mercoledì 20 maggio 2015
Due approcci apologetici all'esistente nel medesimo falso movimento, una coda volgare alla polemica su ermeneutica e Nuovo Realismo
Il processo di radicalizzazione della filosofia continentale sembra essersi arrestato e i postmoderni si dividono i compiti con gli scientisti. La finta alternativa e la rissa qui messa in scena si svolge nel medesimo spazio ideologico. All'empirismo volgare si risponde con la volgarità luogocomunista della sinistra imperiale. Scomparsi completamente il lavoro e il conflitto [SGA].
Leggi qui per le precedenti puntate della polemica tra la Stella della Filosofia e il seguace tedesco di Ferraris
Polemiche La furia del «nuovo realismo» ripudia anche Hegel e Platone
Replica a Marks Gabriel: la visione scientista della filosofia sta affossando il sapere unanistico
di Donatella Di Cesare Corriere 20.5.15
L’articolo
di Markus Gabriel uscito sul «Corriere» il 17 maggio non è forse la
prova più lampante della crisi in cui versa la filosofia tedesca? A
squarciagola Gabriel proclama che «la realtà è ritornata». E si
arrabbia, fino all’insulto, perché io non capirei questa grande novità
del suo pensiero che, con un marchio oculatamente scelto per il mercato,
viene chiamata «nuovo realismo» o addirittura «filosofia globale». Non
si tratterebbe di una corrente filosofica — sarebbe ben poco! — ma
dell’orientamento scientifico del XXI secolo. Gabriel si fa dunque
portavoce della «svolta realistica» che avrebbe investito ogni ambito e
si sarebbe propagata ovunque nel pianeta. La «filosofia globale» è il
nuovo tutto che incorpora e fagocita ogni lingua, ogni cultura, ogni
corrente filosofica. E chi non è d’accordo? Ebbene, o è un «nuovo
realista» senza saperlo, oppure è inattuale come me, cioè è fuori dalla
epocale trasformazione realistica. Questa visione totalitaria non
ammette altre possibilità.
C’è un tratto violento nel nuovo realismo,
che per definizione non può tollerare dubbi o domande. Perciò nel
dibattito prevalgono i toni polemici, mentre l’interlocutore diventa un
avversario da deridere, un nemico da screditare. D’altronde Gabriel fa
parte di coloro che ritengono di avere in tasca la verità, quella che
aderisce alla «realtà oggettiva dei fatti». Come potrebbe non scagliarsi
contro chi osa metterla in questione? Basta, insomma, con le tediose
speculazioni dei filosofi, con le loro irritanti argomentazioni. E in
effetti il «nuovo realismo» di filosofico non ha nulla. Di qui l’afflato
nichilistico che lo pervade e il risentimento antifilosofico che lo
affligge.
Prendiamolo dunque sul serio per quello che è:
un’operazione di marketing. Pochi pensieri, un paio di grandi certezze.
Che cosa c’è di meglio in un mondo sempre più complesso? Il nuovo
realista promette a basso prezzo «verità» e «realtà», due prodotti che è
difficile trovare sui banchi dei filosofi — quelli seri. Nella sua
strategia commerciale si rivolge al grande pubblico, fa leva sul buon
senso che trova conforto e rassicurazione nelle sue asserzioni
dogmatiche. Alimenta opportunisticamente il bisogno di certezze, che va
aumentando con le inquietudini, e da quel bisogno trae profitto.
Perché
mai affaticarsi a pensare, se quel che conta è la realtà? E che senso
avrebbe poi leggere i classici della filosofia? Non dico Heidegger o
Husserl — dato che nella «filosofia globale» saranno eliminate
ermeneutica, fenomenologia e tutte «le antiche distinzioni» —, ma in
fondo anche Hegel e Kant, per non parlare della filosofia greca, di
Aristotele o Platone? Tanto più che per Gabriel non esiste una
«filosofia greca», e neppure una filosofia tedesca o italiana.
Le
lingue sono per lui un di più irrilevante, come irrilevante è alla fin
fine la storia. Che importa che il pensiero si sia articolato nelle
diverse lingue, che sia venuto alla luce in epoche storiche differenti e
si sia sviluppato nelle varie tradizioni culturali? Tutto questo non è
che «ideologia». Così invita a sbarazzarsi di secoli di riflessioni, a
cancellare insomma la storia della filosofia, superata e abolita nel suo
pensiero unico, che insegue il «progresso» nel nome della «ragione
universale». E in che lingua parlerebbe Gabriel, il nuovo realista? In
tedesco? In globanglese? O in un linguaggio artificiale ancora da
inventare? Con quali parole si rivolgerebbe al suo pubblico il sacerdote
della «realtà oggettiva» che con sufficienza accenna alle «faccende
religiose»? Dove finiscono le religioni nel suo pensiero unico, che
altro non è se non una idolatria della realtà?
Semplice: per Gabriel
la filosofia è scienza. È come l’ottica o l’astronomia. Lo rimandiamo
allora a Socrate. Quando si allontana dalle indagini sulla natura, e dai
filosofi che credono arrogantemente di cogliere le cose nella loro
immediatezza, Socrate si affida alla parola, presta ascolto all’altro.
La filosofia diventa dialogo. «Sono uno che ama imparare. La campagna e
gli alberi non vogliono insegnarmi nulla; i miei concittadini invece
sì». La filosofia scopre la sua vocazione etica e politica. Ma vivere
con gli altri non è facile; e il filosofo resta al margine della città,
per attraversarla quotidianamente con le sue infinite domande. Sa di non
sapere. E così mette allo scoperto la presunzione dell’ignoranza. Si
tiene aperto al dialogo — come deve fare la filosofia, che non è
scienza. E ricomincia ogni volta a interrogare se stesso e gli altri.
Anche al prezzo della condanna a morte. Non guardiamo con sufficienza al
suo processo, né giudichiamo la filosofia greca con la superiorità
critica dei moderni; perché la filosofia — come insegna Socrate — è un
dialogo che richiede partecipazione.
Che ne sarà della filosofia in
Germania, se nelle università prenderanno il sopravvento i «nuovi
realisti»? Che ne sarà degli insegnamenti di storia della filosofia, di
filosofia classica e contemporanea? Che fine faranno le materie
umanistiche, per le quali — afferma Gabriel — vengono spesi fin troppi
soldi?
La dura realtà a cui mi richiama, al termine del suo articolo,
ha lo sgradevole sapore di un richiamo all’ordine. Politicamente
Gabriel è un reazionario. La sua non è un’aderenza, bensì un’adesione
alla realtà. Con la pretesa di averla ritrovata, diventa
fondamentalista; alla sua «realtà» vorrebbe sottomettere anche gli
altri. Accusa me di essere nostalgica, ma è lui a illudersi di poter
tornare a un paesaggio della modernità che non c’è più.
Quella che
spaccia per «filosofia globale» ricorda oscuramente la Torre di Babele,
simbolo di una vuota unità, edificata per sopprimere le differenze — a
cominciare da quelle delle lingue — rincorrendo la chimera del
linguaggio universale e di un pensiero unico. Che Gabriel non ami le
differenze lo dimostra quel «signora» con cui si rivolge a me — una
donna che osa filosofare. E a proposito: dove sono oggi le filosofe in
Germania?
«Più la filosofia si scontra con rivali sciocchi e
impudenti, incontrandoli nel suo stesso seno — hanno scritto Deleuze e
Guattari — più si sente stimolata ad assolvere il suo compito, a
delineare concetti, non a produrre merci». Le fantasticherie del nuovo
realismo non impediranno alla comunità filosofica di proseguire un
dialogo che salvaguardi le differenze linguistiche, storiche, culturali e
i contributi di ogni tradizione in una unità sempre aperta. Perciò il
futuro della globalizzazione dipende anche da quello della filosofia.
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