per il Gordon Pym, ma a essere decisiva fu l’esperienza personale. Nel 1880 infatti, ventenne, Doyle abbandona improvvisamente gli studi di medicina e senza un apparente motivo si imbarca come medico di bordo su una baleniera, che in un viaggio di sei mesi lo porterà dalla Scozia fino al cuore del Circolo Polare Artico, fra la Groenlandia e le isole Spitzbergen. Come medico, Doyle è tenuto a redigere un asciutto bollettino: la sua innata propensione alla scrittura lo spinge invece a tenere un diario ove ai dati relativi alla navigazione e alla caccia a foche e balene si alternano confessioni sentimentali, esercizi poetici, ritratti dei compagni, resoconti di conversazioni, alterchi, scontri di pugilato: e soprattutto disegni, disegni della banchisa, degli animali vivi e di quelli uccisi, delle nuvole, delle onde, della lavorazione del grasso di balena. Pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 2012 a cura di Jon Lellenberg e Daniel Stashower, il diario, con 64 splendide tavole a colori che ne riproducono le pagine con i disegni, esce ora in Italia ( Avventura nell’Artico, Utet, traduzione di Davide Sapienza), e rilascia una potente energia melvilliana: tuttavia Doyle non sembra aver letto Melville, che non cita mai. Ma anche senza voler imitare l’Ismahel di Moby Dick, egli si imbarcò certamente obbedendo a un desiderio di avventura: lo intuiamo dall’iniziale delusione allo scoprire che la baleniera non è una nave sinistra («gli ottoni splendono e i ponti sono immacolati »), e dall’insofferenza relativa alla quiete della navigazione («Non ho fatto niente tutto il giorno», annota stizzito il 6 marzo). Addirittura, rimane deluso come un bambino dal fatto che, durante gli scali, non nascano mai risse fra gli uomini dell’equipaggio e i locali («Oggi ho il permesso dal capitano di andare da Queen’s con alcuni dei più grossi sottoufficiali per vedere se riusciamo a fare una rissa»). Per questo nelle prime settimane le pagine più vive sono quelle dedicate ai ritratti dei compagni, dal capitano Gray, «magnifico marinaio» che sembra uscito da un romanzo di Conrad, al robusto cambusiere, con cui Doyle si esercita nel pugilato, a un certo macchinista affamato di cultura («L’altra sera il primo macchinista è salito dalla sala del carbone e al chiaro di luna sul ponte mi ha sfidato a parlare di darwinismo. L’ho massacrato»). Ma bastano gli avvistamenti delle prime foche a elettrizzare l’impaziente medico di bordo, che fino al termine della spedizione redigerà meticolosissime tabelle per registrare il numero delle prede, la specie, il sesso, l’età, e quante uccise da chi e con che tecnica, e quante da lui in persona, e con quanto profitto totale e quanto pro capite, eccetera. Alla fine le vittime saranno più di 3.600, cifra giudicata da Doyle appena sufficiente ad ammortizzare i costi del viaggio. Colpisce il cinismo della contabilità, appena temperato da un moto di pietà («È un mestiere maledetto quello di fracassare la testa alle piccole disgraziate mentre ti guardano in faccia con i loro grandi occhioni neri») e da un tardivo pentimento («le abbaglianti pozze cremisi sul bianco sfolgorante delle distese ghiacciate, immerse nella pace e nel silenzio dell’azzurro cielo artico, a me apparivano davvero un’orrenda violazione»). Ma ancora una volta è la letteratura a imporsi, e a dettare un autoritratto all’altezza di un romanzo di avventure: «Avevo i capelli dritti, la faccia ricoperta di sporco e sudore, le mani insanguinate. Portavo gli abiti vecchi, gli stivali splendevano di acqua ed erano incrostati dalla neve in alto. Intorno alla giacca una cintura con un coltello nel fodero e un pugnale infilato dentro, il tutto con il sangue rappreso. Intorno alle spalle avevo un rotolo di corda e in mano tenevo una lunga ascia da beccaio imbrattata di sangue».
Conan Doyle tra ghiacci e balene
Di Sherlock Holmes non c’è ancora traccia; d’altronde, il futuro scrittore ha poco più di vent’anni ed è inconsapevole di ciò che gli riserva il destino. Parte per il nord siderale con qualche taccuino prezioso tra le mani, alcune matite, libri di filosofia e molta voglia di imparare da quell’equipaggio esperto (58 i membri in tutto) uno dei mestieri più antichi del mondo. Il quaderno (l’originale è conservato presso la British Library di Londra) si riempirà giorno dopo giorno con annotazioni e disegni, trasformandosi in un diario di bordo dettagliatissimo, fino al carniere personale che segna il «bottino» – foche giovani, foche dal cappuccio, narvali, strolaghe, zigoli delle nevi – e al corredo iconografico (dalle orme di orso al capitano Gray che scuoia una balena).
Avventura nell’Artico (pubblicato per la prima volta da Utet, a cura di Jon Lellenberg e Daniel Stashower, traduzione di Davide Sapienza, pp. 253, euro 22) è un affascinante romanzo di iniziazione che si snoda in venticinquemila parole e settanta illustrazioni a china (qualcuna pure a colori). Al suo interno, il volume racchiude anche altri scritti artici, conferenze, racconti e narrazioni tra il leggendario e il realistico rielaborati poi nella sua autobiografia (Memories and Adventures).
Non si sa se Arthur Conan Doyle avesse a quel tempo letto Melville; certo è che alcuni suoi passaggi – la lotta con una natura ostile, le tempeste, i venti sfavorevoli alla navigazione, l’incontro nell’oceano aperto con animali mitologici che diventano loro malgrado «territori di caccia» – hanno diverse assonanze con l’epopea di Moby Dick, anche se lo scrittore di Edimburgo è più scientifico, più scarno nello stile, molto concentrato sulla vita di bordo, mentre le sue osservazioni seguono il procedimento empirico dei naturalisti. «Linea bianca in cielo. Sembrano tutti convinti che troveremo il ghiaccio prima di domani. Dalla calma che c’è si capisce che ci siamo quasi. Il capitano mi ha raccontato alcuni dei suoi sogni più curiosi…».
Doyle, pozza di sangue sul ghiaccio: un diario alla Darwin
Un kairós vittoriano ha sempre soffiato a favore di
Arthur Conan Doyle fin dalla nascita nel 1859, anno di pubblicazione del
capolavoro di Darwin, L’origine delle specie, di cui il ventenne Doyle
discuteva con il capo macchinista, a bordo della baleniera Hope. Ma non
si lasciarono sfuggire neanche un nutrito confronto tra Shakespeare e
Goethe, e certi problemi irrisolti di filologia biblica. Su quella
baleniera, una delle ultime gloriose baleniere scozzesi, in partenza per
la Groenlandia a caccia di balene, era stato trasportato da un altro
più potente soffio del Caso che lo sorprese mentre nella grigia
Edinburgo, annoiato, preparava l’ultimo esame di medicina. Fu assunto su
due piedi come medico di bordo, con il compito di cenare col capitano,
fare la lista della maglieria, distribuire il tabacco alla ciurma, e
bendare le ferite di qualcuno che prevedibilmente si sarebbe tolto
presto dai piedi. Tenne un diario di quella straordinaria esperienza,
alla maniera appunto di Darwin e del suo viaggio sulla Beagle, ora
tradotto per la prima volta da Davide Sapienza e curato da J. Lellenberg
e D. Stashower: Avventura nell’Artico Sei mesi a bordo della baleniera Hope (Utet, pp. 251, € 22,00, con altri quattro Scritti Artici
inediti, in cartonato rigido e sessantaquattro riproduzioni di pagine
del taccuino originale con disegnini a colori). A parte la confezione
fin troppo nostalgica del libro, la scrittura del giovane Doyle corre
veloce, limpida e precisa come la Hope, prima a vapore poi a vela, sotto
il cielo bianco, nell’aria cristallina della Groenlandia, tra ghiacciai
erranti o nel vortice della tempesta.Cattolico, di padre inglese e madre irlandese, Doyle aveva frequentato il collegio gesuita di Manresa e avrebbe potuto incrociare in biblioteca Gerald M. Hopkins, studente di teologia, entusiasta del multiforme universo di Duns Scoto invece che della ortodossia di S. Tommaso – per cui fu bocciato. Non dimentico di quella educazione, il giovane Doyle si era portato sulla Hope per svago e conforto i suoi classici moderni: il dottor Johnson, Boswell, Sterne, Darwin, Carlyle… Ovviamente Platone e Aristotele erano argomento riservato al capitano. Imparò presto le regole non scritte della marina inglese, spesso spietate. Un po’ di boxe, qualche canzone, uno spezzone di rito religioso (protestante), una buffa poesia su di una pipa, il racconto dei propri sogni erano i piccoli avvenimenti che riempivano i lunghi ozi in attesa della preda. Doyle imparò a valutare la perdita e il guadagno in situazioni moralmente difficili, sviluppò una giusta percezione di uomini e cose, energia e prontezza in caso di pericolo e tanta buona volontà per cui si propose anche per il rischioso lavoro di ramponiere. Fu un’esperienza estrema che non volle più ripetere. Avvistata la preda si calavano in mare quattro barche. Ci si avvicinava con prudenza, poi a un grido improvviso del ramponiere scattava il grilletto del grande arpione e i remi volavano. La creatura arpionata impazzita di dolore andava a fondo come un sasso, o poteva furiosa rovesciare la barca. A questo punto la vita dell’animale e quella degli uomini aveva lo stesso valore: zero. Tutti erano presi nel gioco mortale. Si srotolava la cima, piantata su quella enorme curva, che sibilava rapida sotto le panche e tra i piedi della ciurma. Se il laccio avesse catturato la gamba di uno di loro, quell’uomo sarebbe volato via con tale rapidità che i suoi compagni non si sarebbero resi conto della sua scomparsa. «Tagliare la cima è uno spreco di pesce, perché la vittima sarà già sott’acqua centinaia di metri». Chi avesse afferrato l’ascia per troncare la fatale corda sarebbe stato fermato.
«C’è tutta una filosofia dietro», concluse il giovane Doyle che sprizzava energia animale da tutti i pori. Nel diario alternò minuziosi elenchi di animali uccisi e di guadagni da portare a casa, rigurgiti di rimorsi per lo scempio ed eccitazione per quella caccia mortale. Fu scaraventato o scivolò in acqua tra i ghiacci dell’Artico ben cinque volte. L’ultima si salvò afferrandosi alla grande pinna della foca che stava scuoiando. «La balena ha un occhio piccolo, poco più grande di quello di un manzo, ma non è facile dimenticare la muta rimostranza che lessi in una di queste che si spegneva, morente lì davanti a me che la potevo toccare con mano. Povera creatura, che ne poteva sapere delle leggi della domanda e dell’offerta…». Doyle dalla nave sparò e uccise cinque orsi. Ma curò affettuosamente uno splendido clio, mollusco marino di cinque centimetri, «che sembrava uno spiritello bizzarro», e per lui, «John Thomas», scrisse un commosso necrologio.
La Hope, salpata dal piccolo porto di Peterhead, Scozia, il 28 febbraio 1880, vi fece ritorno dopo sei mesi con un buon bottino: «due balene, circa 3600 foche e un vasto assortimento di orsi polari, narvali e uccelli artici». Insieme al colpevole ricordo di quel «raccolto criminale», della pozza rossa di sangue nell’immacolato manto ghiacciato, Doyle ebbe una rara visione della mezzanotte artica. «C’erano tre soli distinti che splendevano nello stesso istante e con la stessa intensità, tutti e tre cinti da magnifici arcobaleni e con un altro arcobaleno invertito al di sopra di tutta la scena. Uno spettacolo meraviglioso». Il Kairós, che sempre favorisce gli spericolati, lo aveva confortato con quel dono senza prezzo.


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