Lorenzo Braccesi: Agripina la sposa di un mito, Laterza, pp. 240, euro 20
Risvolto
Dal padre aveva appreso la disinvoltura a convivere con le truppe. Dalla madre il carattere passionale e l’arroganza di casta non disgiunta dalla capacità di sedurre anche i ceti subalterni. Dal nonno Augusto aveva ereditato il senso dell’autorità e il rispetto per la tradizione dei valori romani. Ma Agrippina era donna e, se una donna del I secolo d.C. voleva emergere, doveva pilotare nell’ombra l’azione del marito.
Lorenzo Braccesi ricostruisce le inclinazioni politiche, i vertici di gloria, le vicende d’amore e di disperazione di Agrippina, personalità dirompente della dinastia giulio-claudia.
Le trame occulte di Agrippina per creare il mito di Germanico
Libero 15 Apr 2016 SILVIA STUCCHI RIPRODUZIONE RISERVATA
«A tutte le donne come Agrippina, nevrotiche e caparbiamente innamorate»: a loro Lorenzo Braccesi, dedica il suo saggio su Agrippina, nipote di Augusto e figlia di Agrippa. Autore nel 2012 di Giulia, la figlia di Augusto, Braccesi continua con Agripina la sposa di un mito ( Laterza, pp. 240, euro 20), a scandagliare le dinamiche del potere nella prima famiglia dell’Impero sorto dalle ceneri delle guerre civili, seguendo il fil rouge delle grandi personalità femminili. Essendo infatti le donne impossibilitate a rivestire un ruolo politico attivo, dovevano agire per tramite dei mariti, fratelli, figli: si capisce quindi come per Agrippina sia profondamente inadeguata l’antica formula di elogio femminile:N domi mansit, lanam fecit, «restò in casa, filò la lana»; infatti, sposando Germanico, figlio di Druso, fratello di Tiberio, costituì una coppia ideale: nobili, giovani, adorati da plebe e soldati, e benedetti da una copiosa discendenza (ben sei figli, di cui due, il futuro Caligola, princeps dal 38 al 41, e Agrippina Minore, madre di Nerone, destinati a far molto parlare di sé).
Eppure,
Agrippina, in quel matrimonio combinato, con un uomo che davvero amò,
trovò anche un mezzo per cercare di forzare i delicati ingranaggi del
sistema di potere ideato da Augusto con una serie di astuti equilibri
istituzionali: non dimentichiamo che Agrippina, «insigne per fecondità e
per virtù» (Tacito), fu una combattente, animata da odio tenace per
Tiberio, e, soprattutto, per Livia. Agrippina cercò dunque di mitigare
la situazione dei familiari costretti alla relegatio (Giulia, la madre, e
il fratello Agrippa Postumo), sino a farsi leader delle legioni
ammutinate in Germania nel 14. E in tale cornice matura in Agrippina il
piano di creare il “mito” di Germanico, che è giunto sino a noi come
nuovo Alessandro, a partire dalle campagne contro i Germani per
continuare poi nel viaggio in Oriente e in Egitto: qui emerge davvero la
coesione straordinaria della coppia Agrippina-Germanico, fautrice di un’idea di regalità modellata secondo i parametri orientali; tale era stato già il piano di Marco Antonio, che di Germanico era nonno materno.
Braccesi sottolinea il fil rouge femminile anche nelle vicende relative della morte di Germanico, avvenuta ad Antiochia, in sospetto d’avvelenamento: alla coppia Agrippina-Germanico, dagli atteggiamenti sempre più sovversivi rispetto alla cauta prudenza tiberiana per gli istituti repubblicani, si contrappongono Pisone, inviato da Tiberio stesso per contrastare Germanico, e la di lui moglie Plancina, amica e confidente di Livia. Morto Germanico, Agrippina, sempre più sola, si ammanterà nelle perenni gramaglie di «vedova di un mito».
«A
tutte le donne come Agrippina, nevrotiche e caparbiamente innamorate»: a
loro Lorenzo Braccesi, dedica il suo saggio su Agrippina, nipote di
Augusto e figlia di Agrippa. Autore nel 2012 di Giulia, la figlia di
Augusto, Braccesi continua con Agrip-
elle
ultime pagine, ricordando le angherie cui furono sottoposti ella e i
due figli Nerone e Druso, emerge la lettura negativa che Braccesi dà di
Tiberio: prima, dà prova d’ipocrisia rallegrandosi per la morte di
Germanico, benchè sia im probabile che ne fosse mandante; poi decide
freddamente di abbandonare al suo destino Pisone; infine, dimostra
irriducibile altezzosità rifiutando di imparentarsi con Seiano, la sua
anima nera, che smania per un matrimonio prestigioso. Braccesi, così,
illumina di nuova luce un brano di Tacito brano passato spesso sotto
silenzio: la fine terribile di Agrippina, morta d’inedia, sarebbe anche
dovuta al suo rifiuto di imparentarsi con Seiano, vendicatosi
atrocemente. E Tiberio? «Tetro per natura», dopo anni nell’ombra della
madre incombente, è «logorato nell'intimo dalla sua scarsa capacità di
comunicazione »: poi, nel triste, senile declino (per lui Braccesi usa
l’aggettivo «psicotico», parlando di «mente disturbata») arriva a
decidere della morte del figlio di Agrippina, Druso, e quindi di
Agrippina stessa, impedendo persino che le sue ossa vengano accolte nel
mausoleo di famiglia; ma Tiberio preserverà singolarmente, l’altro
figlio di Agrippina, Caligola: sarà lui a traslare i resti materni a
Roma, unico, o quasi, atto meritorio di un principato breve e discusso.
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