martedì 5 maggio 2015

Dio ci salvi dalla sinistra PD e dalla scissione


La minoranza Pd svolta
Democrack. Il dissenso sale a quota 61. Oggi in molti saranno al corteo della scuola. Le opposizioni interne portano a casa un risultato. Bersani: «Un dato politico». Gotor: «Ora il nuovo senato cambierà». Ma c’è chi ha già un piede fuori
Daniela Preziosi, il Manifesto 4.5.2015
Alfredo D’Attorre, cen­tra­vanti d’attacco con­tro la legge elet­to­rale, esce dall’aula con aria sod­di­sfatta e annun­cia «il cam­bio di mar­cia» delle mino­ranze Pd: come c’è un avanti Cri­sto e un dopo, «c’è un prima dell’Italicum e un dopo l’Italicum. Da adesso ini­zia il dopo». Il para­gone è un tan­tino azzar­dato, ma il senso è chiaro. Dopo gli insulti, i gufi e la palude, ora nel Pd c’è una mino­ranza nuova, si fa per dire, più pic­cola di quella del con­gresso, ma fon­data sui numeri (scarsi) con cui l’Italicum viene appro­vato. In aula sono stati 334 i sì, a fronte di una mag­gio­ranza di governo che può con­tare su 410 voti: all’appello sono man­cati in più di 70. L’Italicum passa a una quota peri­co­lo­sa­mente vicina a quella 323 con cui fu appro­vato il vitu­pe­rato Por­cel­lum, nel 2005: appena 11 voti in più. Insomma, anche stando ai numeri, il governo Renzi riper­corre i passi del governo Ber­lu­sconi. Infine: i 38 no alla fidu­cia (37 per la pre­ci­sione, Guglielmo Vac­caro ormai siede nel gruppo misto) si sono tra­sfor­mati in 61 no all’Italicum. E qui il pal­lot­to­liere si fa più incerto. Ai dis­sen­zienti, che ieri erano 36 per­ché Davide Zog­gia non è potuto venire in aula per pro­blemi fami­liari, vanno aggiunti quelli del misto: i 10 no (dichia­rati) degli ex gril­lini di Alter­na­tiva libera, quello di Clau­dio Fava, ex Sel, Mas­simo Cor­saro (ex Fra­telli d’Italia). Più il no di Fran­ce­sco Save­rio Romano, for­zi­sta fit­tiano che non ha seguito i suoi sull’Aventino. Più qual­che no sparso dagli alleati Ncd e Sc. Insomma, dalla defunta area rifor­mi­sta sono arri­vati almeno altri 15 no, che potreb­bero tra­sfor­marsi in più di venti se in realtà alcuni ex gril­lini, dati come tran­si­tivi verso il Pd, hanno votato sì. Insomma, per la mino­ranza Pd il cer­ti­fi­cato di testi­mo­nianza in vita si è tra­sfor­mato in un posto «piaz­zato», anche se Cuperlo si affretta a sot­to­li­neare che «non abbiamo fatto alcuna prova di forza». 

E ora? In cosa con­si­ste per il Pd non-renziano (se non anti-renziano), il «dopo Ita­li­cum»? Il ten­ta­tivo di sfi­dare l’invincibile Renzi o quello di far nascere una nuova cosa a sini­stra? E qui di nuovo i discorsi si arram­pi­cano su salite imper­vie, ma diverse a seconda dell’interlocutore. Roberto Spe­ranza, visi­bil­mente stro­pic­ciato dai tor­menti di que­sti giorni, spiega che lui nel Pd ci lui ci resterà «fino alla morte». Qual­cuno lo indica come nuovo lea­der dell’area rifor­mi­sta depu­rata dei «diver­sa­mente ren­ziani» che anche alla legge hanno votato sì. Lui non ne vuole par­lare: «Que­ste sono cose pic­cole, oggi è suc­cessa una cosa grave: il mio par­tito ha scelto un metodo pro­fon­da­mente sba­gliato, l’Italia sta cam­biando le pro­prie isti­tu­zioni a colpi di meno della mag­gio­ranza, ora il governo è meno forte. È que­sto il punto poli­tico che ho posto a Renzi». Anche Gianni Cuperlo pat­tina sulla rispo­sta: «Ora Renzi deve riflet­tere, abbiamo dimo­strato che le regole del gioco vanno cam­biate insieme». Boa­tos di palazzo sosten­gono che Renzi gli abbia offerto la dire­zione dell’Unità, un gesto di disgelo, o forse il ten­ta­tivo di tira­gli un bidone, visto che Guido Vene­ziani, nuovo edi­tore del gior­nale fon­dato da Gram­sci, non è esat­ta­mente un esti­ma­tore di Rilke come lui. Dome­nica alla festa di Bolo­gna, dove Cuperlo era l’unico espo­nente della mino­ranza pre­sente, Renzi ha annun­ciato: «Con Gianni abbiamo alcune idee bislac­che sull’Unità». Cuperlo smen­ti­sce: «Sono stato pre­si­dente del par­tito per 28 giorni e diret­tore de l’Unità per 20 minuti. I tempi si fanno sem­pre più sin­co­pati. L’unica cosa che ho detto a Renzi è che biso­gna velo­ciz­zare il ritorno in edi­cola del quo­ti­diano». Comun­que sia, è chiaro che Renzi cerca di recu­pe­rare almeno un pezzo della mino­ranza. Per­ché, spiega Ber­sani «il dis­senso è stato abba­stanza ampio, il dato poli­tico è non poco rile­vante». E il dato poli­tico è, spiega il sena­tore Miguel Gotor, che ora «ci sarà tempo e modo per fare una riforma del Senato in grado di con­tro­bi­lan­ciare con le oppor­tune garan­zie e poteri di con­trollo la “dit­ta­tura della mag­gio­ranza” che l’Italicum di fatto instaura nel sistema poli­tico e isti­tu­zio­nale ita­liano: da oggi ini­zia un’altra partita». 
Fin qui quelli ben pian­tati del Pd. Poi però ci sono quelli come Civati, con un piede den­tro e uno fuori («Chiudo, in tutti i sensi», ha detto ieri iro­ni­ca­mente alla pre­si­dente Bol­drini che gli chie­deva di finire la dichia­ra­zione di voto in aula). Lui, con Fas­sina e D’Attorre, ha scritto a Renzi per per chie­dere un decreto per l’assunzione dei pre­cari della scuola e annun­ciare la par­te­ci­pa­zione al cor­teo con­tro la legge Gian­nini. Si deli­nea già il pros­simo no a una legge del governo Renzi. L’ennesimo no.

Renzi vince sull'Italicum, ma il dissenso dentro il Pd cresce
di GIANLUCA LUZI La Repubblica 5.5.15
Vinta la guerra dell'Italicum, adesso per Renzi comincia la conta dei danni collaterali. Prima di tutto il premier deve considerare come può ricucire con la minoranza del suo partito, soprattutto con quelli  -  i capi  -  che sono rimasti in aula e hanno votato contro la legge. Un atto ostile che ha fatto abbassare la quota dei consensi e conseguentemente ha allargato la soglia di chi è contro l'Italicum. Legge elettorale che passa a maggioranza, ma contraddice le intenzioni di un anno fa, cioè una riforma elettorale con il consenso di tutte le forze politiche. Le voci, smentite, di una offerta di Renzi a Cuperlo per la direzione dell'Unità, fanno capire che il segretario-premier si pone il problema di come riagganciare quella parte del suo partito che lo considera ancora (e adesso forse ancora di più) un corpo estraneo. Probabilmente sarà sulla riforma del Senato che si giocherà la trattativa per venire incontro alla sinistra del Pd. L'ostinazione e la determinazione con cui Renzi e Maria Elena Boschi hanno condotto la campagna dell'Italicum ha portato il premier e il ministro delle Riforme alla vittoria. Ma senza una ricomposizione del partito, la navigazione sulla riforma del Senato e sulle altre che seguiranno sarà molto accidentata. L'Italicum è legge, Renzi festeggia, ma i numeri dicono che la riforma è stata approvata con un numero di voti largamente inferiore alla maggioranza di governo. Non è un dato su cui Renzi può sorvolare. E' vero che l'opposizione sia di destra che di sinistra non si presenta in grado di minacciare la maggioranza di governo per chissà quanto tempo, ma gli smottamenti interni nel Pd potranno rappresentare un pericolo costante per il premier. A questo punto diventa decisiva l'economia perché ai continui appelli del premier all'ottimismo e alla ripresa devono fare riscontro i risultati, altrimenti la credibilità cadrà con molta velocità. La Ue, in base ai conti e alle previsioni, deve decidere se concedere all'Italia più flessibilità. Che significa possibilità di investimenti. Renzi ne ha bisogno per far ripartire l'economia e rilanciare l'occupazione che viaggia sempre su livelli drammatici. 

Quel premier debordante
Di Gianfranco Pasquino Corsera 5.5.15
L’Italicum è una cattiva riforma che ha un solo merito: il ballottaggio che dà potere reale agli elettori. Quanto al resto è sbagliato il premio alla lista, sbagliate le candidature multiple, sbagliata la bassa soglia per l’accesso al Parlamento. Chi parla di spinta a favore della governabilità non sa che cosa dice. Con questa legge elettorale c’è il rischio di un’eccessiva concentrazione di poteri nelle mani del primo ministro: non è presidenzialismo, è piuttosto il “premierato forte”. Qualcosa che, nonostante alcuni cattivi maestri provinciali (che non sanno neanche cosa sia l’analisi comparata dei sistemi politici) e i loro ossequiosi allievi, non esiste da nessuna parte e che toglierà non pochi poteri al presidente della Repubblica rendendogli impossibile svolgere il ruolo di arbitro, di garante, di contrappeso, persino di rappresentante dell’unità nazionale. Partiamo dal premio alla lista. In tutta Europa, tranne in Spagna, almeno finora, i governi sono di coalizione: sarebbe opportuno consentire le coalizioni al primo turno oppure, almeno, come per i sindaci (la buona legge fatta nel 1993 dal Parlamento su impulso dei referendari) gli apparentamenti per il ballottaggio. Comunque il vantaggio di 25 deputati attribuito dall’Italicum alla prima lista è un margine sufficiente per un partito che abbia una vita interna vivace e democratica. Il problema è un altro: il premio va al partito che vince al ballottaggio; al primo turno quel partito potrebbe avere ottenuto anche solo il 26 per cento dei voti. Il premio allora sarebbe il 28 per cento. Se una delle obiezioni della Consulta al Porcellum era l’eccessiva disproporzionalità del premio di maggioranza, di fronte all’Italicum la Corte dovrebbe essere fortemente insoddisfatta. In nessuna democrazia europea la governabilità dipende dal premio di maggioranza. Va detto comunque che il premio di maggioranza su un sistema proporzionale non è un’anomalia italiana. Già lo abbiamo, con buoni esiti, per l’elezione dei Consigli comunali e dei sindaci. Cancellare con un tratto di pennarello le candidature multiple (10) sarebbe un atto di semplice decenza. Mentre considero la soluzione del capolista bloccato e delle preferenze un ibrido pessimo, riprovevole. Lascio il giudizio all’incerta giurisprudenza della Corte. La mia soluzione (in linea con il referendum del 1991): una sola preferenza. Sbagliata, infine, anche la soglia per l’accesso al Parlamento: per fronteggiare la frammentazione bisognava fare come in Germania e, invece del 3, fissarla al 5 per cento. Fare come nei Balcani è per lo più la cosa cattiva e sbagliata. Ma sia Matteo Renzi sia Silvio Berlusconi erano, e probabilmente continuano ad essere, con motivazioni diverse, d’accordo sulla balcanizzazione delle opposizioni. La rappresentatività dipende solo parzialmente dal numero dei partiti “rappresentati” in Parlamento. Dipende dalla competizione fra i partiti costretti ad essere rappresentativi per vincere. Il rischio è troppo potere ad un partito che si convinca di essere il rappresentante della Nazione. 

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