sabato 5 marzo 2016

Se c'è un golpe statunitense da qualche parte nel mondo, si può essere assolutamente certi che Repubblica starà dalla parte dei golpisti e contro la democrazia

IL MITO DI LULA FINISCE NELLA POLVERE 
MOISÉS NAÍM Restampa 5 3 2016
Moisés Naím è uno scrittore e giornalista venezuelano, già direttore esecutivo della Banca Mondiale
CHE COSA sta succedendo davvero in Brasile? Prima di stupirsi di fronte agli ultimi avvenimenti di cronaca bisogna riflettere sulla vera novità che ci si presenta davanti. Perché il fermo per interrogatorio dell’ex presidente Lula da Silva è solo l’ultimo episodio di una tendenza nuova che vediamo finalmente affiorare in America Latina: l’intolleranza alla corruzione. L’America Latina ha deciso di dire basta. La corruzione era finora sempre stata considerata come un fatto inevitabile della vita: quasi un portato della condizione umana. Ma questa convivenza passiva, si direbbe quasi pacifica, sembra che stia finendo — o almeno è meno solida che nel passato. È finita in Guatemala, dove pochi mesi fa la gente è scesa in strada per cacciare dal potere il presidente Otto Molina. È proseguita nello scandalo in Cile che ha segnato la presidenza di Michelle Bachelet.
SEGUE A PAGINA 33 CIAI, LIVINI, MASTROGIACOMO E OPPES ALLE PAGINE 12 E 13
ANCHE la sconfitta in Argentina di Cristina Kirchner va ascritta in parte a questa tendenza: il suo governo è stato macchiato da grandi accuse di corruzione.
Ma è quello che sta succedendo in Brasile che adesso salta più agli occhi. L’aver messo sotto inchiesta Lula dimostra che come in tutte le vere democrazie nessuno è al di là della legge. Fino ad ora l’impunità dei potenti era la norma in Brasile. Infatti, quelle indagini che hanno già portato in prigione alti potenti hanno davvero intrapreso l’ultima svolta. In Brasile è già caduta la testa di Marcelo Odebrecht, l’amministratore delegato di una delle più grandi aziende di costruzioni del Paese. In Brasile è già caduta la testa di Andres Estévez, il capo di una delle principali banche di investimenti, la Btg Pactual. E questi sono solo due esempi, ci sono altri capi di grandi aziende che in un passato non troppo lontano erano intoccabili. Così, i federal prosecutors non solo hanno colpito i leader delle più grandi aziende ma anche politici potentissimi: forse il più simbolico è Joao Santana, quello che è stato definito “il creatore di presidenti”, il principale consigliere prima di Lula e poi dell’attuale capo dello Stato, Dilma Rousseff.
Ecco perché il colpo di ieri a Lula è solo l’ultimo atto di questa vera e propria guerra. Con questo non vogliamo certamente proclamare la colpevolezza di Lula. Sarà naturalmente l’inchiesta a fare luce su tutto questo. Ma la sentenza politica è stata già pronunciata. La gente che scende in piazza per protestare e difendere l’ex presidente sembra arrivare dal passato: il nuovo sono le folle che applaudono gli eroi del momento. Come Sérgio Moro. Moro è il vero simbolo di questa nuova tendenza dell’America Latina: è il giudice federale a capo del team di magistrati che con coraggio sta alzando il velo sugli affari di personaggi che fino poco tempo fa godevano di una impunità a prova di tutto.
Moro è giovane. Ha 42 anni. Sembra un attore di cinema: è molto telegenico. E simbolizza una nuova generazione di magistrati che hanno deciso, in America Latina, di osare quello che finora era stato impossibile osare: avere il coraggio di toccare gli intoccabili. Certo: anche in Brasile — sopratutto in Brasile — la magistratura è da sempre infiltrata dalla politica. Ed è chiaro che questa inchiesta sia favorevolmente vista dagli oppositori prima di Lula e oggi di Dilma. Ma l’azione di questi magistrati dimostra che anche in Brasile, nella magistratura, ci sono isole di decenza. Anche in Brasile c’è spazio per una Mani Pulite: con la speranza che il procuratore Moro abbia una traiettoria differente da quella che in Italia ha avuto Antonio Di Pietro. Che continui cioè a fare il suo lavoro di magistrato senza usare popolarità e simpatia per riempire il vuoto politico che le sue inchieste stanno creando.
Resta da vedere quale sarà la conseguenza più importante di questa svolta. Di questa nuova tendenza. C’è già chi sostiene che tutto questo rischia di mettere ancora più in difficoltà il Paese alla vigilia delle Olimpiadi. Ma la vera preoccupazione del Brasile in questo momento non sono i Giochi. E non è neppure l’instabilità politica. È l’implosione dell’economia. In questo momento il Paese sta attraversando una delle crisi più gravi degli ultimi anni. Ed è qui che le inchieste di questi giorni si incrociano ancora una volta con la politica. La crisi economica continua a crescere e la capacità del governo di contrastarla è sempre più debole. Il governo è distratto: l’inchiesta che adesso coinvolge Lula non potrà non coinvolgere Dilma. C’è un’intera classe dirigente sotto minaccia: anche Dilma è nel mirino. Insomma: la signora è stata addirittura a capo di Petrobras. Possibile che non si sia accorta dei migliaia di milioni di dollari evaporati nella esplosione della corruzione?
Ecco perché, anche se l’inchiesta è solo agli inizi, la mappa politica del Brasile, e forse dell’intera America Latina, si sta già ridisegnando.

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