Il grande balzo in avanti adesso è intriso di “se” e di “forse”. La locomotiva cinese rallenta: l’obiettivo del Pil, che l’anno scorso era stato lasciato ottimisticamente fluttuare tra il 6.5 e il 7%, quest’anno è inchiodato «intorno al 6.5%». Al ribasso. E ciò che preoccupa di più non è la salute dell’economia di qui: o quantomeno non solo quella. Già il 2016 è stato un anno in cui «il mondo ha conosciuto la crescita commerciale ed economica più bassa degli ultimi sette anni» per colpa di «improvvise e continue minacce regionali e globali», spiega il premier Li Keqiang che mai cita ma praticamente evoca Brexit e l’elezione di Donald Trump. Ma domani è un altro giorno: e volge al peggio. Perché la situazione è «più complicata e grave» del previsto «sia all’interno che all’esterno ». Non è una semplice constatazione. È un allarme vero e proprio visto che i «fattori che possono causare instabilità e incertezza » non sembrano temporanei. Anzi: «Stanno visibilmente crescendo». Di più: «La crescita economica mondiale resta debole mentre la de-globalizzazione e il protezionismo aumentano». Dove, anche qui, quel neologismo, «de-globalizzazione», si traduce con un nome e un cognome: Donald Trump.
Il vento è cambiato. Il 2016 s’era chiuso con la matematica dimostrazione della potenza della pianificazione comunista: il Pil cresciuto del 6,7%, cioè esattamente a metà tra quel 6.5% e quel 7% pronosticati. Altri tempi. C’era una volta la Cina dei piani quinquennali e della pianificazione: delle certezze indotte dal marxismo che sarà stato pure illiberale ma era quantomeno scientifico. Ecco a voi invece la Cina dell’incertezza e della crescita “intorno al”. Non sono ancora le 8.30 del mattino della domenica di qui, ancora notte in Italia, quando China Daily, il giornale in inglese pagato dallo Stato, straccia tutta la concorrenza, e ci mancherebbe, mettendo in rete quel dato a cui è appesa l’economia di tutto il mondo: anticipando cioè il report sul «lavoro del governo» che la Repubblica popolare cinese riassume nei “key points”, i punti chiave resi pubblici all’apertura del Congresso nazionale del Popolo che come ogni anno, di questi giorni a marzo, segna l’inizio dell’attività diciamo così parlamentare in questa democrazia da partito unico.Il piano di Pechino “Rafforzeremo le nostre difese di mare e di cielo” Le autorità cinesi: più 7% di spesa militare Ma è mistero sul reale investimento ANGELO AQUARO Rep
«Rafforzeremo le difese di mare e di cielo». Bene. «E i controlli alle frontiere». Benissimo. «Aumenteremo la preparazione e la velocità di reazione dell’esercito ». Ottimo: ma volete dirci quanto spenderete per tutto questo? Il grande giallo del budget militare cinese si fa sempre più giallo. Donald Trump punta al 10 per cento in più per gli Usa ma la portavoce del Congresso Nazionale del Popolo, Fu Ying, spiazza tutti, le spese crescono solo del 7%, meno ancora del 7.6% dell’anno scorso, che era già il punto più basso dal 2010, la prima volta in un quarto di secolo che il budget non cresceva a due cifre. Washington-Pechino 10 a 7? Macché. Quando poi tocca al premier Li Keqiang, domenica mattina, snocciolare i parametri della Cina che cresce, torna il mistero. «Rafforzeremo», «aumenteremo », «garantiremo». Ma quanti milioni di yuan si è disposti a investire? Neppure uno straccio di cifra resa pubblica: il budget invisibile, nel linguaggio militare “stealth”, come i J-20 e gli Fc-31 di ultima generazione.
Per carità: la Cina ha ragione quando sostiene, come ha fatto l’altro giorno, che le sue spese militari sono solo una frazione del Pil, ora fra l’altro pronosticato al ribasso, più 6.5%. Il fardello sulla crescita sarebbe dunque dell’1.3% contro il 3.3% degli Usa e il 2% degli altri Paesi Nato. Continuiamo il raffronto? L’aumento del 10% promesso da Trump aggiunge 54 miliardi al budget Usa che ha toccato i 600 miliardi l’anno scorso: nello stesso anno i cinesi hanno invece speso 138 miliardi appena. Di che stiamo parlando?
«La verità è che aumento o diminuzione della spesa americana hanno un effetto limitato su quella cinese: il budget di Pechino, come quello di qualsiasi altro Paese, è determinato dalle proprie esigenze particolari e dalle minacce di volta in volta contingenti » dice a Repubblica Rajeev Ranjan Chaturvedy, l’esperto di armamenti dell’università di Singapore. «Prima ancora di fare ogni raffronto tra Usa e Cina uno dovrebbe chiedersi: quali sono le ambizioni militari di Pechino? E su questo non c’è ancora una risposta univoca» dice sempre a Repubblica Bonnie Glaser, direttrice del China Power Project. Sì, in un rapporto di 104 pagine il Congressional Research Service americano si chiede «se nei prossimi anni la US Navy sarà abbastanza grande e capace da contrastare adeguatamente» il Dragone: ma si parla di contrasto qui sul posto, mica sullo scacchiere globale. E un conto è dunque il diritto dei cinesi di difendersi a casa loro, fedeli al mantra comunista che da sempre, ricorda il Financial Times, invita a “non inseguire nessuna egemonia”, e un altro invece coltivare una capacità di offesa che vada al di là del principio di deterrenza: o no?
Resta il giallo del budget. Ma anche qui: dalle cifre sbandierate a Washington a quelle taciute a Pechino, davvero crediamo di poter leggere tutto nei numeri? «Ci sono investimenti che normalmente non figurano sotto la voce di spesa militare: però servono proprio a scopi strategici e di difesa» continua Chaturvedy. «Per esempio: gli isolotti contesi nel mare della Cina del Sud. Oppure il porto di Gwadar in Pakistan. Fanno entrambi parte di quell’ambizioso progetto conosciuto come nuova via della Seta. E sono investimenti che non vedremo mai tra le spese militari di Pechino: anche se si tratta di strutture che servono, appunto, una funzione doppia». Come dice il premier Li Keqiang? «Rafforzeremo le difese di mare e di cielo». Appunto: ma non pretenderete mica che vi sveliamo come. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
il soffitto di vetro schiaccia la cinaAndrea Goldstein Stampa 8 3 2017
Per realizzare il Chinese dream, Xi Jinping avrà bisogno delle donne, che però per il momento contribuiscono relativamente poco al progetto di fare della Cina una società «moderatamente prospera» attraverso il «ringiovanimento nazionale». A dispetto di portare sulle loro spalle la metà del cielo, non possono realizzare in pieno il loro potenziale, discriminate dal machismo e schiacciate dal soffitto di vetro.
Il piano è inclinato fin dalla nascita. La selezione del sesso dei figli, e pertanto la preferenza per avere un maschio, è una pratica comune, la cui diffusione è aumentata ulteriormente negli ultimi decenni, con la «one-child policy» e la disponibilità di tecnologie a buon mercato per scoprire il sesso del nascituro. Si stima che nel 2015 in Cina il sex ratio alla nascita sia stato di 114 bimbi per 100 bimbe, ben al di sopra del tasso naturale che è di 105 a 100. Le conseguenze sono devastanti, per entrambi i sessi. Le femmine molto semplicemente perché non nascono, sono «missing»: se la Cina avesse comportamenti demografici normali, sarebbero state 721 milioni, e non 655, nel 2010. I maschi si ritrovano privi di spose potenziali, in una società per cui il matrimonio è componente essenziale dell’identità individuale. Quasi sempre migranti, che vivono lontani dalle provincie di origine, questi sfortunati Millenials cinesi (guanggun, cioè rami nudi) sono particolarmente a rischio di alcolismo, criminalità e violenza – tanto da essere tentati dal ratto delle spose, come nel Far West a fine Ottocento.
Se dal punto di vista dell’istruzione non ci sono grandi differenze (di copertura e di performance) tra sessi, una volta sul mercato del lavoro, la situazione per le femmine si fa di nuovo perigliosa. Il Global Gender Gap Index 2016 è impietoso: la Cina occupa il 99° posto, tra Belize e Sri Lanka, anche perché a parità di impiego una donna guadagna appena due terzi di un uomo. La globalizzazione però sta servendo a ridurre le discriminazioni – che sono molto minori nelle imprese detenute da investitori esteri e/o orientate all’export.
Quello che le cifre sui salari non possono però mostrare sono altre forme di discriminazione: uno studio del China Labour Bulletin rivela che 70% delle lavoratrici nelle immense fabbriche di elettronica del Guangdong sono vittime di violenze sessuali. E negli ultimi anni i media e le organizzazioni della società civile hanno messo a nudo tanti casi di offerte di lavoro che specificavano che le mansioni potevano essere svolte solo da uomini, per esempio perché richiedevano viaggi frequenti. Senza dimenticare i licenziamenti o le promozioni non ottenute a causa di gravidanze, oppure i veri e propri beauty contest cui le imprese (che normalmente esigono di ricevere le foto, insieme al cv) sottopongono le candidate.
Tra le élites, almeno, le donne se la passano bene? Apparentemente sì, dato che sono il 24% dei miliardari della famosa Hurun China Rich List, tanto che Chen Lihua, la settantacinquenne regina dell’immobiliare di Pechino, si fregia del titolo di donna più ricca al mondo. Oltretutto molte si sono fatte da sé, tanto che delle 72 «self-made billionaires» al mondo, ben 41 sono cinesi. Ma nella corporate governance sono sotto-rappresentate (8,5% delle posizioni), così come nella gestione delle grandi società (4,5% dei capo-azienda) e in politica: le parlamentari sono meno che in Iraq e in Somalia (e persino in Italia) e il Comitato permanente dell’ufficio politico del Partito Comunista Cinese è da decenni composto di soli uomini.
Anche in Cina si celebra l’8 marzo – molto meno per discutere di pari opportunità, però, che per regalare prodotti di bellezza e utensili per la cucina. Resta da vedere se le donne cinesi apprezzano veramente. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Nessun commento:
Posta un commento