
che non riesco neppure a contarli. Ricordo il mare istriano. Alcuni
isolotti con i narcisi e i conigli selvaggi. Mi manca quel mare: nuotare
e perdermi nel sole del Mediterraneo. Ma non è nostalgia. Nessuna
nostalgia è così forte da non poter essere sostituita dalla memoria.
Ogni tanto mi capita di guardare qualche foto di quel mondo. Di mio
padre e di mia madre. E penso di essere nonostante tutto una parte di
loro come loro sono una parte di me».
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