domenica 25 ottobre 2015

Nuovi movimenti e sviluppo della Pop Art come rivoluzione passiva: una mostra a Londra


The EY Exhibition: The World Goes Pop
Tate Modern, Londra



Antimilitarismo, femminismo, opposizione ai totalitarismi Alla Tate Modern di Londra l'altro volto di una corrente

Redazione - il Giornale Sab, 24/10/2015



Sono Jimi e vi racconto che il paradiso è come un rock 
L’intervista impossibile di Rick Moody alla leggenda Hendrix

RICK MOODY Repubbliac 24 10 2015

Paul Allen si fermerà mai? Secondo alcuni pettegolezzi e insinuazioni, l’ultima impresa in ambito musicale del cofondatore della Microsoft e investitore in capitale di rischio riguarda il finanziamento di un baracchino pubblico nelle strade di Seattle dove chiunque potrà parlare con il defunto chitarrista James Marshall Hendrix. Alcune fonti riferiscono che la tecnologia utilizzata è una versione
molto più complessa degli esperimenti di intelligenza artificiale, tramite cui potenti mainframe vengono bombardati da una tale quantità di domande campione che, col tempo, la gamma di risposte disponibili comincia ad assomigliare a un’intelligenza umana. Secondo fonti anonime, questo tentativo è stato fatto solo ed esclusivamente per mettere i fan in contatto con il defunto Hendrix, che sembra essere più riflessivo, più nostalgico, più elegiaco.
Data la situazione in cui mi trovo qui a intervistarla, vorrei prima di tutto farle una domanda che Allen Ginsberg, in sogno, fece a Joan, la moglie di William Burroughs, molti anni dopo la scomparsa di lei: «I morti hanno memoria, amano ancora le persone che conoscevano in vita e si ricordano ancora di noi?» «Quassù abbiamo un sacco di tempo per valutare, per riflettere su quesiti più ampi. Possiamo ricordare il passato, da qui, possiamo vedere gente, vecchi amici, vediamo Eric Clapton. Prendi le altre conversazioni con Eric, tutte le jam session, se non avessimo cercato ogni santa volta di suonare meglio di lui e basta, beh, adesso potremmo vedere e sentire anche tutte quelle cose lì».
Mi sta dicendo che dopo la morte atterriamo sul serio in un posto da cui guardiamo dall’alto le vite degli altri?
«Non come una nuvola galleggiante. Se fosse una nuvola galleggiante, allora ti diremmo che era una nuvola galleggiante, perché avremmo scritto qualcosa in merito, sulle nuvole galleggianti, perché le nuvole galleggianti ricordano certe mie canzoni. Ma non esiste nessuna nuvola galleggiante. Non c’è nessun signore vestito di bianco con la barba, nemmeno quello».
Non si trova in un regno dei cieli ebraico- cristiano?
«Dove stiamo noi, ce l’hanno le Stratocaster? Lo chiedo a te. Un grande rimpianto è che questo tizio, che un tempo si chiamava Jimi, non sia vissuta ai tempi dell’auto-tune, il che significa, dammi retta, che questo tizio deve andare sul palco e accordare la sua amata, e la cosa lo condiziona di continuo, e a questo tizio magari gli tocca tribolare per accordare la sua chitarra, ed è il motivo per cui al tizio in questione, che un tempo si chiamava Jimi, a volte gli toccava portare la chitarra fin sotto l’amplificatore, o forse questo tizio non poteva far altro che sollevare in alto il collo della chitarra, squarciando il cielo per la frustrazione, perché questo tizio qua aveva il sentore di quanto sarebbe accaduto, e cioè una morte prematura. Per cui c’è una frustrazione per le cose lasciate a metà, e questo tizio può accettare di finire in un posto dove non avrà nessuna chitarra, ma dove ogni suo gesto verrà registrato in una serie di armonici celestiali. Qua le Stratocaster non si possono suonare, se è quello che mi stai chiedendo. ».
Quando nell’autobiografia Miles Davis afferma che, al momento della sua morte, lei era interessato a registrare pezzi “fusion” e sottolinea che ha registrato soltanto con i musicisti bianchi della Jimi Hendrix Experience perché pensava che la stragrande maggioranza del pubblico si aspettasse questo, è corretto nel suo giudizio?
«Mia madre è morta che ero ancora un ragazzo. Così ho girovagato in lungo e in largo col babbo, un trasloco dopo l’altro, scuole nuove, e poi m’ha preso in casa una zia, non proprio mia zia. È solo quando sono arrivato qui che ho visto in mezzo a quanta sofferenza ero passato, ho visto la mia posizione nel mondo della musica, la gente che s’era approfittata di me, la gente che m’aveva portato via i soldi. Ho visto gente che negava i diritti alle mie canzoni. Tutto quel pubblico voleva solo che io continuassi a suonare le mie hit, e che facessi l’assolo com’era sul disco. C’è un tizio che suona la tromba e vuole fare una jam session con me, questo tizio veniva dalla Juilliard ed è il più grande trombettista della storia, forse eclissa anche Louis Armstrong, e chi cazzo sono io per contraddirlo? Non ho manco finito le superiori. Suonavo la chitarra e basta, qualsiasi tipo di musica. È così che trovavo la mia dose di grazia in questo mondo. Quando suonavo».
Può dire qualcosa di più sul fatto di essere un’icona afroamericana in un contesto di bianchi?
«Non si trattava di un colore, si trattava di tutti i colori possibili. La mia musica era espressione di tutti i colori. Molti grandi compositori del passato, uomini che ho incontrato di persona, Coltrane, Mingus, sentivano il rapporto tormentato che esisteva tra musica e colore e cercavano di esprimere tutto questo attraverso il linguaggio della musica. Che ti credi, che Martin e Malcolm stanno qua a giocare a ping-pong o a qualche altra cazzata del genere? Versano lacrime. Così ho preso quella sofferenza, le testimonianze di Lightnin’ Hopkins e di Muddy Waters, e le ho trasformate in musica, tutto qua».
Della musica contemporanea in questi giorni sta ascoltando qualcosa in particolare?
«Il lieve ronzio di un insetto nell’orecchio è musica, i cavi dell’ascensore e i contrappesi che vanno su e giù è musica, i camion che passano sull’autostrada è musica, i tizi che blaterano in tv dell’ennesima guerra in cui vi siete cacciati è musica, il rumore degli spari sopra i tetti all’alba, questa è musica, il pianto di un bambino consolato dalla madre, questa è musica, tutto questo è musica. Non c’è bisogno di ascoltare tutta quella merda, non c’è bisogno di ascoltare tutte quelle Britney Spears, amico, o un ragazzo svedese con una tavola attuariale avuta da una compagnia assicurativa che gli dice quanti battiti dovrebbe avere al minuto, e tutto l’ambaradan è suonato da una macchina, amico, beh, questa non è musica».

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