I finanziamenti al Pentagono verranno aumentati di circa il 10%, seguendo le promesse elettorali di rafforzare la difesa degli Stati Uniti. Questi soldi serviranno per costruire nuovi mezzi come navi e aerei, ma anche per aggiornare l’arsenale nucleare, che il capo della Casa Bianca ha già detto di voler potenziare affinché sia il più forte al mondo. I fondi verranno poi utilizzati per aumentare il personale e migliorare le sue condizioni, puntando in particolare sulle forze speciali. Così finiranno i «sequester», cioè i tagli indiscriminati alla difesa, decisi quando il Congresso a maggioranza repubblicana non si era accordato sulla politica fiscale col presidente Obama. Nuovi finanziamenti andranno anche al Border Patrol che gestisce l’immigrazione, e ad altre agenzie impegnate nel settore sicurezza.
Trump ieri ha detto che «il mio primo bilancio sarà concentrato sulla sicurezza e la protezione del Paese, come avevo promesso, e conterrà un aumento storico delle spese militari». Quindi aumenteranno le risorse del Pentagono, che però il presidente ha criticato duramente: «Non vinciamo più. Non combattiamo nemmeno più per vincere». Il suo obiettivo dunque è garantire più mezzi ai militari, anche per risollevare il morale e cambiare la loro mentalità operativa. Proprio ieri i generali hanno presentato al capo della Casa Bianca le opzioni per i nuovi piani finalizzati a sradicare l’Isis dalla Siria, che includono anche la possibilità di inviare più truppe di terra.
La scelta di aumentare i finanziamenti alla difesa americana, che è già la più costosa al mondo e rappresenta il capitolo più ampio della spesa nazionale, dimostra le priorità di Trump. Prima di tutto la sicurezza, e una politica estera muscolare, che si propone di «garantire la pace attraverso la forza». La visione del presidente però verrà illustrata in maniera più chiara e complessiva durante il discorso che terrà stasera al Congresso, in sostituzione del tradizionale appuntamento annuale dello Stato dell’Unione. Secondo i punti anticipati ieri dalla Casa Bianca, l’obiettivo di Trump sarà offrire una «visione ottimistica», dopo quella cupa dell’Inauguration, e presentare «un’agenda coraggiosa». I temi saranno sicurezza, sovranità e opportunità economica. Le proposte riguarderanno i tagli alle tasse, i confini, gli investimenti nelle infrastrutture, la riforma sanitaria con cui sostituire Obamacare, la garanzia che ogni bambino abbia accesso ad una istruzione di qualità. Il discorso confermerà l’ambizione dell’amministrazione di rappresentare la gente più che le élite, puntando sulla rinascita della classe media e del «sogno americano» per conquistare il consenso del popolo. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATIScelti da Donald ma non allineati Il paradosso dei tre generali Stampa
Tutti sono d’accordo sul fatto che i tre generali scelti da Donald Trump per gestire la sicurezza degli Stati Uniti sono persone molto preparate e indipendenti. Ora si tratta di capire se saranno loro a seguire il presidente, oppure riusciranno ad imporre una visione realistica e responsabile, spesso in contrasto con quella dei consiglieri politici tipi Steve Bannon.
I tre generali di cui parliamo sono il capo del Pentagono Jim Mattis, che ieri ha presentato al capo della Casa Bianca le opzioni per sconfiggere l’Isis in Siria; il segretario della Homeland Security John Kelly, che dovrà gestire la costruzione del muro lungo il confine col Messico e l’immigrazione; il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster, che ha preso il posto di Michael Flynn dopo lo scandalo Russia. Non era mai successo prima che le tre posizioni chiave fossero occupate tutte da ex militari, e ciò ha fatto storcere il naso agli osservatori. Gli esperti del settore però concordano che sono tre persone capaci, e hanno tirato un sospiro di sollievo quando McMaster ha preso il posto di Flynn, considerato troppo instabile e a caccia di vendette personali, dopo che Obama lo aveva costretto a lasciare la guida dell’agenzia per l’intelligence del Pentagono.
Tutti e tre i generali si sono formati sui campi di battaglia dell’Afghanistan e dell’Iraq. Mattis comandava le forze che dovevano inseguire Osama bin Laden a Tora Bora, ma era stato fermato dalla pavidità dei politici. Noto per essere molto diretto, in seguito era stato proprio il capo di Kelly in Iraq, quando i loro marines avevano l’incarico di pacificare la terribile provincia di al Anbar. McMaster viene dall’esercito e a Tal Afar aveva inventato la strategia anti insurrezione che poi il generale Petraeus aveva copiato per la sua «surge».
La caratteristica comune di questi tre generali è quella di essere considerati non solo dei bravi soldati, ma anche degli studiosi. La tesi di laurea di McMaster sulla guerra in Vietnam, persa secondo lui per le divisioni a Washington, è ormai un classico. Questa forza intellettuale li ha resi molto indipendenti e diretti, e qui potrebbero nascere i problemi. Mattis, ad esempio, ha già detto che è contro la tortura, contro la collaborazione militare con la Russia, e favorevole alla Nato. Tutte posizioni in contrasto più o meno aperto con quelle di Trump. Kelly invece è stato tenuto all’oscuro del bando per gli immigrati da sette Paesi islamici, e lo ha criticato dicendo che era stato affrettato. McMaster nel primo incontro con lo staff della Casa Bianca ha invitato a non usare il termine “terrorismo islamico radicale”, perché secondo lui bisogna isolare i terroristi dagli altri musulmani sostenendo che violano la religione. Peccato che questa frase l’avesse usata proprio Trump nel discorso di insediamento alla Casa Bianca. I tre generali dunque sembrano pronti allo scontro con l’ala dei consiglieri politici guidati da Bannon, e da questa sfida dipenderà il futuro dell’amministrazione sulla sicurezza


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