mercoledì 11 marzo 2015

La vera colpa della gente come Bersani è negli argomenti forniti a gente come Viroli

Il quale fa più che altro un esercizio di anticomunismo e di moralismo bacchettone.

Il problema vero è invece un altro. Purtroppo, nonostante la sacrosanta assoluzione, Silvio è ormai troppo debole e ricattabile per aiutarci a difendere dal PD anche solo un pezzetto di Costituzione, come pure ci servirebbe. Peccato.

Va notato, inoltre, come una certa sinistra reiteri oggi il medesimo errore di personalizzazione commesso ieri con Berlusconi. E parli perciò insistentemente del "PD di Renzi", come se il problema fosse Renzi e non il PD in quanto tale tale, con la sua genealogia e con il blocco sociale che ha saputo aggregare negli anni.
E' la consueta furberia di chi vuol assolvere se stesso per aver sempre fiancheggiato - attraverso alleanze nazionali e attraverso alleanze negli Enti locali che tuttora persistono senza che nessuno se ne scandalizzi - un progetto intrinsecamente eversivo.
A parziale discolpa di costoro - tra i quali c'è anche chi, avendo votato SEL o avendo teorizzato cerchi concentrici o avendo legittimato il metodo delle primarie, andrebbe privato dei diritti politici - l'incapacità di intendere e di volere [SGA].

Sinistrati Minoranza Pd, gente senza dignità

Obbedite sempre e comunque al capo di turno

di Maurizio Viroli il Fatto 11.3.15

Persone senza dignità, senza intelligenza politica, senza senso di responsabilità repubblicana: questa è la minoranza del Pd (della maggioranza non merita neppure discorrere). Senza dignità perché dignità impone coerenza fra pensiero e azione, e dunque se avete dichiarato, come avete dichiarato, (vero Bersani?) che la riforma renziana della Costituzione, accompagnata dalla nuova legge elettorale rompe l’equilibrio democratico e poi votate l’una e l’altra siete persone indegne. Non sono affatto sorpreso del loro comportamento. Bersani e gli altri vengono dal Pci, che tutto era fuorché una scuola di schiene dritte (nobili eccezioni a parte). Li hanno abituati ad obbedire al segretario perché il segretario è il segretario. Sono ancora così. Non avrei mai immaginato di dover giungere ad una conclusione siffatta, ma devo riconoscere che se in Italia avessero vinto i comunisti avremmo avuto un regime autoritario per la semplice ragione che i “bersani” sono servi della peggior specie, quelli che obbediscono al capo di turno perché è il capo. Senza intelligenza politica: perché non capiscono che oggi già non contano nulla e domani, a riforma approvata, conteranno ancora meno. Renzi non riconoscerà loro alcunché. Vuole servi docili, non servi che si permettono qualche mugugno . Si sente onnipotente perché sa che vincerebbe le elezioni e dunque ritiene che gli sia dovuta obbedienza assoluta. Diventato padrone delle liste elettorali, li butterà fuori e nessuno dirà una parola in loro difesa perché non lo meritano. A onor del vero un riconoscimento lo meritano. I Bersani, i D’Alema, i Veltroni, i Fassino e i loro corrispettivi locali una grande opera politica l’hanno realizzata, quella di distruggere la tradizione del socialismo in Italia. Non c’era riuscito il fascismo, non c’era riuscita la Cia, non c’era riuscita la Dc, ce l’hanno fatta loro con le loro fredde intelligenze, capaci di minuziosi calcoli senza mai l’ombra di un principio, di un’idea nobile, di una visione politica. Congratulazioni vivissime. Senza responsabilità repubblicana: capisco che il concetto di responsabilità repubblicana risulti ostico per chi è passato dalle Frattocchie ai talk show. Ma provo a spiegarlo. Responsabilità repubblicana vuol dire che voi avete soltanto un dovere, quello di servire la nazione, cioè la forma repubblicana descritta dalla Costituzione. Ogni altra considerazione è del tutto irrilevante. Se dunque con il vostro voto devastate, per vostra stessa ammissione, la forma repubblicana, venite meno al vostro primo dovere. Le vostre parole sulla lealtà di partito, o addirittura alla “ditta” fanno soltanto pena e ribrezzo. 

Le mosse sterili della minoranza e la trincea finale in casa Renzi
La volontà di concentrare tutti gli sforzi sull’Italicum offre l’impressione di una scaramuccia di retroguardiadi Stefano Folli Repubblica 11.3.15
«HO votato sì per l’ultima volta» dice Bersani dopo aver dato il suo consenso alla riforma del Senato. In realtà l’ex segretario del Pd, oggi figura di riferimento della minoranza anti-Renzi, racchiude in sé tutte le contraddizioni di un fronte che un passo dopo l’altro sta perdendo la guerra.
Del resto, non c’è nulla che alimenti il successo come il successo medesimo. Renzi si è costruito la fama del vincitore, una specie di «veni, vidi, vici» moderno. Finché la sorte lo assiste, è difficile credere che la minoranza del suo partito riesca a rovesciare il tavolo. Certo, l’argomento di Bersani e dei suoi amici non è irrilevante. In sostanza, si ritiene che la legge elettorale — l’Italicum — sia inadeguata per via dei numerosi deputati «nominati» dalle segreterie e non realmente eletti in un confronto nei collegi. Soprattutto il combinato disposto dell’Italicum e di un sistema monocamerale, prodotto dalla riforma che trasforma il Senato in un’assemblea di «secondo grado», cioè non eletta dal popolo, appare agli occhi degli oppositori un vulnus democratico. Un tema molto vicino alla posizione espressa dai vendoliani di Sel.
Il problema è che la minoranza non ha la forza e nemmeno una linea coerente per tentare di vincere la battaglia. Quando la riforma costituzionale era a Palazzo Madama in prima lettura, gli anti-Renzi del Pd — salvo alcune eccezioni — non seppero o non vollero impegnarsi all’unisono per bloccarla. Lasciarono intendere che il vero scontro sarebbe stato a Montecitorio, dove peraltro i numeri sono molto più favorevoli al premier- segretario. In realtà, come si è visto, alla Camera Bersani e quasi tutti i suoi hanno votato secondo la disciplina interna, sia pure «per l’ultima volta».
A questo punto la riforma è a due passi dalla sua definitiva approvazione ed è davvero arduo immaginare che possa essere insabbiata, nonostante l’esiguo margine di voti al Senato. Inoltre, come è noto, la linea del Pd è storicamente favorevole al sistema monocamerale e ciò spiega perché l’attenzione della minoranza si è già spostata verso la legge elettorale. L’obiettivo minimo è modificare lo schema delle liste bloccate, ma anche il premio alla lista anziché alla coalizione non piace.
Questa volontà di concentrare tutti gli sforzi sull’Italicum, in vista di ottenere modifiche significative all’impianto della legge, è in sé legittima, ma non si sfugge all’impressione che si tratti di una scaramuccia di retroguardia. Qualcosa a cui forse non tutti credono negli stessi ranghi della minoranza del Pd. Vale per la legge elettorale quello che si è detto per la riforma costituzionale: perché non c’è stato un maggiore impegno quando forse era possibile spuntare un risultato? Anche l’Italicum è già passato sotto le forche caudine del Senato ed è stato approvato. Eravamo in gennaio, prima che le Camere si riunissero per eleggere il capo dello Stato, e Renzi giocò abilmente sia Berlusconi sia la sua minoranza interna, ottenendo il «sì» alla riforma.
Anche allora i bersaniani annunciarono lotta senza quartiere, ma solo pochi di loro tennero fede ai propositi e alla fine furono comunque sconfitti dai numeri. Gli altri, per varie ragioni, si defilarono. Adesso l’Italicun si sta avviando verso Montecitorio per la seconda e definitiva lettura. Bersani chiede di non perdere l’ultima occasione di modificarne la sostanza ed è andato anche da Mattarella per illustrargli il suo punto di vista. Ma se è una battaglia per la rappresentanza democratica, il «pathos» è purtroppo assente. E di nuovo il terreno scelto — l’assemblea di Montecitorio — è il meno propizio per ribaltare i rapporti di forza con i renziani.
Peraltro il presidente del Consiglio già da tempo è dedito a dividere l’opposizione interna, portando dalla sua spezzoni più o meno consistenti. E lasciando intendere, invece, che per gli intransigenti non ci sarà futuro nelle liste elettorali dell’Italicum. I bersaniani ortodossi, più che vincere un braccio di ferro tardivo, non dovranno sembrare interessati solo a salvare il seggio in Parlamento.

Il referendum ridisegna i partiti
di Lina Palmerini Il Sole 11.3.15
È il nostro ultimo sì. Bersani l’ha detto a Renzi e i 18 dissidenti di Verdini l’hanno detto a Berlusconi prima della sentenza. Due penultimatum deboli e con obiettivi diversi ma entrambi guardano al referendum 2016 sulla riforma costituzionale che ieri ha tagliato il secondo traguardo.
Sarà quello lo spartiacque che ridisegnerà i partiti, dal Pd renziano a Forza Italia. La diversità dell’altolà delle due minoranze non sta solo nel voto di ieri alle riforme – i Democratici hanno votato si, i verdiniani no - ma sulle prospettive che hanno davanti. Più che diverse sono opposte. Il Pd ha un leader forte con un piano politico molto chiaro. E va avanti, al contrario di chi accusava Renzi di “annuncite”. Dall’altra parte, non c'è un leader forte e non c’è un partito. Se quella minoranza di Forza Italia dice di aver “obbedito” a Berlusconi solo per “lealtà e affetto”, vuol dire che la politica è finita. Che non c’è un programma, un’identità, una strategia ma che si è entrati in un altro mondo - quello dell’affetto, appunto - che come si sa in politica dura poco. In questo caso, dura giusto il tempo di conoscere la sentenza della Cassazione sul processo Ruby. E subito si apriranno i giochi veri nel centrodestra. Nei quali entreranno anche le due Leghe, quella di Salvini e quella che sarà di Tosi, ieri messo fuori dal partito.
È chiaro che le regionali saranno un punto di svolta. La deadline per tutti i partiti è quel voto di maggio che restituirà pesi e forza, anche se il rischio di astensionismo potrebbe appannare tutto, anche le vittorie. In ogni caso il destino di Forza Italia si conoscerà solo dopo l’esito delle urne di primavera. È chiaro che Verdini tira verso la versione moderata, alleata perfino strutturalmente di Renzi. Quindi, non solo sulle riforme istituzionali ma punta a una vera alleanza, nel senso più ampio, magari valida anche per le prossime politiche. Un nuovo disegno della mappa di partiti e coalizioni che potrebbe debuttare proprio sul referendum popolare sulle riforme che Renzi ha già “chiamato” per il 2016. È a quell’appuntamento che guardano con obiettivi diversi le due minoranze di ieri. Perché quell’appuntamento potrebbe diventare il luogo per la nuova versione del Pd e per quella di Forza Italia, per schieramenti e alleanze, pro o contro Renzi.
Ed è ciò che spaventa di più l’altra minoranza, quella di Bersani e Cuperlo. Da che parte si collocheranno al referendum, fuori o dentro il Pd renziano? Per questa ragione il loro penultimatum è debole. Innanzitutto perché non è il primo: è successo già con la legge elettorale, con la legge di Stabilità, con la delega sul Jobs Act e ieri con la riforma costituzionale. Ogni volta era l’ultima, proprio come ieri ha detto Bersani minacciando barricate al prossimo voto sull’Italicum. In secondo luogo sono minacce sussurrate perché sono prive di prospettiva. Renzi va avanti senza che vi sia una alternativa al suo Pd. La minoranza è a rimorchio, costretta a un’azione politica fatta solo di correzioni, emendamenti che pochissimi tra gli elettori capiscono. E soprattutto in preda a una paura. «Renzi dica se vuole sostituirci con Verdini», dicevano ieri nell’area di Bersani.
E questo è ciò che c’è in ballo, che il Pd renziano assorba pezzi dei partiti di oggi: da Ncd-Udc a Scelta civica fino all’area di Forza Italia più vicina al premier, quella dei verdiniani. E questo partito potrebbe prendere forma lentamente fino al referendum del 2016 sulla riforma costituzionale. Lì ci sarà un dentro o fuori. Con le riforme, con Renzi o contro. È chiaro che se si andasse a parare lì, una parte della minoranza Pd sarebbe spinta all’esterno. Ma l’unico programma politico non potrà essere una variante di quello che pigramente ha accompagnato la sinistra per vent’anni: l’anti-renzismo dopo l’anti-berlusconismo. Che non è un'idea ma un “no” e basta. Per quella data bisognerà preparare un piano vero fatto non solo di ostruzionismi e penultimatum parlamentari ma di un progetto politico.

Solo la realtà ci dirà se funziona
di Paolo Pombeni Il Sole 11.3.15
Giudicare come una vittoria di Renzi quel che è successo con l’approvazione alla Camera del ddl sulle riforme costituzionali è riduttivo. Prima di tutto perché il percorso per arrivare all’entrata in vigore della riforma è ancora lungo e insidioso.
In secondo luogo perché non si può ridurre una riforma così delicata ad una prova muscolare fra il premier sempre più emergente e le opposizioni di varia natura e colore.
La riforma contiene molto di più del superamento del bicameralismo paritario. Se fosse solo questo non si capirebbe perché, dopo sessant’anni di tormenti sul perché in Italia non abbiamo un sistema simile alle grandi democrazie anglosassoni, oggi ci si sprechi in discorsi poco comprensibili sulle bellezze del parlamentarismo puro e sui rischi di ciò che con un brutto neologismo si definisce “democratura”.
Il disegno di legge Boschi è complesso e accanto alla trasformazione e al ridimensionamento del Senato contiene quella riforma del Titolo V (i poteri delle regioni) che da tempo era stata invocata, più varie altre norme di vario peso. Tanto per citare quella che più potrebbe incidere sul futuro della nostra vita politica, la possibilità per il governo di imporre la valutazione di un disegno di legge entro il termine massimo di 60 giorni. Significa che praticamente la necessità di fare decreti legge si ridurrebbe davvero a pochi casi di reale ed estrema “necessità ed urgenza”.
Le critiche principali si sono appuntate sulla denunciata mancanza di confronto su questa importante normativa. Il governo ha risposto che se ne è discusso ampiamente. In questo caso la verità sta nel mezzo: la discussione c’è stata, ma più come una ricerca di compromesso o di scontro aprioristico all’interno di una classe politica frammentata e non esattamente all’altezza del momento, che come un lavoro di confronto e di approfondimento con tutte quelle istanze competenti che potevano aiutare a scrivere una normativa meno imprecisa e meno strutturata come un puzzle di interventi diversi.
Naturalmente si deve tenere conto della non infondata paura del governo che imbarcandosi in un confronto a largo raggio si finisse nell’inconcludenza, secondo un copione ampiamente sperimentato (ricordiamo solo tre bicamerali andate a vuoto). Da tanti punti di vista è un lusso che il Paese non può più premettersi. Ricordiamo il pessimo esito di uno pseudofederalismo straccione che ha moltiplicato spese inutili e improduttive, gonfiamenti di organici e superburocrazie regionali, discreto proliferare di corpi politici locali più attenti agli interessi delle loro botteghe che allo sviluppo del Paese. Bene dunque una riforma che dia allo Stato strumenti di contenimento di queste deviazioni, anche se rimane da chiedersi se la burocrazia statale sia oggi in grado di fare certamente meglio di quelle locali. Almeno però eviteremo ridicolaggini tipo il cambiamento di ordinamenti su certe infrastrutture che variano da regione a regione (le normative sulle pale eoliche per fare un esempio).
Su gran parte delle normative approvate solo la loro gestione concreta dirà se funzionano o meno. Dire per esempio che il Senato sarà una scatola vuota è rischioso. Nella nostra costituente del 1946 si disse questo della figura del Presidente della Repubblica, ma la gestione storica della carica non ha dato ragione a quelle fosche previsioni.
Ciò che invece si può dire con ragionevole certezza è che il cammino per arrivare a capo della riforma è ancora lungo e insidioso. Innanzitutto quel che oggi si è approvato deve tornare al Senato dove i numeri sono poco favorevoli al governo, e se ci fossero ulteriori modifiche ci sarebbe un nuovo avvilupparsi nella rete dei rinvii. Infatti la legge allora dovrebbe tornare alla Camera e poi, ammesso che adesso o nel secondo passaggio si giungesse ad un testo accettato da entrambi i rami, si dovrà obbligatoriamente rivotarlo in entrambe le Camere a distanza di tre mesi. Coi tempi che corrono e con la volatilità degli schieramenti politici (mettiamoci anche in mezzo possibili risultati spiazzanti alle prossime elezioni amministrative) non è detto che tutto filerà liscio.
Anche se così fosse, ci sarebbe poi il passaggio del referendum confermativo a cui Renzi ha detto di voler ricorrere in ogni caso. Ebbene si tratta di un referendum senza quorum, il che può anche significare che, con l’astensionismo ormai dilagante e tanto più a fronte di una materia complessa che i cittadini faticano a capire, tutto potrebbe ridursi ad una sfida a base di slogan fra tifoserie contrapposte e minoritarie entrambe nel Paese. Cosa ciò significherebbe in termini di equilibrio complessivo è facile da immaginare.

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