sabato 28 marzo 2015

Nella società dello spettacolo si entra anche interpretando il ruolo del pupo della Tradizione

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Il saladino non è più pop. E fa paura 
Buttafuoco e il terrorismo islamista: non si combattono fede e ragione, ma Sacro e NichilismoCazzillo Sabato 28 Marzo, 2015 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA

Pietrangelo Buttafuoco si considera un saraceno. Scrittore, giornalista approdato oggi al «Fatto Quotidiano» — forte di un’identità professionale costruita al «Foglio» di Giuliano Ferrara — rivendica una formazione culturale e spirituale islamica. Il feroce saracino. La guerra dell’Islam, il Califfo alle porte di Roma , il libro che Bompiani sta per mandare in libreria, affronta lo spavento del terrorismo islamista dall’interno della comunità musulmana, in un percorso anche personale e intimo e senza le ambiguità della dissimulazione, esponendosi nel momento in cui dirsi filoislamici o islamici tout court non è esattamente di moda. La guerra di religione è diventata la chiacchiera da talk show: ciò che si chiede di inghiottire nel flusso mediatico altro non è — secondo Buttafuoco — che una mistificazione, quella della dichiarazione di guerra proclamata dall’islam contro l’Occidente. Per l’autore il conflitto in atto, invece, non vede contrapposti le tenebre della religione e i lumi della modernità, non l’Oriente e l’Occidente, bensì il Sacro e il Nichilismo. E nichilisti più di tutti sono gli assassini dell’Isis, la cui prima ragione sociale, il terrore, dilaga nella guerra civile globale. 

«Tutto è terrore — scrive Buttafuoco — non c’è bar, infatti, dove non si discuta di “saracini”». Il saracino, naturaliter feroce, nel saggio di Buttafuoco è raccontato a partire da una percezione della religione di Maometto ribaltata rispetto ai canoni consueti. Da fede residuale qual era — stretta tra l’esotismo da Mille e una notte al pittoresco degli arabeschi, fino al popolaresco del Turco napoletano — l’islam è oggi il nemico totale. Alle forbici incrociate sul turbante di Totò guardiano dell’harem, s’è sovrapposta la scimitarra tornata dal profondo passato dei libri di scuola per essere trasfigurata in una lama gocciolante sangue, come nei video diffusi dai terroristi dell’Isis «a pelo d’acqua, attraverso il Mediterraneo, alle porte di Roma». 
Nel libro si ritrova un passo sicuro ma sempre interrogativo: ora si evoca René Guénon («il più seducente tra i pii musulmani») ora Walt Disney, ora Michel Foucault ora Renato Carosone, « ‘O Sarracino , un’altra scheggia del popolaresco impossibile, oggi, da pensare, tutto un riderne senza averne a dileggio» (dileggio che Buttafuoco vede invece nelle vignette di «Charlie Hebdo»). E poi I due crociati di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, che portano con sé tutta una tradizione di racconto comico caratterizzato da un solido background letterario, a partire dall’ Orlando furioso per arrivare alla scuola italiana d’orientalistica (viva e produttiva fino a qualche decennio fa). 
Tutto cambia però nel 1985, in quella tv che è ancora il luogo primario in cui si riconoscono i mutamenti sociali. La trasmissione che offre la prova è Quelli della notte di Renzo Arbore. Tra le conversazioni di quell’armata onirica «si registra il primo urto di sensibilità: Andy Luotto si traveste da “arabo” e si avventura in un grammelot farsesco. Incede in gargarismi fonetici — tutto di consonanti aspirate — e subito s’inciampa nell’allà-allà. Le prime minacce arrivano ai centralini di viale Mazzini, quindi al telefono di casa Luotto». Monta, quindi, una rabbia oggi notissima al mondo. Ma, come scrive Buttafuoco, era ancora una rabbia politica più che religiosa, in particolare di matrice palestinese: «I terroristi fino a quel tempo palesatisi nelle pieghe delle metropoli d’Occidente hanno una chiara connotazione laicista se non laica». 
Oggi è il tempo della «guerra civile globale», e del ribaltamento dell’idea che l’Occidente ha dell’islam. La rabbia ora non è più araba e politica, ma musulmana. C’è la «doppia guerra civile» dei sunniti contro gli sciti e dei sunniti contro gli stessi sunniti. A descrivere con chiarezza questo stato di cose è secondo l’autore la strage di «Charlie Hebdo». Un’immagine in particolare colpisce nell’analisi di Buttafuoco, quella del killer che ha sparato dentro la redazione del giornale uccidendo barbaramente mentre urlava « Allah u Akbar », e il poliziotto che ha tentato di fermarlo e che colpito a morte si spegne invocando Allah. «Hanno la stessa cittadinanza, Chérif Kouachi, il killer, e Ahmed Merabet, l’eroe. Hanno sangue algerino, sono nati francesi, sono musulmani e abitano il mondo. Sono gli attori di una guerra diventata globale perché il conflitto — dove neppure più ci sono i paladini da un lato e i saraceni dall’altro — non trova più due eserciti, due diverse alleanze e due territori contrapposti. Trova i paladini orbi di ogni radicamento e gli stessi mori, pur svegliati alla propria identità, gettati nella maledizione della fitna », appunto la guerra civile. 
Gli studiosi del teatro popolare siciliano sanno bene che nello scontro tra mori musulmani e cristiani non esiste il semplicismo morale tipico dei filmoni hollywoodiani, peraltro analizzati da Buttafuoco anche attraverso quel capitolo di Rambo che nel 1988 era ancora dedicato «al valoroso popolo afghano». L’etica, nell’opera dei pupi, non si regge sui cristiani tutti eroi e sui musulmani tutti malvagi: «Tagliare con l’accetta i confini del bene e del male senza applicare altra categoria che quella pseudo-teologica e occidentale del Male assoluto rende un servigio allo status quo dell’Amico ma — allo stesso modo — potenzia il Nemico facendone un totem trash facile da individuare nell’immaginario e infettare così, immediatamente, le nostre giornate con la doppia arma: la paura e l’ignoranza». 


«Forse abito una canzone di Franco Battiato» dice Buttafuoco, e della sapienza musicale del musicista di Milo — l’autore de Il re del mondo : «Il giorno della fine non ti servirà l’inglese» — l’autore si serve per trarne una colonna sonora che scandisce tutto il libro, fin dall’inizio, segnato dal racconto dei controlli all’aeroporto. La descrizione del passaggio attraverso i dispositivi, quegli strumenti e quelle procedure di controllo a cui ci sottoponiamo prima di prendere un volo, e che sono — visto il continuo rinnovarsi nelle procedure e nei protocolli — il business del futuro: «Quella del controllo di sicurezza», scrive Buttafuoco, «è l’unica industria che non conosce crisi. Tutta la scienza dell’umanità è, ormai, concentrata lì. Nel bip. E tutto questo perché qualcuno prega cinque volte al giorno in direzione di Mecca. Quel qualcuno io lo conosco».  © RIPRODUZIONE RISERVATA


IN GINOCCHIO PER L’ESECUZIONE 

Il feroce saracino mette a nudo tutte le ipocrisie dell’Occidente 

Lo scrittore siciliano, che si è dato un nome di un emiro, spazza via ipocrisie e falsità sui musulmani. Ma sbaglia a parlare di un conflitto tra islamici: è contro i «crociati»
FRANCESCO BORGONOVO 5 apr 2015  Libero

«Io di mio ho un nome saraceno. Sono Pietrangelo Buttafuoco e mi chiamo Giafar al-Siqilli. C’è il cattivo delle favole che si chiama così, è vero, lo ha disegnato definitivamente Walt Disney, ma questo nome un po’ mi è stato dato (e un po’ me lo sono scelto) in omaggio all’emiro di Sicilia. È quello della via Giafar, la carreggiata che collega l’autostrada Catania-Palermo con il lungomare e il porto della capitale di Sicilia e al-Siqilli, per l’appunto, vuol dire “il siciliano”». Si dichiara con coraggio, Buttafuoco, e mostra subito quale sia la prospettiva - del resto evidente - del suo bellissimo, nuovo libro Il feroce saracino. La guerra dell’islam, il califfo alle porte di Roma ( Bompiani, pp. 196, euro 12). 
Un racconto affascinante, il suo, che del pamphlet ha le dimensioni, ma non la carica di aggressività. Quel che emerge dalle pagine è, piuttosto, pace. Ci si fa cullare dai racconti di Buttafuoco, anche quando affronta questioni dolorose, come appunto l’assalto degli uomini in nero dell’Isis. C’è, nel suo libro, una forma di seduzione coltissima e sottile (anche se l’islam non la vede di buon occhio, la seduzione). Si respirano profumi d’Oriente e a volte, perfino, assaggiandoli ci si sente a casa. Ci si scalda al sole di Sicilia e si pensa che, dopo tutto, è lo stesso dell’Algeria e la popolazione che vi si cuoce, su entrambe le sponde del Mediterraneo, non può che essere imparentata, se non altro dalla canicola. 
Si riflette, leggendo, anche su tante ipocrisie o su falsità che circolano dalle nostre parti per via della paura o della superficialità. Buttafuoco svela, parlando del Califfato e dei qaedisti, quella che Franco Cardini (in un altro libro interessante appena uscito per Laterza) ha indicato come «l’ipocrisia dell’Occidente». Parla dell’influenza nefasta dell’intervento europeo e americano, per esempio in Libia, e delle atroci conseguenze. Sostiene che «lo scontro di due opposte civiltà non esiste». Piuttosto, «esiste un’unica catastrofe, ed è di tutti». E questo, per molti versi, è vero. Personalmente preferisco considerare lo scontro con l’islam radicale come un ribaltamento, un’inversione di civiltà, visto che i jihadisti agiscono secondo categorie che sono per lo più occidentali. Pensano da occidentali, si muovono spesso come occidentali. In molti casi sono occidentali nel senso che sono nati e cresciuti in Europa (o negli Usa). 
Buttafuoco dice che la guerra è anche e soprattutto nel cuore dell’islam, fra musulmani. Una fitna, una separazione che sa di zizzania, come ha notato anche il grande esperto di questioni musulmane Gilles Kepel. E che si concretizza nell’assassinio di un poliziotto musulmano da parte dei macellai che hanno fatto strage della redazione di Charlie Hebdo. Ed è vero anche questo: i jihadisti massacrano anche tanti musulmani, forse in numero superiore rispetto agli occidentali. 
Resta una perplessità. Buttafuoco sostiene che si tratti di politica, non di religione. E questo non è del tutto vero. Si tratta, anche, di politica. Ma quanto è accaduto in Kenya nei giorni scorsi dimostra che si tratta, soprattutto, di religione. Il jihad si abbatte sugli infedeli, sui cristiani, sui «crociati». Ecco perché le proporzioni del conflitto sono globali. Non esiste uno scontro di civiltà, perché non stiamo parlando di arabi contro europei. Esiste una guerra di religione: musulmani contro non musulmani. Una guerra che va oltre i confini dello Stato islamico, della Siria, dell’Iraq, della Tunisia, dell’Algeria e perfino della Francia e dell’Italia. Questa guerra perverte il sacro ma da esso origina. La guerra di religione, poi, ha effetti anche sulla civiltà. Perché l’atteggiamento che l’Occidente tiene nei confronti dei terroristi - la resa quasi assoluta - alimenta l’aggressività dei musulmani presenti sul territorio europeo, che magari non sgozzerebbero mai nessuno e che però pretendono di imporre la propria visione del mondo e talvolta anche le proprie leggi. Non siamo nemici, dice Buttafuoco, e pizzica le corde comuni, i legami fra i popoli mediterranei. E ripete, giustamente, che spesso l’Occidente è nemico a se stesso. Però non si può negare che una guerra ci sia. Se si hanno gli anticorpi, si può rispondere al terrorista, ma anche all’ospite invadente che pretende di fare come fosse a casa sua.  
Ed è questa seconda parte del conflitto che Buttafuoco nega. Sembra dire che ci sono nemici politici, e sono gli uomini di Is. Nemici dei musulmani, come dei cattolici e degli atei. Ma Buttafuoco è, appunto, Giafar al-Siqilli. Non deve temere per la sua identità perché lui un’identità ce l’ha, distesa fra due sponde del Mediterraneo. La sua identità, però, non è la nostra. La rispettiamo, e ne siamo ammirati. Ma dobbiamo difendere la nostra, sia dal nemico comune terrorista che dall’avversario interno che pretende di cancellarci. Il problema vero è: cancellare cosa? Quale identità occidentale? Quale rimasuglio di cultura, fra le macerie? Buttafuoco è al-Siqilli. E noi cosa siamo?

L’Europa al bistrot del nulla mentre arriva il Califfo 
Mattia Feltri tuttolibri 11 4 2015
Quando eravamo ragazzi anche noi al nord, come Pietrangelo Buttafuoco ad Agira, avevamo il Saraceno dei Pupi appeso alla parete. Ci era stato accordato il permesso, con le attenzioni del caso, di tirarlo giù per buttarlo nella disputa quotidiana con lo yankee Big Jim e altri derivati europei, e la battaglia si risolveva quando il Saraceno alzava la meravigliosa sciabola oltre lo sguardo fiero, e la calava proprio lì, sul collo del bianco che non portava il nome di infedele. 
Sono le romanticherie dei ricordi, anche quelli di Buttafuoco, del Turco Napoletano di Totò, dei viaggi fra sapienti musulmani di Tintin, del Sarracino di Renato Carosone, quando l’immensa distanza fisica di due mondi era esotica e dolce. Il toccarsi, il trovarsi faccia a faccia, il mescolarsi non è mai cosa semplice, non lo è specialmente adesso che l’Europa è postmaterialista, è anche andata oltre il nichilismo, è stanca e annoiata dalle sue conquiste di libertà, non ha altro orizzonte che la torpida rinuncia a sé e - come scriveva Emil Cioran - ha riversato nei bistrot le sua migliore arte dialettica, a proposito della cottura dell’entrecôte; e intanto accoglie immigrati per i quali la vita è un banale transito verso l’aldilà, per i quali tutto è millenarismo, è quella metafisica da noi accantonata per la secolarizzazione, e per i quali c’è un angolo di infinito che si insinua fra la res cogitans e la res extensa, «dove le ombre del mondo sensibile si trasformano in simboli evocativi».
Che abbiamo noi da dirci? Ne avremmo se sia sunniti sia sciiti aspettano il ritorno di Gesù a cavallo, diretto a Gerusalemme dove sconfiggerà l’Anticristo e inaugurerà un regno quarantennale prima di morire ed essere sepolto accanto a Maometto, e lì staranno fino al giorno del giudizio. Già detto così, e Buttafuoco lo dice meglio, sembra la promessa vorticosa e poetica dell’ecumenismo, ma c’è che l’Occidente ha rinunciato a sé e che i terroristi dello Stato islamico, «intossicati dall’odio verso la civiltà», ammazzano ogni speranza, ammazzano gli occidentali, ammazzano soprattutto gli altri musulmani e non c’è istante di sferica perfezione che rivaleggi con quello del poliziotto che muore sotto la redazione di Charlie Hebdo invocando Allah, ucciso da un assassino che invoca Allah. Dunque il problema non sarebbe geografico, non sociale, è metafisico, e alla fine scivola dentro le righe stonatissime in un libro di profondità lirica, le righe in cui si insinua del patto repellente in scenografia hollywoodiana fra il califfo dell’Isis e lo sceriffo di Washington, altro che la sciabola del Saraceno sul collo di Big Jim. 
Ma non è questo il punto. Il punto non è mai quello della chiusura del cerchio, il senso è tutto nel disvelamento, «io di mio ho un nome saraceno. Sono Pietrangelo Buttafuoco e mi chiamo Giafar al-Siqilli». Alle parole tocca rendere l’intangibile, cioè la vertigine di un senso che dentro di noi va indietro nei secoli. L’Europa sarà islamica e Ottomana, dice Buttafuoco. E a noi, sarà consentito chiacchierare del nulla dentro ai bistrot?

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