domenica 8 marzo 2015
Dal carteggio tra Walter Benjamin e Erich Auerbach
I disincantati della metropoli
Tempi presenti. Un carteggio dimenticato tra Walter Benjamin e Erich Auerbach. Due intellettuali che hanno studiato l’avvento della città moderna a partire da campi disciplinari diversi. Con tesi di evidente attualità per sciogliere il nodo del rapporto tra razza e metropoli
Fabrizio Denunzio, 7.3.2015
Giace da alcuni anni, almeno al 2009, sepolto e dimenticato in una rivista specializzata di teoria e critica della letteratura («Moderna», XI, 1–2), in un numero monografico dedicato al grande filologo tedesco Erich Auerbach, il breve epistolario che egli ebbe, dal 23 settembre 1935 al 3 gennaio 1937, con Walter Benjamin.
Un’ottima occasione per riesumare almeno un paio di queste lettere ci è data dal tema del convegno che si svolgerà dal 25 al 26 marzo al Dipartimento di Scienze politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno: «Dalla città di Robert Park ai processi migratori contemporanei». L’incontro, organizzato da Raffaele Rauty, è pensato per celebrare il centenario dell’uscita, sull’«American Journal of Sociology», del primo saggio che Park, uno degli esponenti di spicco della Scuola di Chicago, dedicò al tema della città.
La riesumazione di queste lettere non dipende tanto dal fatto che Benjamin, al pari del grande sociologo americano, avendo subito l’influenza della riflessione avanguardistica di Georg Simmel sulla vita urbana, si sia occupato pure lui di metropoli – si pensi non solo alle «immagini di città» (Napoli, Mosca, Marsiglia e altre), ma all’intero lavoro su Parigi, capitale del XIX secolo – quanto, piuttosto, dalla semplice constatazione della sua condizione di migrante ebreo perseguitato e, più in generale, della sua posizione all’interno di quel pauroso processo migratorio creato dalle leggi razziali naziste che lo spingeva a cercare accoglienza, rifugio e integrazione nelle istituzioni urbane europee.
Razza e metropoli, allora, sono i concetti sotto i quali poniamo la lettura di queste due lettere. Non basta solo «misurare» la capacità delle metropoli di reagire ai fenomeni migratori in termini di welfare, di stato sociale, con tanto di strutture di accoglienza, di riconoscimento formale di diritti, di politiche securtarie, bisogna pure «registrare» lo sguardo di chi arriva su tutto ciò, la reazione emotiva e intellettuale del soggetto di fronte all’oggettività del nuovo scenario di vita quotidiana in cui si ritrova, per integrarla a sua volta nelle strategie di ospitalità.
C’è sicuramente una lunga e affascinante storia intellettuale che lega gli autori delle lettere, sulla quale, soprattutto gli specialisti contemporanei di Auerbach, hanno fatto luce (Karlheinz Barck, Robert Khan, Raúl Rodríguez Freire, Elena Fabietti), storia scandita da tappe precise: l’aver pubblicato entrambi sulla rivista «Die Argonauten», la vicendevole lettura dei propri lavori (ad esempio, «Dante poeta del mondo terreno» e anche, molto probabilmente, «Figura» da parte di Benjamin; almeno «Destino e carattere» e «Il dramma barocco tedesco» da quella di Auerbach), lo scambio epistolare.
Eppure, se si leggono queste lettere oltre tale dato culturale, e le si riporta alla comune condizione esistenziale degli scriventi, ossia quella di migranti perseguitati dalle stesse leggi razziali che cercano di integrarsi nelle metropoli di accoglienza, ebbene, Parigi e Istanbul, attraverso il loro sguardo, iniziano ad assumere una strana fisionomia.
Nella prima Benjamin si era rifugiato a partire dal marzo del 1933 in seguito alla presa di potere dei fascisti tedeschi, nella seconda Auerbach ci era arrivato, come si legge chiaramente nella lettera che pubblichiamo, dopo il 1935, da Marburgo, dove era titolare della cattedra di filologia romanza e che non aveva dovuto abbandonare dopo la proclamazione delle leggi di Norimberga perché, sebbene ebreo, essendo stato decorato con la prestigiosa Croce di Ferro al valor militare durante la Prima Guerra mondiale, godeva, come tutti i decorati, di un privilegio eccezionale.
Viste nella prospettiva della razza migrante perseguitata, le metropoli cambiano: quella francese mostra un volto inospitale se le si chiede la naturalizzazione (in una lettera del 6 ottobre del 1935 Auerbach aveva avvisato Benjamin: «Con la disponibilità ad aiutare di certi francesi non ho avuto buone esperienze»), quella turca un’espressione cinica, perché fa vedere quanto la forza lavoro intellettuale specializzata (nel caso di Auerbach, le sue competenze filologiche) possa essere impiegata in modo fungibile per europeizzare la cultura nazionale.
Lette come testimonianze della tempesta storica in cui furono scritte, queste lettere fanno sentire la loro attualità.
Walter Benjamin scrive a Eric Auerbach
Non La sorprenderà sapere che accolgo questa nuova situazione
ringraziandoLa ancora caldamente per il modo in cui Lei mi ha
assicurato la Sua amicizia in un momento buio, e penso tanto ai
contatti personali indiretti che Lei ha preso per me, quanto
all’aiuto pratico, diretto, personale che da Lei ho ricevuto.
Un libriccino che ho di recente pubblicato in Svizzera sotto pseudonimo (Uomini tedeschi),
a modo suo dirà nuovamente tutto questo. Glielo farò avere non
appena lo stampatore mi avrà spedito le copie che gli ho ordinato.
Grazie mille anche per la nota su Corneille, la leggerò con
attenzione e scriverò all’autore, del quale ho sentito dire molto
bene, per fargli sapere che ho ricevuto il dono.
Aspetto, un poco impaziente, che Lei mi dia altre notizie sulle
interessantissime esperienze che sta facendo, davvero degne di
nota. Mi sbaglio o c’è anche Spitzer a Istanbul?
Nella rivista che recentemente Lei ha avuto fra le mani, non c’è
quello che considero il lavoro più interessante di quel periodo. Lo
può trovare nella Zeitschrift für Sozialforschung, uscita
da Alcan, malauguratamente dopo lunghi indugi. Vi appare anche un
estratto di un altro mio lavoro sulla teoria del linguaggio, che le
spedisco.
Il mio rapporto con Ernst Bloch non è più quello che era; spero che
si tratti solo di un momento, e che passi. Alla nostra età non si
dovrebbe più perdere tempo con certe cose: comunque il suo ultimo
libro (Eredità del nostro tempo) ha davvero messo a dura prova la nostra amicizia; certi puntelli su cui essa si reggeva hanno ceduto.
Spero che l’anno nuovo La trovi ben sistemato con la Sua famiglia
e fra i Suoi libri. Con questa speranza possano i miei migliori
auguri accompagnarLa oltre quella prima soglia e oltre, oltre ancora.
Con affetto
Il Suo Walter Benjamin
Parigi 14 – 23 rue Bérnard – 21 Dicembre 1936
Traduzione di Mario Domenichelli
Eric Auerbach scrive a Walter Benjamin
Anche qui succedo a Spitzer, che è andato a Baltimora. È a lui,
a Croce e a Vossler che devo essere grato per questa soluzione, che
non è stata facile da raggiungere, poiché almeno 7 compagni di
destino, e diversi ministri europei della cultura, soprattutto
quello tedesco e quello francese, non vedevano di buon occhio la mia
candidatura. Sp mi ha lasciato 7 assistenti tedeschi, di cui 6 di
origine cristiana, tutti emigrati nel 1933, ognuno a modo suo
eccellente, e tutti legati nel modo più piacevole da un destino
comune e dalla stessa attività. Qui insegniamo tutte le filologie
europee, romanistica, anglistica, filologia classica,
germanistica, cerchiamo di influenzare la natura della didattica
e della biblioteca e di europeizzare il sistema di gestione,
dall’orario al catalogo cartaceo. Naturalmente è assurdo, ma
i turchi vogliono così, benché a volte poi tentino di porre degli
ostacoli.
Finora, di questo paese conosco solo Istanbul, una città in una
posizione meravigliosa, e tuttavia poco amabile, scostante, e che
si divide in due parti: l’antica Stambuol, di origine greca e turca,
che conserva ancora molta della patina del paesaggio storico, e la
«nuova» Pera, caricatura e perfezionamento di una colonia
europea del XIX secolo, ora in totale declino. Lì vi sono i resti di
orribili negozi di lusso, ebrei, greci, armeni, tutte le lingue, una
vita sociale grottesca e i palazzi delle ambasciate europee di una
volta, che ora sono consolati.
Del XIX secolo si vedono anche, ovunque sul Bosforo, palazzi in
rovina, di sultani o pascià, rimasti là come fossero musei, di gusto
mezzo orientale, mezzo rococò. Ma del resto il paese è governato con
coerenza e totale controllo da Ataturk e dai suoi turchi
anatolici, gente ingenua e sospettosa; sono onesti, un po’ lasciati
a se stessi; contadini, e anche dotati di buon senso. Perché oltre
a ciò son più duri e più scortesi, meno amabili, più inflessibili
degli europei meridionali, e tuttavia simpatici e dotati di molte
forze vitali, in quanto abituati alla schiavitù e a un lavoro duro ma
lento. Il grande capo è un simpatico autocrate, intelligente,
generoso e spiritoso, totalmente diverso dai suoi colleghi
europei: per come ha davvero reso questo stesso paese uno stato,
e anche per come è totalmente privo di retorica, il suo libro inizia
con la frase «il 19 maggio 1919 arrivai a Samsun: A quel tempo la
situazione era la seguente…». Ma tutto quel che ha fatto, l’ha dovuto
portare avanti in lotta con le democrazie europee da una parte e il
sultanato maomettano panislamico dall’altra, e il risultato è un
fanatico nazionalismo antitradizionalista: rifiuto della
tradizione culturale islamica esistente, riferimento a una
immaginaria originarietà turca, modernizzazione tecnica in
senso europeo, per combattere l’odiata e invidiata Europa con le
proprie armi: da qui la predilezione per gli emigrati di
formazione europea, dai quali si può imparare senza dover temere la
propaganda estera. Risultato: nazionalismo al grado superlativo,
insieme alla distruzione del carattere storico nazionale.
Questo quadro, che negli altri paesi, come la Germania, l’Italia
e la Russia (?) non è ancora visibile a tutti, si offre qui nella sua
più totale nudità. La riforma linguistica in favore di una
fantastica lingua turca originaria (liberazione dall’influsso
arabo e persiano) ma, allo stesso tempo, tecnico-modernizzatrice, ha
portato al fatto che nessuna persona al di sotto dei 25 anni è più in
grado di comprendere un testo letterario, religioso
o filosofico più vecchio di dieci anni, e che la specificità della
lingua, sotto la spinta dell’alfabeto latino, introdotto a forza
alcuni anni fa, scompare rapidamente. Potrei elencare dettagli per
parecchie pagine; il tutto a questo punto si potrebbe sintetizzare
così: mi diventa sempre più chiaro che l’attuale condizione
mondiale non è altro che una trama della provvidenza per condurci,
su una strada sanguinosa e straziante, verso l’Internazionale della
banalità e una cultura dell’esperanto. L’avevo già capito in
Germania e in Italia, di fronte alla spaventosa inautenticità
della propaganda “Blubo” (acronimo di Blut und Boden, sangue
e terra), ma solo qui ne ho acquisito piena coscienza.
Le volevo scrivere ancora qualche parola sugli ultimi anni in
Germania, ma devo rimandare, perché scrivendo questa lettera sono
stato interrotto continuamente ed ora non ho più tempo. Mi dispiace
che il suo rapporto con E. Bloch si sia offuscato, e mi dispiace per
entrambi; ma forse fa bene a non prendere troppo seriamente questo
offuscamento: lo conosce da molto, alcune caratteristiche della
sua natura vanno messe in conto, e forse sulla base di esse
è possibile riprendere un rapporto duraturo. Come sta invece
Burschell, e dove si trova? Mio cognato Hausmann e sua moglie, appena
scappati da Ibiza, cacciati dalla Svizzera, andranno forse a Parigi.
Che lei sia nella condizione di dare un qualche aiuto mi sembra poco
probabile; tuttavia sono sicuro della sua amichevole
disponibilità, e quindi darò loro in ogni caso il suo indirizzo.Spero
di avere presto sue notizie. Un carissimo ricordo da parte nostra.
Suoi E e M A
3 gennaio 1937 – Istanbul-Bebek – Arslandi Konak
Traduzione di Elena Fabietti
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