venerdì 8 gennaio 2016

Sepulveda, il cristianesimo e il justum bellum


Juan Ginés de Sepulveda: Democrate. Dialogo sull’accordo tra la professione delle armi e la fede cristiana, Quodlibet, Macerata 2015, pagg. 336, € 26

Risvolto
Pubblicato a Roma nel 1535, il Democrates di Sepúlveda ha ispirato la rinascita dello stoicismo moderno. Testo polemico rivolto contro Erasmo e Machiavelli, il dialogo rispose alle inquietudini del tempo trattando del problema della guerra e della sua legittimità morale per i cristiani. Si poteva esercitare serenamente il mestiere delle armi tenendo conto dei precetti del Vangelo? Si poteva accordare l’etica antica e mondana della gloria con quella della pietà? Richiamandosi a Cicerone e ad Aristotele, Sepúlveda respinse il pacifismo erasmiano, esaltò la potenza spagnola e replicò alle pagine corrosive di Machiavelli sul rapporto tra cristianesimo, decadenza politica e virtù militare. Il Democrates, inoltre, costituì il primo momento in cui Sepúlveda elaborò una dottrina della guerra umanitaria che servì come base per la legittimazione dell’imperialismo coloniale europeo.

Sulle guerre sante e giuste
Armando Torno Domenicale 27 12 2015
Nel 1545, mentre si aprono i lavori del Concilio di Trento, termina la stesura di un libro che legittima la guerra speciale per la conquista del Nuovo Mondo. La pubblicazione è però ritardata dai domenicani. Il suo autore, Juan Ginés de Sepulveda, aveva studiato anche a Bologna seguendo gli insegnamenti di Pomponazzi; dal 1536 era diventato storiografo di Carlo V, ma anche cappellano reale. Con Erasmo da Rotterdam aveva avuto scambi di consensi e di critiche. Nel clima umanistico di quell’epoca ha un suo peso, tanto che il cardinal Gaetano lo incaricò tra il 1527 e il 1529 di rivedere il testo del Nuovo Testamento. 
Quel libro che dicevamo e che l’Università di Salamanca nel 1547 ha l’incarico di vagliare, si intitola Democrates alter. Oggi si dovrebbe subito precisare che contiene idee politicamente scorrette. Si possono riassumere così: erano legittime le guerre contro gli indigeni americani e lecito era catturarli come schiavi, data la loro natura inferiore. Non entreremo nei dettagli e nelle questioni sollevate dall’opera, che fu tradotta da Quodlibet nel 2009, aggiungiamo soltanto che ora esce il primo Democrates di Juan Ginés de Sepulveda, libro che vide la luce a Roma nel 1535. Ovvero nell’anno in cui Carlo V strappò all’Impero Ottomano la città di Tunisi e giunse a Roma cercando di convincere papa Paolo III, al secolo Alessandro Farnese, da poco eletto, a convocare un concilio.
Questo primo trattato si presenta con un titolo lungo, accattivante ed esplicativo, Democrate. Dialogo sull’accordo tra la professione delle armi e la fede cristiana”. Pone questioni come la seguente: è possibile intraprendere una guerra tenendo conto dei precetti evangelici? Respingendo gli ideali pacifisti di Erasmo, criticando Machiavelli che imputava al cristianesimo un infiacchimento degli animi e non poche colpe per la decadenza politica e militare, Sepulveda diventa il teorico della guerra umanitaria, un concetto che fu molto gradito al colonialismo europeo dell’epoca e dei secoli successivi. Ora Quodlibet propone la traduzione con il testo latino a fronte, a cura di Vincenzo Lavenia, anche di questo primo Democrate. 
Va ricordato che Erasmo nella Querela pacis e negli Adagia aveva preso le distanze dal «Dio degli eserciti», quello caro all’Antico Testamento, a taluni pontefici nonché a numerosi interpreti che legittimavano l’uso delle armi, e scrisse parole chiare (riportate da Lavenia nella sua introduzione): «Un dottore davvero cristiano non approva mai la guerra; forse in qualche caso la permette, ma controvoglia e con dolore». Machiavelli, al contrario, più suadente del sommo umanista, attento nell’anteporre la forza alla giustizia, anzi vedendo la seconda dipendere dalla prima, credeva la guerra una realtà inevitabile (per Hegel sarà anche utile) e nei Discorsi attaccava senza mezzi termini il cristianesimo contrapponendovi gli ideali pagani: «La religione antica non beatificava se non uomini pieni di mondana gloria, come erano capitani e principi di repubbliche. La nostra religione ha glorificato gli uomini più umili e contemplativi che gli attivi». Parole scritte in un mondo in cui la Chiesa non scarseggiava di guerrafondai, papi inclusi.
Sepulveda nel suo primo Democrate entra in questo ideale dibattito e fa proferire ad Alfonso la risposta al quesito se la professione delle armi contrasti con la dottrina cristiana: «Anch’io in passato mi sono lasciato irretire da quella tesi; non perché ritenga che ai cristiani la fede proibisca di fare guerra (spesso mi pare che vi siano cause assai giuste, anzi necessarie, per intraprenderla), ma perché accadono molte cose nella vita per le quali a un uomo di valore è necessario perdere la buona fama (di cui deve avere massima cura) oppure mettere da parte i precetti della religione».
Più avanti Sepulveda affronta il problema discettando del «giusto per natura»; riflette sul giudizio di chi deve stabilire cosa sia bene e male. Giunge tra l’altro a ricordare che la guerra «secondo il diritto di natura» è fatta anche dalle bestie. Affrontando il tema Per quali cause si debba muovere guerra ricorda: «Non si dovrà affatto pensare che sia contro la religione o turpe rivendicare i propri beni sottratti o punire i malvagi. Né ci si dovrò vergognare di imitare Abramo, uomo giusto e chiamato amico di Dio. Egli molti secoli prima che fossero dettate le leggi degli ebrei, seguendo il diritto di natura mosse guerra contro quattro re che esultavano per la vittoria e li mise in fuga». Il resto viene da sé. E tale dibattito torna ad avere una certa attualità.

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