Che magnifica immagine! È Byron stesso che la cita, in un appunto del 21 ottobre 1821: «negli ultimi nove anni mi son visto paragonare come persona o come poeta – in inglese, francese, tedesco (nella traduzioni approntate per me), italiano e portoghese – a Rousseau – Goethe – Young – Aretino – Timone d’Atene – a ‘un vaso d’alabastro illuminato dall’interno’, a Satana – Shakespeare – Bonaparte – Tiberio – Eschilo – Sofocle – Euripide – Arlecchino» e via così per un pagina intera. Chissà a chi la si deve: a un amico? un rivale? un’amante piccata? un ammirato recensore? – questa azzeccatissima descrizione? Sono subito andato a rintracciarla nel nono volume della grande edizione Marchand, Byron’s Letters & Journals (1973-’82), ma anche lì il suo ‘autore’ – ammesso e non concesso che esista – non è identificato. E in effetti luccica assai bene anonima, buttata lì tra virgolette, tra l’Anticristo e Timone, il misantropo per eccellenza!
Prima che nel Marchand, dove sono distribuiti in quattro diversi volumi fra le mille e mille lettere, i «diari» – sempre sparpagliati – si leggevano nell’edizione Coleridge-Prothero delle opere complete (1898-1904); e prima ancora nella Life of Byron (1830) del poeta irlandese Thomas Moore, la prima biografia diciamo ‘ufficiale’ di Byron. Leggendola freschissima di stampa, Charles Greville (quasi il Saint-Simon inglese) appuntava nei suoi Memoirs un’osservazione forse meno scontata di quanto possa apparire: «Ancora una parola su Byron e ho finito. Sono stato molto colpito dalla coincidenza di stile fra le sue lettere e il suo diario, e questa mi sembra una prova della realtà e natura [the reality and nature] che prevaleva sia nelle prime sia nel secondo» (3 febbraio 1830).La memoria di Lord Byron brucia ancora Nel 1824 John Murray, amico del più scandaloso e libertino dei poeti della Reggenza, diede fuoco al suo ultimo manoscritto. Da allora ci si interroga sul contenuto di quei fogli E sulla strana decisione di uno degli editori più geniali che l’Inghilterra abbia avutodi Benedetta Cibrario Robinson Rep 11 1 2020
È il 17 maggio 1824. Il fuoco è acceso nel camino del salotto di una casa di Mayfair. Bruciano le memorie di George Gordon Byron. Il manoscritto apparteneva a John Murray, editore e padrone di casa, che lo aveva comprato per duemila ghinee. Tra quanti lo avevano letto — non Murray, stranamente — i pareri erano contrastanti: c’era chi lo riteneva troppo scandaloso e volgare, chi lo avrebbe trovato pubblicabile solo se parzialmente censurato e chi pensava che rischiava di distruggere per sempre la fama di Byron. Il poeta — tutti concordavano — aveva raccontato troppo. Di sé, della sua esuberante bisessualità, di spese azzardate e di montagne di debiti. Delle sue passioni e delle sue molte relazioni, facendo nomi e cognomi, scendendo in particolari indecenti. Erano soprattutto la moglie separata di Byron, Annabella, e la sorellastra Augusta Leigh — di cui si diceva Byron fosse stato l’amante — a volerne la distruzione, e un terzo personaggio, John Cam Hobhouse, amico del poeta fin dai tempi dell’università e suo compagno di viaggio in Europa. Nel 1824 Hobhouse era diventato ormai un influente politico e quelle pagine avrebbero potuto macchiare la sua reputazione.
La scena ha luogo al numero 50 di Albemarle Street, dove si tiene un salotto molto ben frequentato divenuto il più importante circolo intellettuale del West End. Qui, tra carte da parati, stucchi, ritratti e busti di marmo, ogni pomeriggio all’ora del tè John Murray apre casa e l’invito al tè si protrae sovente in un invito a cena. Si passa da Murray per discutere di politica, letteratura, scienza e arte. Oltre agli autori e agli ospiti di passaggio — « Murray’s four o’clock friends » , come li chiama Walter Scott — ci sono i redattori della rivista di Murray, Quarterly Review, nata come risposta conservatrice alla whiggish Edinburgh Review. È giornalismo d’assalto, fatto di crociate politiche e stroncature celebri e azzardate. Così influente che Byron stesso considerava la stroncatura di Endymion sulla Quarterly Review una delle concause della morte di Keats.
La distruzione delle carte byroniane era stata una decisione sofferta, soprattutto per John Murray. Il manoscritto che Byron aveva redatto pensando a una pubblicazione postuma era presumibilmente incandescente, considerata la vita di eccessi dell’autore. Tra le varie ipotesi c’era stata anche quella di conservare in banca le carte byroniane, aspettando il giudizio dei posteri; segno che tutti i presenti avevano perfettamente chiara la gravità del gesto che stavano per compiere. Di quel burrascoso pomeriggio scrisse, qualche anno più tardi, lo stesso Murray, e giustificò la difficile decisione come un atto di rispetto per il poeta di cui aveva colto il valore, pubblicando i primi due canti del Childe Harold’s Pilgrimage rifiutati da un altro editore. Un grande successo che aveva sorpreso lo stesso Byron: « Mi sono svegliato una mattina e mi sono scoperto famoso».
Da quell’esordio e fino alla morte del poeta, Murray e Byron si scambiano lettere, in un rapporto professionale altalenante, tra ire improvvise e riconciliazioni; dalle lettere di Murray sappiamo che durante la pubblicazione del Childe Harold’s Pilgrimage Byron, appena uscito dalla palestra di fioretto, passava a vedere i fogli in fase di stampa e fingeva di infilzare i libri del suo editore con il bastone da passeggio; e se Murray leggeva ad alta voce qualche passaggio, lo scherniva dicendo: « La trovi una buona idea, Murray, non è così? » . E Murray annota: « Quando se ne andava ero felice di essermelo tolto di torno » . Alla penna del figlio di Murray, John III, dobbiamo un vivido ritratto di Byron quando arrivava in Albemarle Street: «Un uomo non troppo alto, di bell’aspetto, con vene blu ben visibili sulle tempie di marmo; molti anelli alle dita, una spilla alla camicia ricamata. Soprabito nero, pantaloni grigi o di nanchino, camicia aperta sul collo, porta sempre un bastone e la sua deformità al piede è appena visibile…».
Murray è un editore ambizioso, che alterna cautele editoriali a slanci d’intuizione. Quando Byron si separa dalla moglie e lascia definitivamente l’Inghilterra ( siamo nel 1816), è pieno di debiti. Sul suo conto si riportano ogni tipo di intemperanze. Mette in vendita tutto quello che possiede — mobili, quadri, libri. Murray tenta di comprarli ma finisce tutto all’asta. Riesce ad acquistare, per la casa editrice, solo un paravento con i ritratti dei campioni di pugilato, lo sport più seguito dall’aristocrazia inglese della Reggenza.
L’avventura della dinastia editoriale dei Murray — parliamo di dinastia perché comincia a fine Settecento e prosegue per duecentocinquant’anni — è una pagina densa nella storia della letteratura inglese. Di padre in figlio, e per sette generazioni, i Murray si chiamano tutti John ma ciascuno imprime la sua linea editoriale. Il primo John apre una libreria in Fleet Street, specializzata in testi scientifici. Il secondo — quello che brucia le memorie — si allarga alla letteratura: tra gli altri, oltre a Byron, Madame de Staël (l’edizione inglese di De l’Allemagne è del 1813), Ugo Foscolo, Jane Austen.
Quando John Murray III prende le redini dell’azienda è il 1843. Il mondo è cambiato. È diventato moderno, la gente comincia a viaggiare sempre di più, a bordo di treni che collegano tutta l’Europa. E Murray inventa le guide di viaggio in formato tascabile, rilegate di rosso acceso e con la scritta a caratteri d’oro Murray’s Handbook. Un successo commerciale senza precedenti che consolida, anno dopo anno, le finanze aziendali. Al punto che, nel 1859, il terzo Murray della dinastia prende una decisione importante, che lo preoccupa e contemporaneamente lo entusiasma. Ha sulla scrivania un manoscritto. L’autore è un naturalista cinquantenne, nipote dell’industriale Josiah Wedgwood: Charles Darwin. Murray lo convince a semplificare il titolo in On the Origin of Species e accetta di pubblicarlo: una delle più significative avventure culturali ( nonché editoriali) del secolo.
Ospite fisso in Albemarle Street e sulle pagine della Quarterly Review per la quale scrive regolarmente troviamo anche Walter Scott, incaricato di recensire nuovi autori: « Perché non scrivi un articolo su Emma? » gli chiede John Murray. « Nessuno dei romanzi di quest’autrice è stato notato e trovo che Orgoglio e pregiudizio meriti attenzione».
Resta da chiedersi quali siano i motivi reali per cui un editore fondamentalmente spregiudicato e all’avanguardia abbia acconsentito alla distruzione delle carte del suo autore più discusso e alla moda: dopotutto aveva pagato una cifra notevole per aggiudicarsele e sappiamo, dai carteggi, che aveva rifiutato l’offerta di Lady Byron di restituirgli le duemila ghinee. Un segno di lealtà postuma verso un autore che lo aveva ripagato con un travolgente successo di vendite? La preoccupazione di offuscare il nome di una casa editrice prestigiosa? Così incomprensibile è parsa ai posteri quella decisione che le generazioni successive di Murray hanno cercato invano, sollevando le assi del pavimento e picchiettando i muri, alla ricerca di nascondigli, nell’illusione che in verità all’ultimo le carte fossero state semplicemente nascoste, sottratte alla distruzione. Non è stato trovato niente. John Murray e gli amici di Byron avevano davvero scelto il fuoco. Il decoro e il terrore dello scandalo avevano vinto. Nel camino di Albemarle Street, insieme a quelle carte era bruciata l’Inghilterra disinvolta, irriverente, scandalosa della Reggenza prima del grigiore e della pruderie dell’imminente età vittoriana. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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