giovedì 7 maggio 2015

Un progetto perseguito con grande determinazione sin dai primi anni Ottanta: Alfio Mastropaolo sulla fine della democrazia moderna in Italia





La democrazia «normale» 

Riforme. L’esecutivo decide, il parlamento finge di controllare, ma registra, la popolazione si adegua. Non tutta: quella piccola parte che paga, detta le sue condizioni 

Alfio Mastropaolo, il Manifesto 6.5.2015 
Stiamo final­mente diven­tando una demo­cra­zia “nor­male”. Cioè una demo­cra­zia in cui l’esecutivo decide, il par­la­mento finge di con­trol­lare, ma regi­stra, la popo­la­zione si ade­gua. Se non è con­tenta, cam­bierà governo alle pros­sime elezioni. 
Non tutta la popo­la­zione si ade­gua. In realtà c’è una pic­cola parte che detta all’esecutivo le sue con­di­zioni. Le detta, forte del fatto che è lei a soste­nere i mostruosi costi delle cam­pa­gne di per­sua­sione elet­to­rale. Con l’abolizione del finan­zia­mento pub­blico della poli­tica li sosterrà ancor di più. E quindi det­terà con­di­zioni ancor più strin­genti. Pos­siamo senza fatica fare ipo­tesi su quali poli­ti­che attuerà l’esecutivo. Di destra o di sini­stra che sia, o che si dica, le dif­fe­renze sta­ranno nei par­ti­co­lari, non irri­le­vanti, ma sem­pre par­ti­co­lari. L’essenziale delle scelte poli­ti­che lo deci­derà chi paga. E poi­ché, dato lo stato del nostro sistema impren­di­to­riale, a pagare saranno soprat­tutto imprese stra­niere, la pres­sione inter­na­zio­nale si accen­tuerà ulte­rior­mente. Si ade­guerà il grosso della popo­la­zione, ma si ade­guerà l’intero paese. Desti­nato a diven­tare sem­pre più mar­gi­nale e sot­to­messo nella divi­sione del lavoro planetaria. 
Abbiamo già avuto qual­che avvi­sa­glia del destino che ci aspetta. Ma finora ser­vi­vano le peren­to­rie impo­si­zioni di Bru­xel­les e Fran­co­forte. D’ora il poi basterà loro sol­le­vare un soprac­ci­glio. La cupi­di­gia di ser­vi­li­smo è iper­tro­fica nelle classi diri­genti ita­liane. Ciò lascia pen­sare che riu­sci­ranno per­fino a pre­ve­nirle. Resterà qual­che pic­colo osta­colo, come la Corte costi­tu­zio­nale. Ma non durerà troppo a lungo. I giu­dici pas­sano, d’ora in poi li sce­glierà l’esecutivo, in com­butta con un’opposizione che sarà il suo dop­pio, e i giu­ri­sti pronti a met­tersi a ser­vi­zio sono una folla. Le sen­tenze capric­ciose e imba­raz­zanti come l’ultima sulle pen­sioni potremo scordarcele. 
Sarebbe inge­nuo attri­buire la respon­sa­bi­lità — o il merito — di que­sta infau­sta nor­ma­liz­za­zione a Renzi. Renzi e la sua lea­der­ship sono figlie delle cir­co­stanze, lui ha pro­fit­tato delle cir­co­stanze favo­re­voli e ha ope­rato coe­ren­te­mente con la sua cul­tura, ma la nor­ma­liz­za­zione arriva da lon­tano. È dai primi anni 80 che poli­tici e intel­let­tuali per­se­guono que­sto dise­gno con grande deter­mi­na­zione. Con le parole e coi fatti. Qual­cuno si dichiara al momento insod­di­sfatto. In effetti c’è ragione per discu­tere sulla totale rimo­zione di ogni garan­zia che si veri­fi­cherà una volta con­clusa la para­bola delle riforme ren­ziane. Ma si tratta di det­ta­gli. La sma­nia di deci­sio­ni­smo sovra­sta que­sti det­ta­gli ed è molto antica. 
Qual­cuno di coloro che sma­niano da quasi mezzo secolo dirà che la demo­cra­zia dei par­titi era alla para­lisi. Ma a que­sto argo­mento si può repli­care che quel modello demo­cra­tico si poteva ade­guarlo senza stra­vol­gerlo. E che le dosi mas­sicce di deci­sio­ni­smo già iniet­tate nel nostro regime demo­cra­tico hanno pro­dotto solo effetti disa­strosi. Così come non bril­lanti sono i risul­tati con­se­guiti dalle demo­cra­zie nor­mali che stanno intorno a noi. Così poco bril­lanti da met­ter in dub­bio l’idea stessa di nor­ma­liz­za­zione. La quale sicu­ra­mente con­viene ad alcuni — i poten­tati economico-finanziari — ma non alla mag­gio­ranza della popolazione. 
Il signi­fi­cato della parola demo­cra­zia è incerto. O con­tro­verso. Dac­ché i regimi demo­cra­tici hanno sosti­tuito quelli libe­rali è comin­ciata una guerra per cir­co­scri­verlo è che ha avuto suc­cesso. Demo­cra­zia, si dice, è il suf­fra­gio uni­ver­sale, le libere ele­zioni, la con­cor­renza tra i par­titi. Il resto avanza. Nes­sun dub­bio che que­ste cose ci stiano. Ma la demo­cra­zia e il suf­fra­gio uni­ver­sale li si era voluti pro­prio per can­cel­lare il pri­vi­le­gio delle oli­gar­chie libe­rali e per fina­liz­zare in maniera più egua­li­ta­ria l’azione di governo. Ebbene, le demo­cra­zie sono state svuo­tate e siamo tor­nati indie­tro di oltre un secolo. In nome della demo­cra­zia nor­male.
Che farà il grosso della popo­la­zione, che è a ben vedere gros­sis­simo, come la crisi ha dimo­strato? Un esito certo è la cre­scita dell’astensione. La fru­stra­zione aumen­terà la sfi­du­cia. Gli imbe­cilli diranno che capita ovun­que ed è quindi nor­male. Cre­sce­ranno anche i sen­ti­menti di rivalsa, la cui mani­fe­sta­zione più evi­dente è il raz­zi­smo. Con que­sto sistema elet­to­rale — la Fran­cia inse­gna — il rischio che un par­tito raz­zi­sta, quan­tun­que mino­ri­ta­rio, vinca le ele­zioni, è piut­to­sto alto. 
Vedremo. C’è però una terza pos­si­bi­lità. Che il grosso della popo­la­zione si ribelli. Che intenda che la demo­cra­zia nor­male serve a fre­gare ulte­rior­mente i gio­vani, gli ope­rai, gli impie­gati, gli inse­gnati, se l’è già presa coi pro­prie­tari di case e pre­sto se la pren­derà con gli avvo­cati, i pro­fes­sio­ni­sti e quant’altri. Il capi­ta­li­smo finan­zia­rio se ne infi­schia di tutti. Punta a pel­le­gri­nare infor­ma­ti­ca­mente per il pia­neta, per spe­cu­lare dove meglio con­viene. Bassi con­sumi per i più, cibo di qua­lità sca­dente e con­sumi di lusso per le vedette dello spettacolo. 
Di con­tro, se que­sta por­zione lar­ghis­sima di società non cadesse nella trap­pola della guerra tra poveri e si met­tesse insieme, sarebbe un modo di difen­dersi. Biso­gna ridursi come la Gre­cia per capirlo? È vero che la Gre­cia non rie­sce a sot­trarsi ai suoi spie­tati aguz­zini. Ma è vero anche che se la Gre­cia non fosse sola, se la lotta con­tro la demo­cra­zia nor­male e il capi­ta­li­smo di rapina si allar­gasse, la par­tita si riaprirebbe.

Un esecutivo che si rafforza (ma dov’è l’opposizione?)
di Angelo Panebianco Corriere 7.5.15
 Quanto durerà l’Italicum, la nuova legge elettorale? C’è la possibilità che duri fino al momento in cui un governo (quale che sia) si convinca di essere in procinto di perdere le elezioni successive. Quel tal governo, probabilmente, cercherebbe di cambiare il sistema elettorale per evitare la prevista sconfitta. Ed è possibile che il suddetto governo si faccia forza, per riuscire nell’ impresa, anche delle polemiche e delle aspre divisioni che hanno oggi accompagnato il varo della legge. Una legge, come è già stato rilevato da molti, che ha chiari e scuri: assicura la governabilità grazie al ballottaggio e al premio di maggioranza ma rischia anche, a causa della clausola di sbarramento del tre per cento, troppo bassa, di favorire la frammentazione delle opposizioni
Renzi, comunque, ha fatto, in materia istituzionale, solo metà del cammino. La metà che manca, altrettanto impegnativa, riguarda la definitiva riforma del Senato. I suoi avversari possono ancora impallinarlo, bloccando quella riforma. In tal caso, la vittoria ottenuta da Renzi con l’Italicum sarebbe di fatto neutralizzata, annullata. È la ragione per cui continuo a ritenere sia stata sbagliata la rottura con Berlusconi. Si è persa la possibilità di disporre di una maggioranza ampia, sicura, confortevole, per riformare in tutta tranquillità il Parlamento.
Se Renzi, però, batterà gli avversari anche sul Senato, allora potremo dire che, grazie al combinato disposto Italicum più fine del bicameralismo paritetico, egli avrà fatto davvero la «Grande Riforma» di cui si è parlato inutilmente per decenni, egli avrà cambiato su un punto decisivo l’impianto costituzionale: avrà tolto di mezzo quel meccanismo di «contrappesi senza pesi» (governi istituzionalmente deboli accerchiati da una pluralità di forti poteri di veto) costruito dai costituenti in coerenza con la propria allergia per i governi forti, per gli esecutivi che dominano i Parlamenti anziché esserne dominati.
Se le opposizioni non riusciranno a fermare Renzi neppure sul Senato, allora dovranno rifare molti conti. Nulla ha più successo del successo. Se Renzi vincerà su tutta la linea, nella stessa minoranza del Pd, oggi in rotta di collisione con il premier, ci saranno probabilmente ripensamenti e riposizionamenti. È persino possibile che certi suoi esponenti, a quel punto, scoprano improvvisamente di essere sempre stati («in fondo in fondo») renziani.
Ma anche le altre opposizioni dovranno, fra un’invettiva e l’altra, trovare il tempo per mettersi a pensare. L’Aventino, il fascismo. Ecco come si fa a banalizzare pagine serie e tragiche di storia patria: è sufficiente evocarle a sproposito. Non c’è nessun fascismo. E uscire dall’Aula al momento del voto per tenere compatto il proprio gruppo è del tutto legittimo ma non ha niente a che fare con l’Aventino. È proprio perché Renzi sta rafforzando, con le sue riforme, la posizione del governo all’interno del sistema politico che diventa necessaria, anzi vitale, l’emergere di una opposizione seria, non velleitaria.
Il rischio più grave che corre l’Italia in questa fase storica è di avere, al tempo stesso, un governo che si irrobustisce e un’opposizione che diventa sempre più debole, che si riduce a una confusa congrega di individui politicamente impotenti, agitatissimi e fastidiosamente urlanti proprio perché politicamente impotenti.
Se un’opposizione seria ci fosse, oppure si (ri)formasse, il premier dovrebbe avere timore: dopo un anno e mezzo di governo, infatti, ancora non si è vista una vigorosa ripresa dell’economia. Se avesse di fronte a sé una siffatta opposizione, Renzi dovrebbe cominciare a preoccuparsi. È proprio a questo, a preoccupare i governi, che servono le opposizioni serie. 

La contraddizione dell’ottimismo e quel linguaggio che allontana la gente
di Corrado Stajano Corriere 7.5.15
Sembra che l’ottimismo sia diventato un obbligo e chi dissente, chi vorrebbe approfondire i problemi, discuterli con argomentazioni motivate, giuste o ingiuste che siano, viene guardato come un disfattista, un nemico, un traditore.
Non ci si rende conto che l’ottimismo predicato in questo modo è una contraddizione. Non va d’accordo, infatti, con lo stile politico inaugurato dal governo Renzi e con il linguaggio usato dai governanti, rigonfio di «prendere o lasciare» che certo non serve ad avvicinare i cittadini alla politica e a far ritrovare quella fiducia e quel fervore che sarebbero necessari.
«Abbiamo stravinto, li abbiamo distrutti»; Li abbiamo asfaltati»: sono alcuni dei modi di porgere del presidente del Consiglio, durante gli inimmaginabili voti di fiducia sull’Italicum. E ancora: «Se non votate ricordatevi che andate a casa». È la minaccia che spezza il cuore ai parlamentari terrorizzati di non tornar più in quel paradiso in terra, Montecitorio. Dimentico, Renzi, che non spetterebbe a lui, eventualmente, il potere di sciogliere le Camere.
Ogni giorno si ha la replica di questo linguaggio da ring abitualmente usato dai «secondi» dei pugili per sgridarli o per eccitarli alla lotta, ma creatore di disagio nella vita quotidiana. Non è certamente questo il modo di colmare la distanza tra società politica e comunità. Le espressioni più crude sono destinate ai dirigenti e ai parlamentari del Pd non allineati, deboli vittime d’epoca di quella che fu la sinistra, il Pci, il Pds, i Ds. Viene in mente una pagina dolorante del gran romanzo di Claudio Magris, Alla cieca :«Comunque, finché te le danno gli altri, i nemici, i farabutti, è una cosa che, se hai fegato, puoi sopportare. Il peggio viene quando a metterti nella fossa dei serpenti sono i tuoi, e dopo un po’ non sai più se quelli sono i tuoi o se sono le carogne che con i tuoi hai sempre cercato di spazzar via» La crisi dei partiti è profonda, la caduta delle aggregazioni crea vuoti nella società e può dar vita a populismi dissennati e a reazioni incontrollate. Nel suo saggio di due anni fa, Finale di partito , Marco Revelli spiegò come la crisi dei partiti politici tradizionali rischiava di contagiare l’essenza stessa della democrazia. Ora siamo proprio su quel pericoloso crinale.
La nuova legge elettorale approvata lunedì alla Camera dopo risse, conflitti, scontri all’arma bianca, l’aula semivuota al momento del voto — la minoranza del Pd ha avuto invece il coraggio di votare contro — non risolve, come viene detto, il problema della governabilità. Un costituzionalista illustre come Valerio Onida, già giudice della Consulta e poi suo presidente, ha spiegato sul Sole 24Ore del primo maggio quali sono i rischi della legge per l’equilibrio del sistema democratico parlamentare. Il suo giudizio è decisamente negativo, vede nell’Italicum un «favore per il potere di colui che conquista la carica di primo ministro». Teme per quel che può accadere in un momento come questo in cui «i partiti tendono a trasformarsi in comitati elettorali a sostegno personale di un leader». Inascoltato anche lui.
Il presidente Mattarella, professore di Diritto parlamentare, deputato che votò la legge che porta il suo nome e si batté contro il Porcellum, giudice della Consulta, deludendo le speranze di molti, ha scelto la via del giudizio tecnico-politico in nome dei poteri del Parlamento. Ora ci sarà probabilmente il referendum e la Consulta non rimarrà silente.
La crisi è forse ai timidi albori della fine, non per meriti nazionali — Draghi santo subito — ma è ancora ben pressante in tanti settori della società, la disoccupazione al 13 per cento, quella giovanile al 43 per cento, l’inflazione che fa capolino, i consumi che non crescono, la montagna di soldi da trovare dopo la sentenza della Consulta sul blocco della rivalutazione delle pensioni per la bocciatura della legge Fornero, dodici miliardi, sembra, e anche l’irrisolto problema delle stragi dei migranti nel Mediterraneo e il rifiuto generalizzato della nuova legge sulla scuola, lo sciopero massiccio dei professori, degli studenti e delle famiglie con le manifestazioni di protesta in tutto il Paese che dovrebbero destare preoccupazione. Invece di puntare sull’ottimismo della retorica pubblicitaria non sarebbe più corretto e più utile dire le cose come stanno, smetterla di praticare la vanteria come metodo di governo? Il dire non è il fare.
Lo slogan ossessivamente ripetuto è che si vuole cambiare l’Italia. Qual è il programma riformatore? Il centrosinistra e anche l’Ulivo ce l’avevano. E adesso? «Studiate, ragazzi», dicevano una volta i vecchi maestri agli scolari riottosi. «Non avete le basi», dicevano anche.
«Guai alla decisione che precede l’analisi», ha detto l’altra sera Romano Prodi a Che tempo che fa , la trasmissione di Rai 3. Quale abisso di stile tra il professore colto e i giovani turchi che avranno sì talento, ma lo usano, precoci, per il proprio potere personale e per la propria immagine di pistard della politica. «L’imperativo è tenere botta», «Facciamo il tagliando», «Non molliamo di un millimetro»: di nuovo protagonista il linguaggio, spia indiziaria che smaschera anche i cuori più segreti. 

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