domenica 11 ottobre 2015

40 anni


Risultati immagini per pimpaBuon compleanno Pimpa
MICHELE SMARGIASSI Repubblica 11 10 2015


MANTOVA QUANTI ANNI COMPIE la Pimpa? «Cinque» risponde Altan con sicurezza di genitore. «Solo che compie cinque anni da quarant’anni esatti...». Eterna cucciola fra eterni bambini, perché gli anni passano, ma i suoi lettori non invecchiano mai, come Peter Pan. La prima storia uscì sul Corriere dei Piccoli nell’estate del 1975, nell’era pre-cellulari, pre-Internet, pre-tutto. Eppure, ignara di essere una celebrità internazionale della letteratura per l’infanzia, oggetto di studi letterari e tesi di laurea, la cagnolina a pois rossi continua a giocare con i suoi amici Tito, Rosita e Colombino come se non fosse cambiato nulla dopo 985 avventure su una rivista mensile da quarantamila copie, oggi edita da Panini, decine di volumi, serie tv, giochi, film, ora anche uno spettacolo teatrale, L’Armandone della Pimpa , presentato dal Teatro dell’Archivolto di Mantova. Come disegnatore satirico, Altan preferisce far parlare i suoi grandi attori, Cipputi, Italo e tutta la compagnia dei nasi arricciati. Ma con la Pimpa no, si scioglie come un papà.
Il ‘75 è l’anno della prima edizione... Ma la nascita vera?
«Un paio d’anni prima. Vivevo in Brasile, dove disegnavo fumetti per adulti, ma quel giorno ero a Milano, Kika sulle ginocchia, due anni, mi chiedeva papà fammi una casa, un sole, una mucca, e io le disegnavo casa sole mucca, non ricordo se disse anche fammi una cagnolina, sta di fatto che a un certo punto la Pimpa era lì che correva su un prato, uscita chissà da dove. Si vedeva subito che aveva qualcosa di speciale».
Che cosa?
«Me lo sono chiesto tante volte, credo fosse proprio essere nata in quel modo, non cercata, in un mondo slegato da intenzioni, da doveri».
Per due anni insomma la Pimpa restò tutta per Kika... E poi?
«Poi la vide Marcelo Ravoni, il mio agente, e disse funziona, allora la propose al Corriere dei Piccoli . Dove con mia sorpresa cominciarono a volerla ogni settimana. Intanto, però, la Pimpa era cambiata. Era già la cagnetta bellina e armoniosa di oggi».
Com’era invece la proto-Pimpa?
«Più goffa, tarchiata, occhi spiritati... Insomma era proprio brutta, ma c’era un motivo, io ero giovane, erano anni ribelli, mi piaceva il fumetto trasgressivo, duro, quello americano di Crumb, quello francese di Harakiri... Era una Pimpa un po’ underground. Ma aveva già i pallini rossi, la lingua fuori...».
I pallini rossi, perché doveva essere una cagnolina fiabesca, di pura fantasia?
«No, perché così spiccava sulla pagina. Sono i colori dei segnali stradali».
Infatti Armando la trova sotto un cespuglio mentre cerca fragole... Così almeno nel prequel che hai dovuto disegnare...
«Sì, perché i bambini scrivono lettere, vogliono sapere un sacco di cose sulla vita privata della Pimpa, se avrà dei cuccioli, dov’è la sua mamma...».
Ahi, la Pimpa non ha una famiglia tradizionale. Niente mamma. Di questi tempi potrebbe sollevare qualche perplessità.
«Be’, c’è Armando. C’è stato sempre, è nato assieme alla Pimpa. Nel primissimo disegno c’è già lui che la guarda correre, sorridente. Armando è molto materno. E il fatto che non si sappia bene chi sia, se il padrone della Pimpa, o il papà adottivo, o uno zio, gli lascia la possibilità di coprire molti ruoli. Comunque, ora un elemento materno è entrato in scena: la paperina Olivia, che ho creato per mia nipote, con lei la Pimpa è qualcosa fra la sorella maggiore e la mamma».
Tuttavia la Pimpa non è un fumetto pedagogico, sembra non voler insegnare nulla. Ma i satirici sono moralisti, come hai resistito alla tentazione di tirare la morale della favola?
«La morale no, ma valori ci sono: l’amicizia, ancora più la curiosità, la virtù più generosa. La prima cosa che la Pimpa chiede agli oggetti animati quando li incontra è: chi sei, cosa fai? Anche Armando poi ce l’ha una funzione pedagogica: lasciare che lei faccia tutto quello che le viene in mente, ma senza perderla di vista. La struttura delle storie è semplice, la Pimpa si sveglia, fa colazione, si lava i denti come una brava bambina, poi Armando se ne va al lavoro, non so quale, probabilmente un lavoro d’ufficio in città, e la lascia libera di uscire da sola e di vivere le sue avventure, le raccomanda solo di non far tardi...».
Per forza piace ai bambini...
«Certo, si identificano nella libertà che loro non hanno... Di sicuro Armando non è il tipo di genitore che riempie di impegni la vita dei figli. Ma non è assente, fa solo finta di non essere preoccupato, quel che conta è che alla sera torna, si interessa ai racconti della Pimpa, quindi alla fine la giornata si chiude nella sicurezza e nell’ascolto».
Nelle favole non funziona così, ci sono i lupi cattivi. Nel mondo della Pimpa, il tuo cappuccetto coi pallini rossi, non succede mai nulla di brutto.
«Qualche temporale, qualche malumore che passa subito ».
E non c’è la cattiveria. Hai cacciato l’orco dalle fiabe.
«Non c’è. Per scelta. Per questo ci metto così pochi umani nelle storie, non voglio che portino dentro la cattiveria ».
La Pimpa no, ma i suoi lettori prima o poi la incontreranno. Cipputi direbbe che racconti ai bambini un mondo che non c’è.
«Vero. Lui vive nel mondo com’è, la Pimpa nel mondo come sarebbe bello che fosse».
E quand’è che i lettori scoprono il primo?
«Negli anni ho visto restringersi la “zona Pimpa”. Prima la leggevano fino a sette, otto anni, oggi non si va oltre i cinque, sei».
Ma è la soglia della scuola: è quella la fine delle illusioni?
«Qualcuno scrive delle lettere d’addio: ciao Pimpa, devo lasciarti, ti ricorderò sempre, ma ormai sono diventato grande».
A sei anni?
«Sono assaliti da una quantità di stimoli e di informazioni che li adultizzano presto».
Ci vorrebbe una post-Pimpa.
«Ci ho provato, a inventare un personaggio che seguisse quei bambini nell’età di mezzo tra infanzia e adolescenza. Mi dispiaceva lasciarli andare. Non ci sono riuscito, lo confesso. Non si riesce a trovare qualcosa che abbiano in comune, i bambini di quell’età sono uno diverso dall’altro, sconosciuti».
Nelle storie della Pimpa il telefono ha ancora la cornetta, non c’è mai un cellulare. È lui il grande colpevole?
«La Pimpa vive in un mondo di oggetti animati, devono avere una faccia, è difficile disegnare una faccia su un oggetto senza forma come un cellulare... In casa Pimpa però è apparso un computer, Nicola, uno che sa tantissime cose ma non conosce il profumo dei fiori».
Tecnologia senz’anima?
«Ma no, non c’è nessun tabù anti-tecnologico. Esiste anche una app della Pimpa, per giocare, e il tablet in fondo è un libro animato, no? Ho solo paura che faccia piazza pulita di altre cose, del piacere manuale di disegnare con la matita, della relazione che si crea quando un genitore legge un libro al bambino».
Ecco, i genitori. La Pimpa è entrata anche nel nostro immaginario.
«E in quello degli ex bambini che sono diventati genitori... Quarant’anni sono anche questo. Ho sempre introdotto qualche ironia più sottile per rendere il compito della lettura divertente anche per loro, se il genitore si stufa di leggere e rileggere si rovina la magia di quel momento».
La Pimpa è un impero editoriale, con relativo merchandising: tazze, vestiti, peluche, giocattoli... Diventare un brand non le avrà fatto perdere genuinità?
«Siamo molto attenti a cosa si fa con la Pimpa, non è disponibile a tutto, ad esempio non ci sono pubblicità sul giornalino. Alcune cose non si possono evitare perché la Pimpa deve mantenersi, ma facciamo attenzione».
Ti sei mai chiesto come un bambino pensa la Pimpa?
«Me lo fece capire una bimba, anni fa. Avevamo radunato un piccolo pubblico per collaudare la prima puntata della Pimpa in tivù. Si alzò e mi disse: mi è piaciuto, ma la Pimpa non parla come al solito. Ma come? La Pimpa non aveva mai parlato prima, anzi trovarle la voce era stato un bel problema. E invece sì, per quella bimba una voce l’aveva già. Non importa se fosse la voce della mamma che le leggeva le storie, o quella che immaginava nella sua fantasia. Del resto, quando vado nelle scuole, i bambini mi dicono bravo, la fai proprio bene! Capito? La Pimpa esiste già, io sono solo il suo ritrattista...».
E per te, chi è la Pimpa?
«Fa parte della mia vita. La disegno ancora, una storia al mese, mi piace soprattutto inventare la storia, perché quanto al disegno, lo confesso, dopo quarant’anni vado un po’ in automatico. Non so se avrà ancora successo, ma non voglio smettere. Non so come dirlo, ma se penso che anche solo dieci bambini aspettano la prossima storia, be’, gliela devo dare. E poi mi mancherebbe. Con la satira politica mi arrabbio, con la Pimpa invece mi rilasso, entro nel suo mondo e improvvisamente tutto ha una logica. Almeno lì ».

Nessun commento: