sabato 17 ottobre 2015

Completato il Grande Cretto di Burri a Gibellina



I resti di Gibellina avvolti in un lenzuolo di cemento 
Grande Cretto. Il restauro e il completamento dell’opera «siciliana» di Alberto Burri 

Valentina Sansone Manifesto 17.10.2015, 0:29 

Nell’anno dedi­cato al cen­te­na­rio della nascita di Alberto Burri (Castel Sant’Angelo, 1915) nume­rose ini­zia­tive hanno cele­brato la figura dell’artista umbro. Men­tre è in corso la più grande retro­spet­tiva sull’opera di Burri al museo Gug­ge­n­heim di New York – la mostra rag­giun­gerà suc­ces­si­va­mente la Ger­ma­nia e l’Italia – l’atteso com­ple­ta­mento del Grande Cretto a Gibel­lina è stato final­mente por­tato a ter­mine, dopo la chiu­sura del can­tiere già in mag­gio.
I lavori di com­ple­ta­mento del Grande Cretto rap­pre­sen­tano solo una prima parte degli inter­venti sulla com­plessa opera di Burri. La seconda riguarda, infatti, la fase di restauro, attesa da anni, per cui sono stati stan­ziati i fondi necessari. 

Quarant’anni dopo il ter­re­moto del Belice, nel 2008, la Fon­da­zione Ore­stiadi, il comune di Gibel­lina e il museo Riso ave­vano for­ma­liz­zato un’intesa che aveva por­tato suc­ces­si­va­mente all’analisi dei mate­riali e dei feno­meni di degrado del Grande Cretto, in vista della sua pos­si­bile «cura». Men­tre i pro­blemi legati al com­ple­ta­mento dell’opera pote­vano rite­nersi col­le­gati alla mor­fo­lo­gia del ter­reno, secondo quella prima ana­lisi, il restauro riguar­de­rebbe soprat­tutto la rimo­zione degli ele­menti di degrado e di alte­ra­zione cro­ma­tica delle superfici. 

Ini­ziata nel 1985 e inter­rotta già quat­tro anni dopo, nel 1989, l’impresa del Grande Cretto di Gibel­lina aveva rico­perto con una colata di cemento 66mila mq i resti della città fan­ta­sma. Il pro­getto ori­gi­na­rio dell’artista ne pre­ve­deva invece 86mila. 

Seb­bene il pro­getto abbia incon­trato non poche dif­fi­coltà, soprat­tutto in fase di appro­va­zione e avvio dei lavori, le ope­ra­zioni di com­ple­ta­mento di quella enorme «instal­la­zione per­ma­nente» furono inter­rotte prin­ci­pal­mente per motivi eco­no­mici, legati alla pro­du­zione dell’opera, com­mis­sio­nata nel 1981 da Ludo­vico Cor­rao, allora sin­daco di Gibel­lina (in gio­ventù, Cor­rao fu uno dei prin­ci­pali pro­ta­go­ni­sti dell’Operazione Milazzo, che negli anni Cin­quanta con­sentì a un gruppo di disob­be­dienti della Dc di for­mare un governo cristiano-sociale in Sicilia). 


Nume­rosi arti­sti accet­ta­rono l’invito del sin­daco e ade­ri­rono al pro­getto di fon­da­zione della nuova Gibel­lina, che avrebbe incluso piazze, edi­fici e monu­menti. Fu allora che anche Burri decise di inter­ve­nire e lo fece sui ruderi della vec­chia città, inglo­ban­done i resti nel cemento, seguendo il vec­chio assetto urbano.
Ai tempi di quei tra­gici avve­ni­menti, nelle terre del Belice il cemento armato era «una lus­suosa ecce­zione»: le abi­ta­zioni, che erano fatte di gesso, furono spaz­zate via dalla furia del terremoto. 
Il «len­zuolo» che Burri rea­lizzò è fatto pro­prio di cemento. Ha rive­stito quell’area ele­van­dola a un sim­bolo di resi­stenza. Oltre­tutto Gibel­lina era stata col­pita dal ter­re­moto negli stessi anni in cui la Sici­lia già lot­tava per non dive­nire terra di rifu­giati. Lì, dove fece molto anche Danilo Dolci, dopo la notte del 15 gen­naio 1968, risuo­na­rono le voci di Leo­nardo Scia­scia – che, sulle pagine de L’Ora di Palermo, rivolse un ana­tema con­tro lo Stato ita­liano; e di colui che diresse lo stesso quo­ti­diano per vent’anni, Vit­to­rio Nisticò – «Se un mira­colo ci dovrà essere sarà quello che noi stessi sapremo realizzare». 
Dopo l’inivito a Burri, nel 1981, Mario Schi­fano rea­lizzò nove grandi tele per il suo Ciclo della Natura nel 1984. Segui­rono le opere di Pie­tro Con­sa­gra, Carla Accardi, Ales­san­dro Men­dini, Andrea Cascella, Mimmo Rotella, Franco Purini e Laura Ther­mes, Ludo­vico Qua­roni, Fran­ce­sco Vene­zia: il numero delle pre­senze arti­sti­che a Gibel­lina dal ter­re­moto in poi è impre­ci­sa­bile. Anche Joseph Beuys visitò Gibel­lina nel 1981. 
La noti­zia del com­ple­ta­mento del Grande Cretto ci per­mette di riap­pro­priarci dell’opera dell’artista che la con­cepì. Attra­verso la scelta di ese­guire un inter­vento su un’area dis­se­stata molti anni prima da un grave sisma, Burri non resti­tuì uni­ca­mente «quel biso­gno di ricordi e di memo­ria per i futuri secoli», come scrisse Ludo­vico Cor­rao. La sto­ria di quei luo­ghi ne ha fatto un can­tiere a cielo aperto: un cor­pus di opere in pro­gress per una «archeo­lo­gia del futuro» (Ric­cardo Venturi). 
Il Grande Cretto di Burri a Gibel­lina si arric­chi­sce oggi di nuovi signi­fi­cati e di spunti: ne rin­nova la memo­ria, gli intenti e i con­te­nuti. Ci augu­riamo diventi un sim­bolo di rico­stru­zione per tutte quelle aree che ancora atten­dono l’intervento dello Stato. 

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