domenica 29 marzo 2015
I riti di primavera in Giappone
Il
risveglio della natura viene festeggiato nei «matsuri» (festival) con
riti sacri e popolari, processioni e battiti di mani: omaggi
propiziatori al principio della vita femminile e maschile
di Stefano Carrer Il Sole Domenica 29.3.15
La fioritura dei prugni anticipa quella dei ciliegi e già colora di rosa
le colline di Inuyama. La campagna circostante è stata per lo più
divorata dagli insediamenti produttivi: la provincia di Nagoya, Aichi, è
il cuore industriale del Paese, sede della Toyota e del suo gigantesco
indotto. Pochi chilometri più in là, nel nuovo stabilimento della
Mitsubishi Aircraft si sta costruendo il nuovo jet a massima efficienza e
compatibilità ambientale. Ma nel matsuri (festival) ai templi limitrofi
di Oagata e Tagata, il Giappone tecnologico scompare e riaffiora fino a
esplodere una ancestralità rurale alla quale la gente mostra di sapersi
collegare con sorprendente naturalezza.
L’arrivo della primavera viene celebrato oggi come tanti secoli fa con i
riti sacri e popolari della fertilità, in una continuità che testimonia
le radici dello scintoismo come culto primigenio della natura
perdurante nel sottofondo della società contemporanea. Per l’osservatore
occidentale è una scoperta che si tende a inserire in categorie mentali
fatte di reminiscenze scolastico-letterarie che finiscono per prevalere
sul ricordo delle acute osservazioni sullo shinto di un Fosco Maraini:
paganesimo e culti dionisiaci, falloforie e dio Priapo, vitalità
fescenninica trasportata di millenni e molte longitudini.
Oagata è dedicato soprattutto al principio femminile che dà vita e
rinnova i cicli della natura. Uomini e donne, compunti, chinano due
volte la testa, battendo le mani in raccoglimento davanti a una enorme
vagina scolpita nella pietra. L’allegra processione si snoda intorno a
un mikoshi (altare portatile) che trasporta una grande torta di riso a
più piani (kagamimochi) su cui è applicato il simulacro di una enorme
aragosta. Le grida di «wasshoi! wasshoi» mutano, al termine del percorso
nel tempio, in un liberatorio «banzai» (diecimila anni) di gratitudine
propiziatoria per i raccolti e la pesca della nuova annata.
Ci si sposta di pochi chilometri e al sacrario di Tagata si passa a
celebrare nel pomeriggio il principio maschile della vita nell’Honen
matsuri. Lì tutto è a tema. Nell’attesa dell’arrivo della processione,
una lunga fila di oranti si snoda verso il tempio dove il trono è un
gigantesco fallo di legno in orizzontale, davanti al quale sono piazzati
alimenti e bevande – arance, carote, riso, saké – come offerte votive.
Un altro simbolo sessuale maschile di legno più scuro e meno
ingombrante, con un collare di paglia, è puntato verso i fedeli, che
arrivano e tirano una corda che fa risuonare un campanaccio anch’esso
fallico per attirare l’attenzione degli dei. Solito doppio battito di
mani e doppio inchino con lancio di monetine nella grata; poi si devia
verso un altarino all’aperto passando per un filare di steli di pietra.
Ci sono due grandi sfere tra un piccolo membro: quella di destra va
toccata per propiziare la fertilità e l’armonia nella famiglia e nel
business (soldi compresi), quella di sinistra per favorire l’incontro
con un partner e la successiva generazione senza dolore. Intanto i
banchetti vendono banane al cioccolato rese anatomiche e altri dolci sul
genere: l’impressione che se ne ricava è di naturalezza se sono
giapponesi ad addentarli, di volgarità se si tratta di turisti stranieri
ridacchianti.
La lunga processione di persone in abiti tradizionali, tra il suono dei
flauti, è aperta da un araldo che sparge sale purificatore da entrambi i
lati, seguito dal dio Tengu, con la sua maschera rossa dal naso molto
allungato, ampie fila arricciate di barba bianca e l’espressione poco
rassicurante. Ragazze nubili che in genere dovrebbero avere 36 anni – in
abbigliamento bianco e purpureo sormontato da una grande vestaglia di
giallo decorato e copricapo sacerdotale nero – portano in braccio, come
fosse un bambino, un’inequivocabile pertica di legno chiaro che offrono
da toccare ai passanti. Alcuni genitori lo fanno sfiorare alle bambine
che tengono in braccio: portafortuna da accostare per catturare salute
ed energia vitale, secondo una simbologia diffusa presso molti popoli
(una strana eccezione sessuologica della mitologia giapponese, per
inciso, riguarda il dio del sole, che è femminile: Amaterasu).
L’ingresso nell’area del tempio è rumoroso, soprattutto per il mikoshi
con un fallo di legno da due metri e mezzo e 280 chilogrammi
(“owasegata”, scolpito ogni anno da un artigiano ricavandolo da un
cipresso): viene agitato ritmicamente dai dodici portatori, uomini di 42
anni, – tra grida e stridenti suoni di fischietto – che ruotano più
volte prima di posarlo davanti al tempio affiancato da una bandiera con
il disco rosso che sventola molto in alto.
Il matsuri di Inuyama è solo uno dei tanti che si svolgono nel Paese. Il
Kanamara matsuri di inizio aprile a Kawasaki, per esempio, è il più
frequentato – data la vicinanza a Tokyo – da gruppi di residenti e
turisti stranieri, che spesso ci vanno in gruppo per una giornata di
caciara e foto da postare sui siti web. Mostrandole ad amici e amiche
giapponesi di Tokyo, però, spesso incontrano stupore e imbarazzo: il
Kanamara matsuri sembra più noto agli stranieri che ai cittadini della
metropoli. E allora viene da pensare che le generazioni cresciute in
città non siano più esposte alle tradizioni del Giappone rurale e le
considerino, al pari del forestiero, un mero retaggio folkloristico
sopravvissuto, buono per gli stereotipi sulle “stranezze” giapponesi che
continuano a fare notizia all’estero.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento