martedì 19 maggio 2015

Il partito di Camusso e Fassina, il partito di Vendola e Civati, il partito di Landini e soprattutto il partito di Saviano...



I tre «partiti» dei dissidenti pd. E ora c’è chi spera in Saviano

Caccia al leader: dentro si guarda a Speranza, fuori a Landini e Civati

di Maria Teresa Meli Corriere 19.5.15

ROMA «I bilanci li faremo a urne chiuse». Matteo Renzi è convinto che prima del voto sia inutile trarre le somme delle vicende che riguardano il Partito democratico e, più in generale, il centrosinistra. Ma lì si è aperta una partita già adesso, in piena campagna elettorale. Una partita che coinvolge tutti gli oppositori (interni ed esterni) del presidente del Consiglio.
I giocatori sono diversi. E in molti ambirebbero al ruolo di «capitano». Però, come spesso accade in quell’area, le divisioni sono forti. Basta ascoltare i discorsi di alcuni dei protagonisti di questa vicenda. Luca Pastorino, candidato dei ribelli del Partito democratico in Liguria, osserva: «Stefano Fassina non se ne va adesso, ma anche quando se ne andrà non porterà via niente. Pippo Civati, invece, conta a livello nazionale, benché sia troppo presto per testarlo».
Insomma, Pastorino non ricambia lo slancio di Fassina, il quale ha dichiarato che in Liguria voterebbe per lui.
In compenso, il deputato del Pd, che concluderà la sua esperienza di democrat una volta che la riforma della scuola verrà approvata, ha contatti ravvicinati con Susanna Camusso. La leader della Cgil, come è noto, non ama Renzi e sogna la nascita di un altro soggetto politico: «A sinistra ci vorrebbe una cosa nuova».
Quella «cosa» che una fetta della Cgil (una fetta soltanto perché, per fare un nome, la potente segretaria dei pensionati di quel sindacato, Carla Cantone, è contrarissima) vorrebbe costruire con Fassina, il quale è convinto che «prima di pensare a dei gruppi parlamentari autonomi» occorra «creare all’esterno le condizioni». Il che significa, né più e né meno, che con una parte della Cgil tenterà di tagliare il cordone ombelicale che lega alcuni circoli del Partito democratico malpancisti con il Nazareno: «Io ho un’interlocuzione sempre in corso con i miei elettori e vorrei ricordare che un pezzo del partito se ne è già andato». Dunque, Fassina e la Cgil, ma non Civati, a quanto pare. E nemmeno Maurizio Landini, che con Camusso e con Fassina un rapporto gelido.
Il leader della Fiom non vuole nella sua coalizione sociale molti di quelli che, invece, vorrebbero andare con lui. Lo fa capire chiaramente, com’è solito fare, senza troppi giri di parola: «Chi vuole stare con noi non deve fare parte di un partito e non si deve candidare alle elezioni». Perciò, no ai politici a tutto tondo. E anche alle formazioni della sinistra classiche, come Sinistra ecologia e libertà e Rifondazione comunista: «Sono zavorra», dice Landini quan do parla con i collaboratori.
Che abbia in mente il leader della Fiom non si è ancora capito. Si tiene aperte due strade: quella della successione a Camusso, ma anche l’altra, quella che lo potrebbe portare a farel’anti-Renzi. Fortuna (per lui) ha voluto che la data di scadenza della legislatura e quella del Congresso della Cgil coincidano: saranno entrambi nel 2018. Quindi Landini ha tempo per decidere. Ma alcuni dei suoi sponsor ritengono che occorra sciogliere prima questo nodo. E se Landini non ci sarà punteranno le loro carte su uno dei grandi oppositori di Renzi: Roberto Saviano.
Lo scrittore-polemista ha sempre gentilmente declinato tutti gli inviti a scendere in politica. Ma non è scontato che, alla fine, dica di no anche questa volta. Scartata, invece, l’ipotesi Laura Boldrini. Troppo «compromessa» con la politica attuale. Lo stesso dicasi per il trio D’Alema, Bersani e Bindi.
Del politicamente ingombrante terzetto vorrebbe disfarsi anche la minoranza bersaniana del Pd che non ha intenzione alcuna di uscire dal partito. «Io — spiega Nico Stumpo — non voglio andare né con Civati né con Landini».
Obiettivo di quest’area è quello di strutturarsi e di presentare al prossimo congresso del Pd il proprio candidato, Roberto Speranza, non per vincere, ma per marcare il territorio. Dunque non c’è né un idem sentire né un comune agire da parte degli oppositori di Renzi. Il che non vuol dire che non possano mettere in grave difficoltà il premier. Dove, quando? Il 31 maggio in Liguria. Consentendo la vittoria non di Giovanni Toti, ma della candidata 5 stelle. O, quanto meno, facendo eleggere Raffaella Paita con una percentuale talmente bassa che non le consentirebbe di governare quella Regione. Allora i bilanci da fare a «urne chiuse» sarebbero amari, per Matteo Renzi.


Serracchiani: “Il Pd è la vera sinistra
. Civati e Pastorino sono solo corsari”

Il vicesegretario del partito: “Le Regionali non cambieranno le sorti del Paese”

intervista di Ilario Lombardo La Stampa 19.5.15

Vicesegretario Debora Serracchiani, ci è andata giù duro con Pippo Civati, definendolo «Bertinotti 2, il ritorno».
«Ho espresso una considerazione sulla sinistra che fa del male a se stessa. Troppe volte invece di rappresentare una soluzione, abbiamo lavorato a complicare lo scenario».
Intanto in Liguria si profila l’ipotesi di una vittoria dimezzata che costringerebbe Raffaella Paita a cercare alleati tra i suoi avversari. Si parla di una riproposizione in chiave locale delle larghe intese, è così?
«Noi intendiamo vincere, e vincere bene. Le alleanze sono una questione che si pongono Civati e Luca Pastorino, perché hanno l’obiettivo di creare instabilità, dividendo la sinistra. È un atteggiamento corsaro della politica che non ci appartiene». 
Ma in caso non raggiungeste il premio di maggioranza, a chi vi rivolgereste, al centrodestra o alla sinistra di Pastorino?
«Se ci saranno problemi, ce li porremo il giorno dopo il voto». 
Stefano Fassina dice che se fosse ligure voterebbe Pastorino.
«Fassina fa parte del Pd. E penso sia un dovere appoggiare il candidato del proprio partito scelto dalle primarie».
Civati, Fassina e la sinistra del Pd denunciano l’imbarazzo per un partito che si allea con chiunque.
«Il Pd resta saldamente un partito di centrosinistra. Lo dimostrano le politiche sul costo del lavoro, sul welfare e altro. La verità è che siamo l’unico partito a sinistra, mentre a destra assistiamo a una mancanza di tenuta delle forze più rappresentative. È logico, in questo scenario, attirare maggiori consensi. E questo né ci fa paura né lo guardiamo con supponenza come avveniva una volta. La vocazione maggioritaria del Pd è nelle cose. Crediamo che l’etichetta di centrodestra o di centrosinistra non debba essere attribuita da questo o quell’eletto ma dalle politiche che si fanno».
Non pensa che in Campania si sia andato un tantino oltre?
«Non per quanto riguarda le liste Pd. Purtroppo non possiamo dire lo stesso delle liste collegate».
Il partito della Nazione non favorisce il trasformismo?
«Al di là del Pd, c’è un dissolvimento piuttosto importante nell’area di centrodestra. Mentre la Lega si è spostata su posizioni più estremiste. È ovvio che ci sia una confusione, nell’elettorato ma anche in chi fa politica. Ciò non toglie che il Pd ha le idee chiare sulle riforme da portare avanti». 
Lei è presidente di una Regione, dica la verità: partendo dal 6 a 1, è una sconfitta se finisse 4 regioni a 3 a favore del Pd?
«Non finirà così. E non diamo per perso nemmeno il Veneto. Ma neanche il 7 a 0 cambierebbe le sorti di questo Paese. Lo faranno le riforme. Riconosco la valenza nazionale di queste elezioni, però non le considero il punto zero della politica. Il cambiamento è in atto da più di un anno, lo dimostrano i gruppi parlamentari che si sono allargati o scomparsi. Ed è così anche a livello locale». 
Visto che lei governa in Friuli Venezia Giulia con Sel, perché non tende una mano alla sinistra?
«Io ho un ottimo rapporto con Landini, Vendola, Camusso. E sono convinta che il Pd rappresenti già ampiamente quell’area di sinistra».
A Paita non consiglierebbe di allearsi con Pastorino ?
«A Paita dico: vinci bene». 

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