Renzi è in difficoltà. Come rimetterne a lucido l'immagine periclitante, nell'imminenza di un'importante scadenza referendaria rispetto alla quale - ahinoi - i leader del centrodestra hanno dato solo in maniera assai ambigua l'indicazione di votare No mentre quelli della sinistra moderata si sono appena venduti per 30 centesimi?
Forse scatenando l'autoreferenziale messa in scena "antagonista" di un inutile scontro di piazza a Firenze, nella simultanea totale assenza di qualunque iniziativa politica degna di questo nome e di qualunque rappresentanza sociale, consentendo ai TG a reti unificate di dire che quattro gatti facinorosi hanno ferito i lavoratori delle forze dell'ordine?
Fatto!
Siamo proprio dei Cuperli. Le mazzàte dovemmo darcele da soli [SGA].
Gianni Cuperlo firma il documento di compromesso sulla legge elettorale e la sinistra Pd si spacca a meno di un mese dal voto sul referendum. Il documento è considerato il tentativo per superare l’Italicum e portare tutti i Democratici nel fronte del Sì. Via il ballottaggio, premio di maggioranza contenuto (senza specificare se va alla lista o alla coalizione), preferenze e collegi (anche su questo punto non viene chiarito che tipo di collegi). Ma i bersaniani prendono le distanze e lasciano Cuperlo da solo. Per Roberto Speranza si tratta di «una paginetta fumosa che non guarisce la ferita aperta». Più morbido nella forma Miguel Gotor («un documento utile sia in caso di vittoria del Sì che del No»), ma tranchant nella sostanza: «Sarà cosa buona e giusta adoperarsi per il successo del No». 
L’ala che fa capo all’ex segretario Bersani rompe con Renzi e si ricongiunge con Massimo D’Alema, andando a ingrossare l’esercito che vuole affossare non solo la riforma costituzionale ma lo stesso Renzi. È il sospetto, anzi la certezza dei renziani che fanno finta che il partito sia unito. «Anche se poi - dice il capogruppo Rosato, uno dei protagonisti della stesura del documento - c’è qualcuno che continua a cercare divisioni strumentali. E’ evidente che il tema non sono più le riforme, ma è altro». Il solco si è allargato, anche se Grillo ci crede poco. Dice che quella di Bersani e della minoranza dem è «un mal di pancia farsa». Invece la divisione è profonda e non solo politica. La sinistra Pd non si fida di Renzi. Avrebbe voluto che le modifiche all’Italicum venissero scritte nero su bianco in una proposta di legge firmata dal ministro per le Riforme Boschi e depositata in commissione. Non si fidano perchè, dicono, che già altre volte il premier aveva fatto delle promesse mai mantenute. Si fida invece Cuperlo, pur affermando che «d’ora in avanti la prova di coerenza e lealtà spetta a tutti, a partire da chi è alla guida del governo». È il muro contro muro che Cuperlo ha cercato di superare per guardare al giorno dopo il voto. «So per primo che l’intesa raggiunta non ricompone la frattura consumata nella sinistra, dentro e fuori il Pd». Bisogna tuttavia guardare avanti, tenere aperto il dialogo, ascoltare le ragioni degli altri. «Per quanto mi riguarda - aggiunge Cuperlo - quel “giorno dopo” lo immagino come un impegno nella ricostruzione di un nuovo centrosinistra competitivo alle elezioni. Mi assumo una responsabilità attraversato da dubbi e dalle domande».
Lo scalpo di Cuperlo galvanizza la Leopolda e le divisioni del Pd fanno felice le opposizioni che vedono più vicina la vittoria del No. Ora anche Berlusconi ha cominciato a fare la sua parte per questa vittoria nella speranza di tornare al centro del gioco politico. «Una pura illusione perchè a vincere saranno i populisti», avverte l’ex presidente del Senato Marcello Pera. Ma il Cavaliere attacca. «Renzi deve stare attento con le regole che ha studiato per se stesso perché con queste regole vince chiunque, anche Grillo che si trova il Paese in mano senza limiti allo strapotere. Dobbiamo votare No e convincere gli incerti dicendo che stando a casa si fa un regalo a Renzi e al Pd. È un regalo che non merita per come sta governando». Berlusconi ha mandato un video messaggio al convegno organizzato a Roma dal centrodestra che prova a presentarsi unito il 4 dicembre.
Per un’ora Matteo Renzi se ne resta silenzioso in platea ad ascoltare l’altro Matteo (Richetti) che sta facendo il mattatore sul palcoscenico della Leopolda. Poi non si «tiene» più e, senza preavviso, sale sulla pedana dei protagonisti e appare per la prima volta alla vista del suo «popolo», augurando «buonasera a tutti». Dalla platea si alza un applauso affettuoso e breve. E’ venerdì notte, siamo alle prime battute della ormai classica kermesse renziana e nell’accoglienza riservata al leader c’è l’essenza della settima edizione della Leopolda alla vigilia del referendum costituzionale: sono tutti convintamente con Renzi ma senza pathos. Anche nel pomeriggio di ieri, nel corso dell’analisi puntuale ed efficace di tutte le «bufale» sulla riforma pronunciate in queste settimane dai leader del No, i cinquemila in platea hanno applaudito le messe a punto di quattro costituzionalisti del Sì, ma lo hanno fatto sempre con misura. Senza scrosci di entusiasmo.
Dentro la Leopolda, tra i muri scrostati della ex stazione, c’è molta gente (tanti under 30 e tanti over 65), i «registrati» sono più di quelli dell’anno scorso, ma le uniche fiammate del popolo renziano si accendono non per il referendum, ma quando Maria Elena Boschi, Matteo Richetti e i costituzionalisti Ceccanti, Clementi, Pinelli e il politologo Vassallo hanno citato polemicamente D’Alema e Bersani. E ancor di più quando il sindaco di Firenze Dario Nardella ha attaccato i manifestanti che volevano approdare «con la violenza» alla Leopolda. Un intervento salutato da un’ovazione. E’ come se il battimani per Nardella e i fischi contro i notabili «comunisti» fossero uniti dallo stesso sentimento liberatorio: nei confronti dei tanti «assedianti» che contestano il presidente del Consiglio.
Ma l’entusiasmo selettivo della platea renziana è l’ultima conferma di un dato arcinoto al premier: così come continuano a dimostrare i sondaggi riservati, il No è in testa e nell’approssimarsi verso il voto, il trend degli incerti, per settimane distribuito in quote più o meno equivalenti, ora indica il Sì in leggera discesa. Il rischio di un piano inclinato. Ecco perché, secondo Renzi, urge un «reset». Una svolta decisa nell’umore collettivo. Mancano 28 giorni alla conclusione della campagna elettorale e Renzi lo sa: o la tendenza si inverte subito, o dopo sarà troppo tardi. Questa mattina il presidente del Consiglio chiuderà la settima edizione della Leopolda, raccontando il contrasto tra «due Italie»: quella del passato e quella che guarda al futuro. Renzi non affiancherà in un unico «fronte del No» Bersani e i ragazzi col passamontagna, ma pigerà su un pedale che nei comizi in giro per l’Italia funziona sempre: la «carica» contro i vecchi «rottamati» che tornano per bloccare il Paese. Ha funzionato e Renzi non ci rinuncerà. In un intervento finale che si preannuncia fiammeggiante e che è destinato ad accendere la platea riflessiva della Leopolda.
Anche perché oramai, come sanno a palazzo Chigi, si tratta di aggredire i «grandi numeri». Se al referendum andrà a votare il 60 per cento degli elettori, per vincere serviranno almeno 15 milioni di «sì». Un tetto non facile da raggiungere: nelle Politiche del 2013, quando votò il 75% degli elettori, il Pd (8 milioni e 600mila voti), più l’area centrista (3 milioni e 700mila), raggiunsero un totale di 12 milioni e 300mila voti, lo stesso numero che le due aree politiche (con un’affluenza molto più bassa, del 57%) ottennero alle Europee del 2014. Numeri che a palazzo Chigi conoscono bene: Renzi può vincere il referendum soltanto se convince a votare «sì» una parte significativa dei moderati di centro-destra.
Quando, venerdì sera, tutti i fotografi lo hanno ripreso in prima fila all’inizio della Leopolda, Matteo Renzi sedeva accanto alla moglie Agnese. Abito nero, un filo di trucco, ha elargito ai cronisti solo sorrisi. Come d’abitudine, mai una parola di troppo, una dichiarazione fuori posto, un lamento che sarebbe stato meglio evitare. Dalle parti di Renzi lo hanno notato: Agnese funziona. Funziona la sua aria da giovane donna normale, da insegnante per anni precaria mamma di tre bambini. Funziona la sua immagine: una come tante, una sorella, una figlia. Un’immagine pulita e «comune» che, hanno valutato nella war room del premier-segretario, può rivelarsi preziosa in campagna elettorale: non a caso – dalla Casa Bianca alla visita agli sfollati del terremoto - ha cominciato a comparire più spesso accanto a lui.
Perché l’obiettivo, ora che restano meno di trenta giorni, è recuperare un po’ di normalità e solidità alla narrazione del governo. «Basta con l’illusione del magico mondo di Matteo», riassume la strategia chi di questo ha parlato direttamente con lui, «bisogna riposizionare la comunicazione: dire sinceramente che non è tutto perfetto, ma questa è la via, la strada da percorrere». Con una squadra che sappia trasmettere l’entusiasmo delle origini, quando essere renziani era un azzardo e le Leopolde non erano ripetitive kermesse con le guardie del corpo a circondare il tavolo di lavoro coordinato dal ministro dell’Economia, ma appuntamenti corsari e un po’ guasconi.
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